Rivoluzioni scolastiche su sfondo (sociale) piatto

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Roars, 7.12.2018

– L’articolo è frutto del lavoro collettivo della redazione della rivista “Figure” : https://www.rivistafigure.com/

BISOGNA cambiare la scuola. Il mondo va avanti a suon di tweet e like e network che assottigliano le distanze e risucchiano i tempi di attesa. La società sta cambiando, i giovani sono nativi digitali, sono mutati radicalmente i loro stili di apprendimento: che fa la scuola, non sta al passo? Dorme? Ci vuole prassi, non speculazione. E per fortuna la risposta che nasce dalla prassi arriva. Si chiama flipped classroom: Flipped significa ribaltata; rivoluzionata per i più ambiziosi. L’arma di questa rivoluzione è la tecnologia. L’esperimento parte dall’America, da una piccola scuola di montagna nel Colorado. In sintesi: si studia a casa o comunque fuori dalla scuola; dentro l’aula si applicano o costruiscono le conoscenze, si sviluppano quindi competenze. Il docente predispone video-lezioni in pillole: massimo quindici minuti, così è valutata la capacità di concentrazione degli studenti di oggi. Questi video devono saper attrarre la curiosità del ragazzo che apprende: non possono riprodurre la monotona voce del docente e la sua immagine statica, bensì devono saper mettere in atto le potenzialità del nuovo linguaggio: dinamismo, ritmo, semplificazione, centralità e estetica delle immagini. Il professore meno tecnologico non deve temere: esistono banche dati di video-lezioni predisposte a cui può liberamente accedere, fra le quali la più quotata è la Kahn Accademy: Make it easy: meno fatica e più piacere. Il perno di tutto questo ribaltamento è lo studente, vero e unico dio – almeno a livello di declamazioni ufficiali – non solo del progetto di flipped classroom, ma di tutto il processo di riforma della Buona scuola, che ci parla di una certa idea di società e di uomo, che nel laboratorio scolastico andrebbe in qualche modo impastata. Dietro i ribaltamenti come quelli della flipped classroom non c’è  alcun nuovo ordine; piuttosto pare evidente la volontà di adeguare la scuola all’ordine del mondo che sta fuori in maniera più sistematica e produttiva:  via all’imprenditorialità, alla creatività, al team, alla competizione, al problem solving. Se hai imparato tutto ciò nella flipped classroom, tanto meglio per te.

Dalle aule universitarie dei pedagogisti, alle classi in cui, durante interminabili e sonnolenti pomeriggi, si riuniscono i dipartimenti delle singole materie a scuola, fino agli auditorium popolati dagli aspiranti insegnanti in formazione – quelli del TFA fino a pochi anni fa, che dal prossimo saranno invece quelli del FIT; ovunque in definitiva: pure nelle sale del potere politico ed economico, e persino nelle singole abitazioni attraverso i pixel dei telegiornali della sera, riecheggia un uniforme ritornello: BISOGNA cambiare la scuola. Il mondo va avanti a suon di tweet e like e network che assottigliano le distanze e risucchiano i tempi di attesa. La società sta cambiando, i giovani sono nativi digitali, sono mutati radicalmente i loro stili di apprendimento: che fa la scuola, non sta al passo? Dorme?

Fortunatamente vari fischi nella notte l’aiutano a risvegliarsi.

“Sempre di più occorrerà coltivare le competenze del Ventunesimo secolo: l’esercizio del pensiero critico e l’attitudine al problem solving. Le conoscenze tradizionali […] resteranno un bagaglio irrinunciabile, ma andranno inserite in un contesto dinamico in cui saranno decisive la disponibilità positiva nei confronti dell’innovazione, la creatività e la curiosità intellettuale, la capacità di comunicare in modo efficace, l’apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo.”

“Ci serve una buona scuola perché l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione, l’unica risposta alla nuova domanda di competenze espresse dai mutamenti economici e sociali.

