Insegnare a insegnare

sole-scuola_logo14di Mario De Caro e Pietro Di Martino,  Il Sole 24 Ore, 7.5.2017

– La chiusura dei cosiddetti Tirocini Formativi Attivi, che si sono in effetti dimostrati inadeguati, ha lasciato un vuoto che in effetti va colmato: ma la loro sostituzione è molto rischiosa e suscita, oltre ad apprezzamento per alcune iniziative legislative, serie preoccupazioni per altre.

In  un recente incontro in Grecia, il Presidente della Repubblica Mattarella ha sottolineato il suo pensiero sulla scuola e la sua rilevanza: «Nel nostro Paese l’importanza della scuola è fondamentale». Proprio per tale centralità e rilevanza è fondamentale che la scuola, in tempi che cambiano rapidamente, si sappia rinnovare e aggiornare e, che a tal proposito, sviluppi un modello di formazione in ingresso e di reclutamento degli insegnanti serio e coerente con questo bisogno di rinnovamento. Per questo, alcune modifiche al nostro sistema educativo e alla formazione e selezione degli insegnanti sono necessarie. D’altra parte, quando si intraprendono riforme in un ambito tanto importante quanto delicato, occorre prestare la massima attenzione affinché le modifiche vadano nella giusta direzione.

Un esempio in questo senso è offerto dalla nuova normativa, in parte già approvata e in parte in via di approvazione, riguardante il percorso di formazione degli insegnanti per la scuola secondaria. La chiusura dei cosiddetti Tirocini Formativi Attivi, che si sono in effetti dimostrati inadeguati, ha lasciato un vuoto che in effetti va colmato: ma la loro sostituzione è molto rischiosa e suscita, oltre ad apprezzamento per alcune iniziative legislative, serie preoccupazioni per altre.

Certamente positiva è l’idea di eliminare le abilitazioni: al termine del percorso – che prevede per accedere un concorso a numero chiuso – chi sarà valutato positivamente sarà immesso in ruolo. Questo sostituirà i concorsi-monstre, vere e proprie lotterie, e potrebbe dare un colpo decisivo al sottobosco delle abilitazioni prese all’estero, spesso sulla base di percorsi di dubbia qualità. È positiva anche l’idea di costruire un percorso triennale in cui ci sia il tempo necessario per formare i futuri docenti, a livello teorico e pratico, grazie alla collaborazione tra scuola e università. È anche previsto che questo percorso sia retribuito (sempre che, come spesso accade, questa lodevole ipotesi non venga cassata nel supremo interesse del bilancio statale).

Oltre a questi aspetti senz’altro positivi, la normativa presenta però anche alcuni aspetti di criticità. Da una parte ci sono aspetti già normati che destano particolari preoccupazioni. Ad esempio, secondo le attuali indicazioni, in futuro la filosofia potrebbe essere insegnata da docenti laureati sostenendo l’equivalente di due soli corsi filosofici annuali (e in un caso, persino di meno). Nei nostri licei, insomma, potrebbero esserci insegnanti di filosofia che non si sono mai confrontati con Aristotele o con Kant o con i problemi dell’etica. E questa è, evidentemente, una prospettiva formativamente e culturalmente molto poco sensata. E per la matematica e le scienze alle medie, il percorso immaginato, ragionevole dal punto di vista formativo, non è al momento realizzabile all’interno di nessun Corso di Laurea e dunque comporterebbe un aggravio di esami significativo per gli studenti.

Ci sono poi aspetti cruciali che devono essere ancora normati (tramite decreti in preparazione). Tra questi, quello di maggior rilievo riguarda i requisiti per l’accesso al triennio di preparazione degli insegnanti. Si richiede infatti che chi vorrà concorrere per accedere al percorso abbia acquisito 24 crediti universitari (per intendersi l’equivalente di 4 moduli semestrali) nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche. Una conoscenza di base in ambito psico-pedagogico generale è importante; ma è cruciale anche che i futuri insegnanti siano formati, orientati e selezionati in ingresso, anche rispetto alle esigenze didattiche legate alle specifiche discipline che andranno poi ad insegnare. È dunque indispensabile che almeno la metà dei 24 crediti didattici richiesti per accedere al triennio formativo riguardino le specifiche didattiche disciplinari (didattica della matematica, didattica delle lingue, didattica della filosofia ecc.) e siano impartite da docenti di quelle discipline che abbiano maturato conoscenze specifiche di didattica disciplinare. Anche gli studi pedagogici generali riconoscono infatti che per insegnare bene occorrono solide competenze didattiche relative ai diversi campi: insegnare la matematica per esempio, è molto diverso dall’insegnare le lingue, il diritto o la storia. Ognuna di queste discipline è diversa dalle altre: e non solo in termini di contenuto, ma anche di metodi formativi e di specifiche criticità epistemologiche.

La normativa sulla formazione dei futuri insegnanti offre pertanto un’eccellente opportunità di miglioramento del nostro sistema educativo. Ma perché ciò accada è indispensabile correggere alcune storture nella definizione delle singole classi di concorso e riconoscere, attraverso i decreti in via di pubblicazione, la centralità della riflessione interna alla didattica disciplinare.

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Insegnare a insegnare ultima modifica: 2017-05-07T08:48:05+02:00 da Gilda Venezia
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