Scuola, perché le chat fra prof, genitori e studenti sono da evitare

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Un docente viene querelato per molestie da tre studentesse. A parte questo caso limite, è evidente che per insegnare non serve essere amici digitali.

Il reato di molestie, dice il professore di storia e filosofia del liceo Tasso di Roma che rischia di vedersi imputato proprio di simili fattispecie, “andrebbe aggiornato a un periodo, quello attuale, in cui tutti quanti hanno il cellulare”. Tre alunne, due maggiorenni e una minorenne, accusano il docente di aver inviato loro messaggi equivoci e dal contenuto scivoloso. A volte anche sessualmente espliciti e, nel complesso, profondamente inadeguati.

Una questione di lessico” dice il docente. “Senza il rifiuto non c’è la molestia, le ragazze hanno sempre risposto ai messaggi” aggiunge il legale del prof. Roba da matti.

Secondo le tre allieve, che hanno raccontato la loro versione alla pm romana Francesca Passaniti, “il professore aveva avuto il nostro numero di telefono l’anno scorso. In un momento, per noi, particolarmente difficile. Lui era stato l’unico a starci vicino e a mostrarci umanità”. Poi un passaggio di troppo: “Frasi spinte, espliciti riferimenti a parti del corpo e a situazioni erotiche”.

Al contrario il docente sostiene di essersi interessato alle questioni sentimentali delle liceali solo perché le stesse si erano confidate. Intanto il 12 gennaio l’uomo sarà ascoltato in procura, ma non risponderà alle domande degli inquirenti: l’intenzione è visionare prima tutti i contenuti forniti dalle studentesse.

Oltre il caso romano, e al di là del canale utilizzato, il problema più ampio è quello del mescolamento dei rapporti fra docenti, allievi e genitori reso possibile (meglio: più semplice, molto più semplice) da chat e applicazioni. Gruppi di ogni genere puntellano la vita di mamme, papà, spesso anche dei professori e dei ragazzi, con la possibilità di perdere spesso l’orientamento rispetto all’opportunità di intrattenere certi rapporti su piattaforme che favoriscono confidenza e informalità.

Il problema, sostengono alcuni presidi e riporta una giusta riflessione pubblicata sulla Tecnica della Scuola, è che non dobbiamo essere amici, magari virtuali, per fare lezione insieme: chat e gruppi WhatsApp prof-alunni andrebbero dunque fatti fuori. Mai posizione fu più corretta.

Le chat a scuola sono un utile strumento se utilizzate con consapevolezza. Al di là dei fatti contingenti – ha spiegato Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale presidi del Lazio – è sempre indispensabile che nel rapporto tra docente e studente non venga mai a mancare il reciproco rispetto e non si dia spazio a comunicazioni di tipo personalistico, come purtroppo spesso avviene sui social”.

Ancora: l’ex preside del Newton parla di “autorevolezza” e soprattutto della necessitò di lavorare a un codice deontologico degli adulti che operano o si rapportano con le scuole(presidi, insegnanti, impiegati e genitori). “Prendiamo spunto da esempi positivi di altri paesi per affrontare per tempo queste problematiche, che possono garantire un’immagine limpida e veramente educativa dei sistemi scolastici” ha detto.

Le situazioni, pur rientrando sotto lo stesso cappello, sono di due tipi diversi. I gruppi degli studenti e dei genitori fanno ovviamente storia a sé stante, rientrando nella libera scelta dei partecipanti. Rimane la necessità di capirne il senso e l’utilità: forse la scuola non comunica bene? I capannelli in attesa dei ragazzi all’uscita non bastano più? Magari aggiungono informazioni e dettagli alla vita scolastica dei propri figli ma cosa e quanto tolgono in termini di igiene psicologica, serenità, riservatezza? Il caso, invece, di contatti e gruppi fra docenti e genitori o insegnanti e studenti è ben diverso: andrebbe vietato del tutto.

Ci ha provato la preside dell’istituto comprensivo di Vazzola e Mareno di Piave, in provincia di Treviso che, lo scorso 14 dicembre, ha pubblicato una chiarissima circolare dal titolo esplicito: Uso e abuso delle chat. Si rivolge ai professori e impedisce loro la partecipazione a conversazioni con genitori e allievi. La chat di classe dovrebbe essere attivata solo tra genitori e “riservata esclusivamente a situazioni amicali”, ha scritto la preside.

Nel passaggio dedicato ai docenti la dirigente ricorda che “in nessun modo la chat può sostituire una comunicazione ufficiale (diario, registro elettronico, circolari)” e che inoltre i prof, “all’interno della scuola e nel rapporto con genitori ed alunni, rivestono il ruolo di Pubblico Ufficiale e sono tenuti al rispetto del Codice di comportamento dei pubblici dipendenti”.

Chiude con un richiamo all’uso consapevole della chat e dei social: Nel rapporto con minori, è compito di tutti gli educatori – genitori ed insegnanti – indurre la riflessione su queste tematiche e definire regole chiare di utilizzo”.

Il punto è sempre lo stesso: opporsi alla prepotente tesi per cui disporre di un mezzo non significa doverlo per forza usare. Non vuol dire dover cedere sempre e in ogni situazione. Rifiutarsi di partecipare a certe conversazioni – vale per i genitori ma soprattutto per i docenti – non è certo una mancanza di disponibilità e trasparenza.

Al contrario, rappresenta la sua massima tutela: le scuole hanno canali, momenti e spazi per il dialogo, il confronto de visu, la riflessione e l’informazione sulle attività degli studenti. Occorrerebbe tornare a passare anzitutto da quelli e mai, se non per questioni di emergenza o particolarmente delicate, dalle piattaforme virtuali che ci invitano a fare di ogni gruppo sociale che frequentiamo un gruppo digitale. Mettendo tutti, anche chi dovrebbe ricoprire un ruolo di (residua, visti i tempi) autorevolezza, sullo stesso piano di indistinta confidenza.

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Scuola, perché le chat fra prof, genitori e studenti sono da evitare ultima modifica: 2018-01-04T20:53:24+02:00 da Gilda Venezia
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