Il futuro dell’Unione comporta un notevole contributo da parte del mondo dell’istruzione e della formazione. È necessario che i sistemi di istruzione e di formazione possano essere adattati e sviluppati in modo da fornire le capacità e le competenze di cui tutti hanno bisogno nella società della conoscenza […] utilizzando sistemi per sviluppare le competenze e sfruttarle in modo ottimale.”

Il primo è Visco, governatore di Bankitalia, in un’intervista rilasciata in occasione della pubblicazione del suo libro Investire in conoscenza(2014); segue un estratto della Buona scuola (2015) e correda infine il tutto uno stralcio da una relazione del consiglio di istruzione risalente addirittura al 2001. Il tono dei tre documenti è perentorio e al contempo ottimista: si struttura infatti su espressioni quali occorre, serve, è necessario. There is no alternative, come diceva la Thatcher di fronte al sistema neoliberista. Ma ciò che verrà dopo sarà bellissimo: benessere economico e sociale; civiltà, cultura e ricchezza.

Si chiede all’istituzione scolastica – e con certa impellenza – di essere un miglior mediatore fra il mondo così come attualmente si configura e le nuove generazioni che vi ci si affacciano: che i giovani siano pronti, che abbiano le competenze giuste, di modo che si possa meglio sfruttarle e si risolva il dramma della disoccupazione. Pare infatti che gli sconfortanti dati sull’occupazione giovanile nel nostro paese, siano da attribuire anche a un modello di formazione obsoleto, che non soddisfa le richieste delle imprese e non le stimola al cambiamento; insomma: siamo di fronte a uno sfolgorante circolo virtuoso che non gira a causa dell’anello mancante scolastico. La Buona scuola, a proposito:

Il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dal ciclo economico (dati McKinsey 2014). Una parte di questa percentuale è collegata al disallineamento tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare, e ciò che la nostra scuola effettivamente offre. Non si tratta quindi solo di un dato congiunturale dovuto alla crisi, ma di un dato strutturale legato al fatto che abbiamo perso nel tempo la nostra capacità di stare al passo col mondo.”

E Visco, in gran sintonia:

“Le difficoltà delle imprese nel trovare competenze adeguate nel mercato del lavoro, in particolare nelle tecnologie digitali, potrebbero non solo averle spinte a non innalzare i salari, ma anche a consolidare la bassa propensione a investire in nuove tecnologie, contenendo di conseguenza il fabbisogno di manodopera qualificata”.

Sarebbe il caso di chiedersi meglio cosa si intenda con il concetto di mediazione quando si riflette sulla scuola, ma per certe domande ci vuole tempo e pare ci sia un’urgenza oggettiva che sprona al cambiamento, una responsabilità della scuola nel frenare il progresso, che richiede la messa al bando di psichismi e intellettualismi. Ci vuole prassi, non speculazione.

E per fortuna la risposta che nasce dalla prassi arriva. Si chiama flipped classroom ed è una sperimentazione didattica che in sé condensa, riassume e commenta lo spirito in generale della Buona scuola (e anche la sua retorica). Proprio per questo può rappresentare una sorta di bigino interessante per formarsi in modo pratico e veloce (attributi richiesti dal ritmo contemporaneo) uno sguardo d’insieme. Oppure può essere considerata un frammento da cui lasciar irradiare una serie di contraddizioni che chiamano il pensiero all’allerta.

Flipped significa ribaltata; rivoluzionata per i più ambiziosi. L’arma di questa rivoluzione è la tecnologia. Per l’appunto: la sperimentazione flipped rappresenta agli occhi dei suoi ideatori la possibilità di un’applicazione didattica sensata delle TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), fino ad ora entrate un po’ come intruse nelle aule scolastiche: appoggiate alle pareti come soprammobili (pensiamo alle grigie LIM, le lavagne elettroniche, laddove i finanziamenti statali o privati ne abbiano concesso l’acquisto); oppure sfoggiate come orpelli al programma dell’insegnante più a la page, in corsa per il bonus docenti di fine anno; ma mai veramente usate – così pare – nel loro potenziale di trasformazione radicale del modo di fare lezione. Mai concepite come la reale possibilità di ripensare un’idea di scuola. Tutta un’altra storia con la flipped.

