Non sappiamo come sarà il lavoro del prossimo futuro e non possiamo insegnarlo ai giovani che lo svolgeranno

di Fabrizio ReberscheggProfessione Docente, Numero 2, anno XXIX, marzo 2019

– Possiamo invece trasferire ai giovani i valori, i bisogni che guideranno l’agire dell’uomo, qualunque sia il lavoro che egli svolgerà. Questa è la missione che la scuola non può eludere. Intervista a Domenico De Masi.

► La scuola italiana sta attraversando da anni politiche di incessanti “riforme” che rendono confuso  e incerto il suo ruolo nel medio-lungo periodo. In particolare si accusa la scuola di essere distante dal mondo del lavoro e di non dare agli studenti le competenze necessarie per il loro positivo inserimento nel mercato del lavoro. Cosa ne pensa?
Nel 2030 ogni ventenne avrà davanti a sè 66 anni di vita, pari a circa 580.000 ore.  Molto probabilmente dedicherà 58.000 ore al lavoro (pari al 10% del totale); 200.000 ore alla  cura del corpo (sonno, care, ecc.); 120.000  ore alla formazione permanente; 200.000 ore (pari a 8.300 giorni e a 23 anni) a qualsiasi altra cosa che non sia il lavoro, il care  e la formazione.
Se il lavoro, nella vita di un adulto, copre appena il 10% del tempo, perché la scuola dovrebbe  focalizzarsi su quel 10%, trascurando tutto il resto? Forse che la vita domestica, il ruolo di cittadino, di padre, di madre, di figlio, di amante, di creativo, di contemplativo sono meno importanti del lavoro?
E poi, ammesso che la scuola debba preparare l’allievo soprattutto al lavoro, di che lavoro si tratta? Sappiamo, oggi, come sarà il lavoro tra dieci anni? Per la legge di Moore, la potenza di un microprocessore raddoppia ogni 18 mesi. Ciò significa che fra dieci anni un chip sarà centinaia di miliardi di volte superiore a quello attuale. Inoltre, il 21° secolo sarà segnato dall’ingegneria genetica con cui vinceremo molte malattie, dall’intelligenza artificiale con cui sostituiremo molto lavoro intellettuale, dalle nanotecnologie con cui gli oggetti si relazioneranno tra loro e con noi, dalle stampanti 3D con cui costruiremo in casa molti oggetti. Si produrrà carne di pollo e di maiale senza ammazzare animali ma partendo dalle loro cellule.
Dunque, non sappiamo come sarà il lavoro del prossimo futuro e non possiamo insegnarlo ai giovani che lo svolgeranno. Possiamo invece trasferire ai giovani, raffinare, perfezionare i paradigmi scientifici, i valori, l’estetica, i bisogni che guideranno l’agire dell’uomo, qualunque sia il lavoro che egli svolgerà. Questa è la missione che la scuola non può eludere.


► Si è spesso parlato di mismach tra offerta di formazione e domanda di lavoro. Negli ultimi vent’anni è fortemente diminuita in Italia la quota di iscrizioni agli Istituti Tecnici e Professionali a favore di una diffusa liceizzazione che però sembra non favorire un incremento di laureati in Italia. Lei ritiene che tale trend sia coerente con i cambiamenti in atto nella società postindustriale?
In Italia solo il 23% degli adulti è laureato, contro il 66% della California. Su cento diplomati, solo 40 vanno all’Università e, di questi, solo il 21% arriva alla laurea triennale e solo il 16% alla laurea quinquennale. Poiché la laurea di oggi, dati i profondi mutamenti sociali, corrisponde più o meno alla quinta elementare di cento anni fa, dunque tutto il sistema scolastico è fallimentare.
Se pochi ragazzi si iscrivono  agli Istituti Tecnici e Professionali, preferendo il Liceo Scientifico, è perché sperano di conseguire una laurea tecnica invece di un semplice diploma tecnico. In tal senso, la laurea rappresenta un buon investimento perché, rispetto al diplomato, il laureato trova più facilmente lavoro e il lavoro è retribuito meglio.

