Parole e trabocchetti, ovvero, che fine ha fatto la formazione?

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Astolfo sulla luna, 28.6.2019

– Formazione è un termine polisemico: bisognerebbe stabilire innanzitutto il contesto al quale si riferisce; nel contesto letterario abbiamo il Bildungsroman, in quello sportivo la composizione di una squadra, in quello geologico l’unità fondamentale della litostratigrafia, e avanti con gli esempi alla rinfusa. A volte penso alla confusione che potrebbe crearsi nelle teste dei miei studenti, specialmente di quelli con disturbi dell’apprendimento, che non sono pochi. Specialmente considerando la giornata tipo passata sui banchi di scuola, con non meno di tre-quattro docenti che sfilano tra cattedra e lavagna, ognuno portandosi dietro il proprio contesto disciplinare.

Spia della confusione mentale di ragazzi che, a prescindere dall’atteggiamento nei confronti della scuola, macinano ore di connessione alla rete delle reti in ogni momento della loro quotidianità, sono i fraintendimenti lessicali quando uno stesso termine viene utilizzato da due o più discipline con significato di volta in volta diverso a seconda del contesto disciplinare/testuale in cui viene ascoltato/letto. Oltre al già citato “formazione”, un esempio il tal senso è il termine “fonte”: come sappiamo “in storia” la fonte è un documento scritto o un qualsiasi altro reperto che ci fornisce informazioni su fatti accaduti in un passato più o meno recente, mentre “in diritto” la fonte è un atto o un comportamento sociale che possiede la qualità di incidere sulla normativa vigente. Ora, più breve è il lasso di tempo in cui avviene lo studio del significato specifico disciplinare di questo termine in entrambe le “materie”, più è probabile che le due “definizioni” vengano confuse dallo studente “tipico”. Si noti che non è affatto detto che un eventuale sfasamento temporale concordato fra i docenti disciplinari nell’affrontare “l’argomento” escluda tale corto-circuito mentale negli allievi, perché è evidente che se il concetto di fonte è stato appreso in modo sicuro nella disciplina che per prima l’ha affrontato, il ritorno anche a distanza di tempo sullo stesso termine da parte dell’altro docente, potrebbe ingenerare disorientamento anche nello studente più diligente.

Una prima misura tesa ad evitare tali fraintendimenti potrebbe essere quella di avvertire i ragazzi del fatto che nel nuovo contesto disciplinare un certo termine assumerà un significato diverso, ma ciò presuppone che il docente “secondo” abbia una sicura padronanza del lessico specifico della disciplina “prima”, il che non è affatto garantito. L’ideale sarebbe che i due o più docenti che si “contendono” il concetto lavorassero congiuntamente, o, come si dice in gergo, in compresenza. Poiché questa soluzione è praticabile raramente, considerate sia la progressiva riduzione delle ore “a disposizione” sia le ristrettezze dei fondi d’istituto per eventuali progetti pluridisciplinari, non rimane che ricorrere al palliativo della buona volontà nel predisporre “unità di apprendimento” multidisciplinari che affrontino da più punti di vista il tema, nell’esempio da noi indicato, delle fonti. In effetti quella indicata sarebbe la via maestra, che porterebbe d’un colpo solo sia alla soluzione del problema affrontato, sia alla programmazione della tanto agognata didattica per competenze con annessa valutazione più o meno “olistica” delle varie competenze di cittadinanza in salsa europea, sovranista, localista e chi più ne ha più ne metta.

Per restare sul titolo, sottolineo che di un approccio pluri-multidisciplinare, direi più semplicemente culturale, nei vari progetti di formazione iniziale degli insegnanti non si è vista nemmeno l’ombra, tutto preso com’è il Ministero a garantire tramite un approccio disciplinare o al massimo psicopedagogico il dovuto spazio alle istituzioni universitarie.

Concludo rammentando ad un ministro, che ha avuto fretta di riformare le superiori partendo dal tetto, che forse un approccio di tipo culturale in senso lato, per un lavoro realmente collegiale che avesse aiutato gli studenti a costruire un discorso ricco di collegamenti e di riferimenti, avrebbe potuto evitare il riproporsi di un rito ormai frusto che in questi giorni si celebra con qualche piccola variante; come infatti si diceva qualche giorno fa, la novità targata Bussetti dovrebbe passare sotto la competenza dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli: in caso di busta “vincente” il candidato mediocre ma estroverso farà un figurone, in caso di busta “sfortunata”, il candidato preparato dovrà sottoporsi alle solite interrogazioni disciplinari. Con buona pace dell’equità.

28 giu. 19                                                                                          Astolfo sulla Luna


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Parole e trabocchetti, ovvero, che fine ha fatto la formazione? ultima modifica: 2019-06-28T14:14:58+02:00 da Gilda Venezia
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