Lo stesso Tullio de Mauro, famoso linguista da poco deceduto, aveva salutato in maniera entusiastica questa novità all’interno di differenti articoli o prefazioni a manuali di didattica:

“Il modo tradizionale di far scuola è minacciato da un ciclone. Con nome inglese lo chiamano flipped classroom, la classe ribaltata.
La flipped classroom è […] un invito alla cooperazione: cooperazione tra alunne, alunni e insegnante, cooperazione fra gli stessi alunni e alunne, […] cooperazione nel liberare le energie intellettuali di tutti per accrescerle in tutti conquistando e interiorizzando nuova coscienza.”

L’esperimento parte dall’America, da una piccola scuola di montagna nel Colorado con alta percentuale di assenti. Proprio per ovviare a questo problema, i docenti decidono di sfruttare la tecnologia per registrare e caricare online le proprie lezioni, di modo che siano rese fruibili a chiunque e ovunque. Da questo primo, ancora rudimentale passo (siamo nel 2006), si avvia la staffetta della sperimentazione, che coinvolge differenti paesi, fra cui il nostro. Dall’idea, appunto, che le lezioni teoriche possano essere digerite comodamente a casa, sul divano del proprio salotto o in qualsiasi altro luogo, si sviluppa una nuova maniera di praticare l’ora in classe. Ecco quindi sintetizzato il cambiamento: si studia a casa o comunque fuori dalla scuola; dentro l’aula si applicano o costruiscono le conoscenze, si sviluppano quindi competenze. Meglio se quelle soft, caldeggiate dall’onnipresente Visco:

“Accanto alle conoscenze tradizionali oggi occorre coltivare un nuovo insieme di competenze, che servano anche a far fronte a situazioni inedite, come l’esercizio del pensiero critico, la propensione alla risoluzione dei problemi, la capacità di comunicare in modo efficace, l’apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo, la creatività e l’attitudine positiva nei confronti dell’innovazione […]. Sono i cosiddetti soft skills che, assieme a un bagaglio culturale adeguato, sono oggi considerati cruciali per qualsiasi occupazione.”

Insomma, chiunque a questo mondo desideri (o necessiti di) un’occupazione, dovrà dotarsi di un simile bagaglio di competenze, del resto molto generiche e in grado di suscitare, in proposito alla propria bontà, un plauso pressoché generalizzato: chi disdegnerebbe mai il pensiero critico, la creatività, lo spirito di collaborazione? Cosa significhino di preciso questi termini – e fra questi tanto più la parola competenze – non ci è dato sapere; spesso anzi la tendenza a inserirli in un elenco in crescendo, genera un effetto di svuotamento semantico, come quando si imparano le filastrocche da bambini e al di là del senso rimane la piacevole tiritera.

Ma spieghiamoci meglio sulla flipped classroom, che tali competenze andrebbe ad implementare. Il docente predispone video-lezioni in pillole: la durata suggerita non deve superare i quindici minuti, così è valutata la capacità di concentrazione degli studenti di oggi. Questi video, si capisce, devono saper attrarre la curiosità del ragazzo che apprende: non possono riprodurre la monotona voce del docente e la sua immagine statica, bensì devono saper mettere in atto le potenzialità del nuovo linguaggio: dinamismo, ritmo, semplificazione, centralità e estetica delle immagini.

Il professore meno tecnologico non deve temere: esistono banche dati di video-lezioni predisposte a cui può liberamente accedere, fra le quali la più quotata è la Kahn Accademy: una di quelle trovate individuali che arrivano a riscuotere un successo impensato grazie alla rete che ne amplifica la risonanza a livello globale. Salman Kahn, da cui deriva il nome dell’accademia digitale, altro non è che un ragazzo che attraverso i suoi video tentava di aiutare la cugina a passare l’anno in matematica. YouTube ha reso virale la diffusione di queste lezioni, apprezzatissime dai giovani per la strategia comunicativa utilizzata, che strizza l’occhio allo studente e procede per semplificazione dei contenuti e delle procedure di risoluzione dei problemi logico-concettuali. Make it easy: meno fatica e più piacere.