► Con la Buona Scuola del governo Renzi è stato introdotto l’obbligo dell’alternanza scuola-lavoro negli ultimi anni delle scuole superiori. L’attuale governo si è limitato a ridurre le ore di alternanza cambiandone la denominazione in “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. Secondo lei l’esperienza può essere positiva per la formazione degli studenti o si può trasformare in semplice addestramento alle regole delle aziende e del “mercato”?
Negli ultimi anni delle scuole superiori lo studente ha bisogno di essere orientato in vista delle scelte successive: continuare gli studi o smettere? In caso d’interruzione, che lavoro cercare e come? in caso di prosecuzione, che facoltà scegliere e a quale università iscriversi?
Lo stage in un’azienda – qualunque nome vogliamo dargli – non aiuta lo studente a rispondere a nessuna di queste domande. Ciò che occorre allo studente, oltre allo svolgimento completo del programma didattico,  è un ciclo di lezioni-esercitazioni e di visite guidate  che gli permettano di conoscere la gamma completa di opportunità e di difficoltà lavorative, familiari, sociali e politiche  che lo attendono, in modo da potersi districare tra le varie alternativa, con cognizione di causa.

► Nel saggio da lei curato intitolato “Lavoro 2025” appare evidente, in alcuni interventi di esperti,  che, a un incremento delle professioni e dei knowlledge workers, corrisponderebbe un aumento maggiore di professioni a contenuto di istruzione relativamente basso con particolare riferimento a quelle legate alla cura delle persone a al terziario collegato a servizi che richiedono il semplice diploma o corsi di laurea brevi. Alcuni ritengono che ciò può spiegare in Italia la disaffezione per percorsi di studio impegnativi, che non garantiscono poi un reddito adeguato, e contestualmente l’esodo di tanti giovai all’estero. Qual è la sua opinione in merito?
Nel 1891 erano 40 milioni e lavorarono 70 miliardi di ore. Nel 1991 erano diventati 57 milioni ma, grazie alle conquiste sindacali, lavorarono solo 60 miliardi di ore; eppure, grazie al progresso tecnologico e allo sviluppo organizzativo,  produssero 13 volte di più. Oggi siamo 61 milioni e lavoriamo 40 miliardi di ore, ma lo scorso anno abbiamo prodotto 600 miliardi di $ più del 1991.
Il progresso tecnologico ha consentito la sostituzione di molti operai con le macchine meccaniche, elettromeccaniche e con i robot; ha consentito la sostituzione di molti impiegati con i computer; sta per consentire la sostituzione di molti creativi (manager, dirigenti, professionisti, artisti, scienziati) con l’intelligenza artificiale.
Grazie alle nuove tecnologie, tele-apprenderemo, tele-lavoreremo, tele-ameremo, ci tele-divertiremo. Sarà quasi impossibile dimenticare, perdersi, annoiarsi, isolarsi. Ciò  significa che la cultura digitale soppianterà quella analogica ma l’invadenza delle tecnologie farà salva l’esigenza umana di creatività, estetica, etica, collaborazione, pensiero critico e problem solving. Una badante o un parroco sono più insostituibili di un perito industriale o di un ragioniere. Tutte le mansioni che non potranno essere delegate alle macchine, finiranno per essere più retribuite. Potremo produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Ciò significa che aumenteranno le ore di tempo libero, già oggi molto maggiori di quelle fruibili cento anni fa. Come occuparle? Come evitare la noia e la depressione? Come crescere intellettualmente? Aumenterà la violenza o la pace sociale?
Per la prima volta dalla sua creazioneha previsto il grande economista John Maynard Keynes fin dal 1930 – l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

