Quanta autonomia in più alle regioni?

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di Paolo Balduzzi, La Voce.info, 19.1.2019

– ISTITUZIONI E FEDERALISMO –

Statuti speciali e maggiore autonomia

Uno dei tanti rebus che la maggioranza Lega-Movimento cinque stelle si troverà prima o poi ad affrontare è quello del rapporto tra stato e regioni e, più nello specifico, del destino che avrà il cosiddetto federalismo differenziato. Si tratta di un tema presente nel punto 20 del contratto di governo ma sul quale, per il momento, i rinvii prevalgono sulle decisioni effettivamente prese. Qual è dunque lo stato dei lavori? E davvero sono realistiche le paure di chi vede nel federalismo differenziato l’anticamera della secessione? L’impressione è che, alla fine, la montagna partorirà un topolino. Ecco perché.

Il cosiddetto “federalismo differenziato” in Italia esiste già ed è previsto dall’articolo 116 (commi 1 e 2), in quanto 15 regioni a statuto ordinario coesistono con 5 regioni a statuto speciale (di cui una, il Trentino-Alto Adige, composta da due province autonome). Nel 2001, la riforma costituzionale ha aggiunto all’articolo 116 il comma 3, che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” anche per le regioni a statuto ordinario. Tuttavia, lo statuto speciale è una legge che ha valenza costituzionale (in alcuni casi anche di trattato internazionale) mentre l’autonomia aggiuntiva del terzo comma è approvata attraverso una semplice legge rinforzata (approvazione a maggioranza assoluta).

Il problema è che, a quasi vent’anni dalla sua introduzione, il legislatore non si è mai preoccupato di approvare una legge di attuazione del comma 3, in particolare per chiarire metodologie di attivazione delle richieste di federalismo differenziato, tempi di realizzazione e di verifica dei risultati, costituzione di un organo per il calcolo e la determinazione dei fabbisogni finanziari. Ciononostante, nel corso della passata legislatura, il procedimento è stato attivato per tre regioni (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto), arrivando alla firma di una pre-intesa tra governo e regioni interessate. Il metodo scelto, in maniera ragionata ma arbitraria, è stato appunto quello dell’intesa, un procedimento analogo a quello utilizzato per le confessioni religiose: in questo modo il Parlamento sarebbe tenuto a un voto del tipo “prendere o lasciare” sull’intero accordo, senza possibilità di modifiche. Nelle pre-intese (una per ciascuna regione), le materie discusse sono solo 5 tra le 23 possibili (sanità, istruzione, ambiente, lavoro, rapporti con l’Europa) e le competenze cedute si caratterizzano principalmente come amministrative, più che come legislative: gli ambiti di applicazione non sono quindi generali (per esempio, l’intero comparto dell’istruzione), ma molto specifici. L’orizzonte temporale è decennale: alla scadenza, lo stato potrebbe riprendersi le competenze cedute. La questione del finanziamento è invece rimandata all’attività di una diversa commissione, che non è mai stata nominata. In ogni caso, il comma 3 non esclude né elimina gli statuti speciali: in teoria, ma solo in teoria, il paese potrebbe essere costituito da 20 regioni che operano secondo regole personalizzate.

Uno, nessuno o centomila federalismi?

Quel compromesso, ritenuto dalle parti un buon accordo per la fine della legislatura, è ovviamente diventato obsoleto una volta che gli equilibri sono cambiati con le elezioni del 4 marzo 2018. In questo momento sembra che il governo abbia definitivamente archiviato la pre-intesa e che stia discutendo su un progetto di legge presentato dalla Regione Veneto. I contenuti della proposta sono dirompenti: il Veneto chiede il trasferimento delle competenze legislative su tutte le 23 materie possibili e il trattenimento del 90 per cento del gettito delle imposte territoriali per finanziare le maggiori spese. Una proposta del genere è chiaramente non estendibile a tutte le altre regioni (il 90 per cento del gettito fiscale territoriale è molto diverso a seconda delle basi imponibili e quindi le risorse a disposizione sarebbero differenti) e irricevibile per ogni governo che voglia garantire l’unità nazionale. Anche a livello elettorale, qualunque partito interessato a difendere un proprio bacino di voti nel Centro-Sud del paese (sicuramente il Movimento cinque stelle, ma ormai anche la Lega) non approverebbe mai una proposta di questo tipo.

Ma a suon di provocazioni, veti e rinvii, il paese rischia di perdere una buona opportunità per rendere più efficienti i servizi sul territorio. Non perché il federalismo sia la panacea di ogni male: ma un dibattito serio in materia dovrebbe tenere conto tanto degli aspetti di equità (i cittadini devono ricevere gli stessi servizi ritenuti irrinunciabili su tutto il territorio nazionale) sia di quelli di efficienza (un euro in più speso in una regione potrebbe generare un aumento di benessere maggiore dello stesso euro speso in un’altra regione). Visto lo stato del dibattito e le posizioni in campo, il “no deal” sembra tuttavia l’opzione più probabile.

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Quanta autonomia in più alle regioni? ultima modifica: 2019-01-19T17:07:57+01:00 da Gilda Venezia
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