Se la parte teorica viene assunta in piccole e graduali dosi a casa, in classe il docente si sgrava della necessità di trasmettere conoscenze – di ripetere meccanicamente i contenuti del libro, secondo alcune interpretazioni – e può organizzare percorsi e laboratori di costruzione dei  saperi, trasformandosi da sage on the stage a guide on the side, come decanta il manuale sulla Flipped scritto da due docenti dell’Università di Padova, Cecchinato e Papa, fra i più accaniti sostenitori e promulgatori di questa sperimentazione. Il professore non pontifica più, non è il maestro; ma il mentore, tutor, facilitatore dei processi di conoscenza.

Vaga per una classe che già solo a livello di organizzazione dello spazio vorrebbe rivendicare una rivoluzione concettuale: nessun banco rivolto alla cattedra, nessuna autorità al cospetto della quale intrupparsi, nessuna voce da porre a un’altezza diversa, ma tavoli di lavoro predisposti per guardarsi in faccia fra pari, collaborare, sfidarsi. Laboratorium e non più auditorium.

Il perno di tutto questo ribaltamento è lo studente, vero e unico dio – almeno a livello di declamazioni ufficiali – non solo del progetto di flipped classroom, ma di tutto il processo di riforma della Buona scuola. Il soggetto sta sopra alla classe: ogni attività didattica va pensata e modellata sulle specificità di ciascuno, perché ognuno è diverso e insostituibile e va incentivato nella sua peculiarità. L’escamotage delle video-lezioni, infatti, aderisce al comandamento nr.1 della nuova ricetta educativa, quello della personalizzazione dell’apprendimento: ciascuno studente, infatti, potrà accedere al video tutte le volte che ne avrà bisogno, potrà riavvolgerlo e ascoltarlo all’infinito, assecondando il singolare stile e ritmo di apprendimento.

L’organizzazione del lavoro in classe, a sua volta, punta a carezzare la motivazione degli studenti, attraverso la proposta di problemi sfidanti, giochi o compiti di realtà, che, riallacciandosi alla quotidianità dei giovani, non lascino percepire lo studio come un momento obsoleto e scollato dalla vita quotidiana, ma ne mettano in risalto gli aspetti pratici e utili per acquisire competenze centrali nel presente: l’imprenditorialità, per citarne una. E non una a caso, ma così importante che addirittura è prevista l’introduzione strutturale nelle scuole secondarie di secondo grado (superiori) di percorsi di educazione all’imprenditorialità. Così recita un recentissimo documento del Miur (26 marzo 2018)

“Grazie ad un Sillabo dedicato, le scuole saranno accompagnate nella costruzione di percorsi strutturati per dare a studentesse e studenti la capacità di trasformare le idee in azioni attraverso la creatività, l’innovazione, la valutazione e l’assunzione del rischio, la capacità di pianificare e gestire progetti imprenditoriali. Scopo dell’introduzione dell’Educazione all’imprenditorialità è quello di sviluppare nelle studentesse e negli studenti attitudini, conoscenze, abilità e competenze, utili non solo per un loro eventuale impegno in ambito imprenditoriale, ma in ogni contesto lavorativo e in ogni esperienza di cittadinanza attiva. Si tratta pertanto di competenze trasversali e di competenze per la vita.”

Come si riconosce, lo stile è quello dei commenti precedenti. L’imprenditorialità viene presentata quale dote universalmente valida, che associa magicamente la possibilità di rendersi autonomi e vincenti nel contesto sociale all’acquisizione di doti di cittadinanza attiva. Come fare un’equivalenza fra imprenditore e cittadino; fra successo personale e benessere collettivo. Come sottintendere che tutti ambiscano a diventare imprenditori di se stessi.