► Il fenomeno dei neet e della grave situazione della disoccupazione giovanile per molti in Italia è connaturato alla difficoltà di dare efficienza al mercato del lavoro e al sistema della formazione. Alcuni ritengono che le politiche di “reddito di cittadinanza” o di sostegno al reddito generalizzato legittimino e addirittura possano ampliare fenomeni di disaffezione al lavoro o di lavoro nero. Nel progetto di reddito di cittadinanza si pone molta enfasi sulla formazione in itinere. Cosa pensa dei critici del reddito di cittadinanza e al ruolo che la scuola e l’università possono avere nei processi di inclusione nel mercato del lavoro così come definiti dalla riforma?
Nel 2001 il tasso di occupazione in Italia era molto basso: del 57,1%. Illudendosi che si sarebbe potuto creare molto lavoro rendendolo flessibile, secondo le teorie neo-liberiste, sono state varate molte politiche attive: è entrata in vigore la legge Biagi, sono stati istituiti, tolti e riformati i voucher, è stato ridotto il cuneo fiscale, è stato abolito l’articolo 18, è stata azzerata l’Irap, il solo Jobs Act è costato 16,7 miliardi, sono state fatte migliaia di ore di sciopero. Ormai l’Italia è il Paese europeo con maggiore flessibilità contrattuale nel settore privato, con crescente flessibilità nel settore pubblico, con un costo del lavoro attestato intorno alla media europea. Ma il tasso di occupazione è salito appena al 58,4% mentre in Germania è al 79%.
Come mai? Perché la Germania ha messo in atto politiche del lavoro migliori delle nostre e soprattutto perché ha ridotto l’orario di lavoro man mano che introduceva nuove tecnologie  labour saving. Oggi, in media, un italiano lavora 1.725 ore l’anno mentre un tedesco ne lavora solo 1.371 ore. Lavorando il 20% in meno, un tedesco produce il 20% in più di un italiano e perciò guadagna il 20% in più. In Italia la disoccupazione sfiora l’11% mentre in Germania è sotto il 4%. Dopo tre anni dalla laurea, solo il 52% dei laureati italiani ha trovato lavoro; in Germania la percentuale è del 93%.
Dunque, i giovani inattivi vanno aiutati a sopravvivere finché non trovano un lavoro; stessa cosa vale per i disoccupati, dal momento che ogni lavoratore, nell’arco della sua vita attiva, oggi rischia di subire numerose fasi di inattività. Poi ci sono i minori, i vecchi, gli inabili. Il reddito di cittadinanza non è pensato solo come salario per i disoccupati ma anche come sussidio per i poveri e soccorso per gli inabili. Uno Stato come quello italiano, ottavo al mondo con il suo PIL di 1.826 miliardi di dollari, non può consentirsi di avere 5 milioni di cittadini in povertà assoluta, che non riescono a mangiare se affamati e a curarsi se ammalati. Questo la scuola deve insegnare ai suoi allievi.


Domenico De Masi è professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università di Roma “La Sapienza”, dove è stato preside della Facoltà di Scienze della comunicazione. E’ membro del comitato etico della Fondazione Veronesi e del comitato scientifico della rivista Sociologia del lavoro.
Ha fondato e diretto la S3-Studium, società di consulenza organizzativa, la SIT (Società italiana telelavoro) e la rivista NEXT. Strumenti per l’innovazione. E’ stato presidente dell’In/Arch (Istituto italiano di architettura) e dell’AIF (Associazione italiana formatori). Ha pubblicato saggi di sociologia urbana, dello sviluppo, del lavoro, dell’organizzazione e dei macro-sistemi, fra cui: L’emozione e la regola. I gruppi creativi in Europa tra il 1850 e il 1950 (Laterza 1989 e Rizzoli 2010); La fantasia e la concretezza (Rizzoli, 2003); Mappa Mundi. modelli di vita per una società senza orientamento (Rizzoli, 2014); TAG. Le parole nel tempo (Rizzoli, 2015); Una semplice rivoluzione (Rizzoli, 2016); Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati (Rizzoli, 2017); Lavoro 2025 (Marsilio, 2017); Il lavoro nel XXI secolo (Einaudi, 2018); L’età dell’erranza. Il turismo del prossimo decennio (Marsilio, 2018); Il mondo è giovane ancora (Rizzoli, 2018). Collabora con le maggiori aziende e con le maggiori testate italiane.

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Non sappiamo come sarà il lavoro del prossimo futuro e non possiamo insegnarlo ai giovani che lo svolgeranno ultima modifica: 2019-03-06T05:14:18+01:00 da Gilda Venezia
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