Altra tattica motivazionale costruita sulle esigenze dello studente è l’introduzione della tecnologia in classe, come nel caso della BYOD (bring your own device: portati a scuola il cellulare, da usare per ricerche o test), strategia spesso correlata alla flipped. In questo modo entrare in aula non equivarrebbe più a un tuffo nel passato per i nativi digitali. La scuola non sarebbe quell’ambiente desueto e anacronistico in cui mettere in stand-by la vera vita. Non rappresenterebbe in effetti alcuna alternativa rispetto al contesto in cui i ragazzi sono quotidianamente calati. Immersi. Sommersi.

Insistono in proposito Cecchinato e Papa:

“I prodotti digitali sollecitano, invece, un’altra forma di apprendimento che ci ha accompagnato nel nostro sviluppo evolutivo da ben prima dell’avvento della scrittura e che si attiva semplicemente dal rapporto diretto con la realtà di cui tutti i giorni incessantemente facciamo esperienza. Questa modalità che viene definita percettivo-motoria o esperienziale, è quella che mettiamo in atto fin dall’infanzia […]. Essa porta di norma a un apprendimento più naturale, stabile e significativo.”

La flipped è quindi innovativa, centrata sullo studente e sulla realtà tangibile, sensibile alle competenze richieste dal nostro millennio e addirittura, grazie all’introduzione della tecnologia, rispetta modalità più naturali di apprendimento.

Eppure ci riserviamo un margine di sospetto e di dubbio di fronte a questo progetto, ma in definitiva al cospetto del più ampio piano di riforma dell’educazione di cui esso è solo un tassello, e che a sua volta ci parla di una certa idea di società e di uomo, che nel laboratorio scolastico andrebbe in qualche modo impastata.

Partiamo dalla retorica già evidenziata ed evidente nei documenti citati, che avvicina un senso di ineluttabilità del cambiamento alla profusione di ridondante entusiasmo; che si barrica dietro un linguaggio semplice, assertivo e scansa approfondimenti, dubbi o nodi critici in nome della prassi, della spontaneità e naturalezza appunto di determinati processi, i quali vengono sottratti dal loro statuto di scelte strategiche e storicamente determinabili per entrare nel pulviscolo delle cose giuste in sé. Essere tecnologici usando le Tic; essere imprenditori di se stessi e degli altri; personalizzare la didattica; essere veloci, smart, pratici, efficaci è naturale: non risponde alle richieste e alla logica del nostro tempo e del modello economico in cui siamo calati, ma è praticamente un adeguamento tardivo della scuola alle strutture del DNA umano. Altra motivazione che genera sospetto riguarda la brusca metamorfosi dei toni quando si passa a descrivere il modello tradizionale di scuola che starebbe alle spalle di questa rivoluzione.

“[..] In molti paesi una sacra trinità ha presieduto da secoli alla vita della scuola: 1) silente ascolto in classe della lezione dell’insegnante che tra cattedra e lavagna racconta quel che nel libro è già scritto; 2) a casa studio (del libro) ed esercizi di applicazione dello studio; 3) di nuovo in classe, interrogazioni “alla cattedra” per verificare lo studio del libro.”

La metafora utilizzata parodicamente – anzi sarcasticamente – da De Mauro nell’articolo già citato, si basa su un forte processo di semplificazione e stereotipizzazione di un passato percepito come un blocco monolitico da scartare in toto, in quanto espressione di un contesto brutale e autoritario, da profanare finalmente in nome delle libertà offerte dalle nuove pratiche didattiche che, adeguandosi all’orizzontalità della rete-linfa del nuovo mondo, rifiutano le gerarchie. Del resto: «Ogni voce, anche la più autorevole, è avvolta nel coro, o, anzi, diciamo pure, nel frastuono di voci molteplici varie per lingua, paese, epoca. Un semplice click mette in crisi chi ritiene di poter essere l’unica voce monologante».

Si potrebbe continuare a carrellata, pescando questa volta dal manuale di Cecchinato – Papa ulteriori attributi con i quali si dipinge il metodo tradizionale di fare scuola: «insegnamento trasmissivo», «atteggiamento monologante ex chatedra», «ruolo monopolista dell’insegnante», «meccanica ripetizione», «standardizzazione», «addestramento», «ritmi univoci», «passività», «demotivazione».

In controcanto invece gli aggettivi del metodo flipped: «collaborazione, «laboratorio», «costruzione», «dialogo», «colloqui multidirezionali», «comunità», «apprendimento attivo», «intuito», «immaginazione», «creatività», «motivazione». Per terminare con il tripudio:

“Forse è proprio giunto il momento che nessuno studente “dorma” più in classe, ma che ci “viva” sempre pienamente come al di fuori di essa.”

Forse. Ma ogni volta che le retoriche si orientano così esplicitamente verso la formulazione di un nemico pubblico, creando un contrasto tanto marcato fra il bene e il male, fra luce e ombra, pare di sentire puzza di irrealtà (di demagogia). Come gli oggetti, quando li investe una piena luce, perdono dimensione e paiono piatti, onirici: schegge di sogno o di incubo; così un discorso del genere non sembra voler innescare un reale confronto fra passato e presente, fra tradizione e innovazione, che dia spessore al ripensamento critico dell’oggetto scuola; si direbbe piuttosto direzionato verso l’appiattimento delle questioni e l’acquisizione di un consenso acritico, generale, immediato. Narcotizzato. Il cambiamento non avviene a furia di rimozione, lo insegna un secolo di psicanalisi. Quindi forse non è propriamente il cambiamento ciò che si vuole. Tanto meno una rivoluzione. Proprio quest’ultimo è uno di quei termini che, all’interno delle retoriche del nuovo, ha subito un processo di risemantizzazione che cerca di spogliarlo del suo significato storicamente determinato. Dal dizionario Treccani, infatti:

“Mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici:
a) in senso stretto, il processo rapido, e per lo più violento, attraverso il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle vigenti istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, sovvertono tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento.
b) In senso più ampio, qualsiasi processo storico o movimento, anche non violento e protratto nel tempo, attraverso il quale si determini un radicale mutamento di fatto delle strutture economico-sociali e politiche, o di particolari settori di attività.”

Dietro i ribaltamenti come quelli della flipped classroom, al contrario, non c’è l’intenzione di costituire alcun nuovo ordine; piuttosto pare evidente quella di adeguare la scuola all’ordine del mondo che sta fuori in maniera più sistematica e produttiva. Lo dice anche Visco che sono mutate le competenze richieste dal sistema produttivo, quindi che la scuola si deve attrezzare per fornirle ai propri acquirenti, gli studenti. E afferma inoltre che «la competenza […] favorisce un rapido adattamento ai mutamenti».  Da chi sono quindi determinate, da chi sono richieste le famose competenze che hanno invaso la scuola? Pare che siano le imprese a richiederle, più ancora che la disinteressata ricerca pedagogica, volta al benessere dello studente-sole del sistema della buona scuola; lo stesso studente che viene identificato, a livello aziendale (e non solo), con il termine poco personalizzante di «capitale umano». Il capitale umano identifica, ad essere maggiormente precisi, «il patrimonio di abilità, capacità tecniche e conoscenze di cui le persone sono dotate».  Il tuo sapere e saper fare è, in poche parole, il capitale che tu possiedi e puoi investire nel mondo del lavoro: meglio dare priorità all’apprendimento del saper fare, dato che il sapere spesso rende poco malleabili e non è qualità gradita. Il successo o il fallimento dipendono esclusivamente da te: quindi via all’imprenditorialità, alla creatività, al team, alla competizione, al problem solving. Se hai già imparato tutto ciò nella flipped classroom, tanto meglio per te!

La spinta individualistica incentivata carsicamente al di là di tutti i meravigliosi lavori di gruppo proposti in classe e evidente nella centralità dei compiti sfidanti; la sacralità delle personali attitudini, ritmi, stili di apprendimento, contro il concetto di comunità classe; la disabitudine a porre alcune voci al di sopra della propria, la disconoscenza quindi dell’esistenza delle gerarchie; la svalutazione del pensiero teorico al cospetto di quello prassico-operativo; la vittoria delle competenze sulle conoscenze: tutto ciò configura un tipo umano desiderato e «in formazione». Un soggetto autocentrato, esaltato di fronte al nuovo, adattabile (l’ha detto Visco), non in grado di individuare i reali rapporti di potere che stanno alla base di qualsiasi società organizzata, incapace di sviluppare un pensiero critico slegato dalla prassi. A chi serve un tipo umano così determinato? È semplicemente un disinteressato adattamento alla natura umana del XXI secolo?

Partiamo da una realtà: la scuola è nel presente e nella società, di conseguenza tende a mutare in relazione al momento storico e al contesto di riferimento. Questa istituzione da una parte rispecchia i caratteri della realtà in cui è calata, dall’altra contribuisce però alla formazione del futuro. Per questo, seppur non si tratti di un’isola, sarebbe auspicabile che mantenga un margine di indipendenza dai diktat della contemporaneità: se infatti l’aderenza al presente è completa, dove si crea lo spazio vuoto necessario al passo del cambiamento? Soltanto nelle dittature il progetto formativo si assoggetta in maniera acritica (forzatamente in alcuni casi) allo stato di cose: basta osservare una pagella dei tempi del fascismo per sorridere di fronte all’introduzione nel curriculum scolastico di alcune materie perfettamente coerenti con l’ideologia del regime come: “Nozioni varie e cultura fascista” o “Igiene e cura della persona”. Solo una dittatura ostacola il movimento sociale e la trasformazione, a favore dell’intruppamento e dell’immobilismo. Ma la nostra Repubblica nasce dal rifiuto della dittatura e delle sue restrizioni; il presente è anzi il secolo delle libertà. Perché quindi si chiede alla scuola un appiattimento, un adattamento totale al presente? E soprattutto perché una richiesta simile viene celata dietro il pretesto di un movimento naturale, ineluttabile e non dichiaratamente scelto?

Perché questo disegno non deve vedersi; perché nello svelarsi commenterebbe in maniera ben più ampia una realtà che riguarda il nostro tempo post-ideologico: anche laddove viene celato, un progetto sociale e antropologico c’è e con esso ci sono le gerarchie e i rapporti di potere. Non esiste la pura superficie, la sconfinata libertà acefala.

La scuola, nel suo ruolo di formatrice dei futuri cittadini (e non unicamente dei futuri lavoratori, con le competenze adeguate), ha una responsabilità nel garantire a questi gli strumenti per interpretare anche criticamente il proprio tempo. Come diceva Calvino, per guardare le cose in maniera più lucida a volte serve la distanza: questa distanza potrebbe essere garantita dall’istituzione scolastica e insieme ad essa si porrebbero le condizioni affinché si crei un’alternativa rispetto a uno stato di cose che è storicamente ed economicamente determinato. La scuola avrebbe l’opportunità di fornire un controcanto alla narrazione dominante, al pensiero a una dimensione, proprio perché in essa sopravvive una possibilità di anacronismo. Seppur non la si debba considerare un’area franca rispetto al contesto in cui è calata, la si potrebbe pensare come zona ambigua: in essa infatti convivono le tre temporalità che fuori tendono ad essere appiattite sul presente. I più giovani, quelli che entrano in classe con lo smartphone acceso e che saranno gli adulti della società a venire, vengono a contatto con il tempo lungo del sapere, con il ritmo diverso dello studio, con la fatica contro ogni soluzione immediata e facile e con l’esistenza di gerarchie, che potranno essere messe in discussione solo una volta riconosciute.

Proprio nel fare resistenza al completo adeguamento all’oggi e ai suoi valori, in una relazione quindi differente con il passato, sta il margine davvero educativo della scuola.

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Rivoluzioni scolastiche su sfondo (sociale) piatto ultima modifica: 2018-12-08T07:11:52+00:00 da Gilda Venezia

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