Una professoressa esasperata

di M. L., Italians, 8.2.2023.

– LETTERA –

risponde Beppe Severgnini.
Gilda Venezia

Dottor Severgnini, raccolgo il suo invito e la ringrazio per l’attenzione che riserva al mondo della scuola. Non voglio controbattere ai suoi argomenti, le voglio invece raccontare la mia giornata-tipo nella scuola, perché forse è simile a quella di altri docenti e qualcuno si riconoscerà.

Premetto che insegno filosofia e storia in un liceo scientifico, in una cittadina della Lombardia. L’istituto comprende anche un tecnico e un professionale.

Parto proprio dall’inizio. Il primo impegno della giornata è quello di trovare un posto non troppo vicino alla scuola per parcheggiare la macchina. Già, avendo per tre volte subito atti vandalici, compresa la rottura dei finestrini, meglio stare alla larga dal parcheggio interno e zone limitrofe.

Dopodiché entro a scuola: cerco di arrivare in anticipo e di evitare la ressa sulle scale. Peso 50 kg e mi dispiacerebbe diventare virale su Tik tok per via dell’ultima moda, il colpo al professore con lo zaino. Già di prima mattina ci sono capannelli di ragazzi che fumano in cortile, nonostante i divieti, e il sentore di marjuana è molto forte. Essendo l’istituto noto per attività di micro-spaccio, dentro i cancelli o fuori dai cancelli un giorno sì e uno no staziona una macchina dei carabinieri o della polizia.

Entro in classe. In teoria alle ore 8.50 devono arrivare i ragazzi ma è un miraggio: arrivano tutti alla spicciolata e la lezione non può davvero iniziare prima delle 9.10, finché non compaiono gli ultimi ritardatari che si sono attardati al bar o per i fatti loro e che entrano non salutando, sbattendo lo zaino sul banco e altre amenità.
Il professore di solito non si saluta. Nemmeno il primo giorno di scuola sono stata salutata dagli allievi (non tutti, qualcuno lo ha fatto). In una classe quinta che vedevo per la prima volta, sono entrata, mi sono seduta, ho salutato i ragazzi e tutti quanti hanno continuato a fare quel che stavano facendo: urlare, sghignazzare, stare in piedi o col cellulare in mano.
Finalmente parte la lezione. Per fortuna un quarto della classe è davvero interessato a quel che dico e partecipa attivamente. Con pazienza, esperienza e un po’ di tecnica professionale si riesce a coinvolgere anche altri ragazzi, giustamente sta qui la capacità di un insegnante: coinvolgere anche chi è passivo o non è interessato.

Fin qui tutto bene o quasi. Il problema è quel gruppo di ragazzi che davvero non sembrano avere alcuna consapevolezza del luogo in cui si trovano e del perché sono lì, iscritti forse perché “il liceo è meglio”: non hanno libri né quaderni, prendere appunti è un miraggio. Non è che non vogliono far nulla, è che vogliono proprio impedire che si svolga la lezione attraverso una continua sfida e svalutazione del docente, attraverso la presa in giro dei compagni che partecipano e fanno domande. La dinamica può rimanere sotto controllo se il numero di questi ragazzi è di due o tre per classe.
Quando sono più numerosi, i risultati sono devastanti per tutti: difficile impostare una lezione attiva, un dibattito, un approfondimento. Il clima diventa ostile, repressivo, parte la minaccia di note, cala alla fine il silenzio ma è un silenzio che congela la lezione, una lezione noiosa per chi la fa e per chi la subisce. Le strategie possono essere diverse: quella che utilizzo io è di trovare un accomodamento, un compromesso reciproco con questo gruppo di ragazzi: fate quel che volete, usate pure il cellulare tutta l’ora (alla faccia della circolare ministeriale!) ma non disturbate la lezione in nessun modo.
In lontananza, si odono le urla che arrivano dalle classi del professionale, i banchi e le sedie sbattuti di qua e di là, porte e finestre aperte a caso e altro chiasso difficile da decifrare, i bidelli che intervengono nei corridoi (per inciso, anche i collaboratori scolastici sono trattati con molto poco rispetto, non solo i docenti).

Arriva la ricreazione: è generalmente un caos completo. Le urla sono devastanti ma nessuno sembra farci più caso. Il linguaggio scurrile e le bestemmie non si contano, anche davanti ai docenti che fanno sorveglianza. Sulle scale, in cortile e nei bagni si fuma senza pietà. Mozziconi ovunque, cartacce ovunque dentro e fuori dalle aule. Circolari su circolari a quanto pare non sono servite a nulla. Intervenire verbalmente significa esporsi come minimo alla derisione, come docente donna mi sento anche fisicamente intimidita a farmi largo per passare in mezzo al cortile, dico la verità.

La ricreazione finisce. Naturalmente si rientra in classe alla spicciolata e con grande ritardo. Ristabilire la calma richiede grandi doti e gran dispendio di energia. Arriva il momento della verifica (programmata ovviamente con largo anticipo, non sia mai), ma, come prevedibile, un quarto della classe è rimasto a casa o ha deciso di uscire proprio l’ora prima. Può essere che lo studio non si sia bene integrato con le tante attività che devono svolgere i ragazzi al pomeriggio, con loro diritto a viversi la vita…

La valutazione? C’è la griglia del Dipartimento da seguire, per non arrivare al sei bisogna davvero non aver scritto o detto proprio nulla. Fioccano i voti medio-alti, sono irrealistici ma tant’è.

Suona finalmente la campanella. Di nuovo il caos, attendo un buon quarto d’ora prima di uscire dalla scuola, lascio che il carosello di motorini faccia il suo corso. Da una macchina con i quattro finestrini abbassati un gruppo di ragazzi fa suonare a tutto volume una canzone: è “Faccetta nera”.

Rientro a casa e sono svuotata e senza energia. Ripenso anche a quegli interventi intelligenti, stimolanti, a quelle domande incuriosite che mi hanno fatto alcuni ragazzi. Dovrò approfondire anch’io, per rispondere al meglio la prossima lezione.
Arriva il famoso pomeriggio del docente, il pomeriggio del docente fannullone che si lamenta per il basso stipendio e che di fatto lavora solo 18 ore alla settimana.
Bene, se non ci sono riunioni, io il pomeriggio lo passo a studiare e a preparare le mie lezioni. Per quel che ne so, anche la maggior parte degli altri docenti lo passa allo stesso modo. Si studia per passione della propria disciplina o perché semplicemente non ci si può permettere di arrivare a lezione impreparati e senza materiali. Del resto, non sono Pico della Mirandola, insegno due materie in classi diverse, per un totale di sei programmazioni annuali. Mi pare ovvio, a meno che non si voglia improvvisare con esiti catastrofici anche per la propria credibilità agli occhi dei ragazzi, che bisogna continuare a studiare, ad aggiornarsi, e tanto. Anche un docente di lungo corso deve comunque adattare i materiali alle diverse classi, al tipo di liceo, ai diversi manuali in uso, oltre che ovviamente predisporre e correggere le verifiche.

Mi chiedo: ma chi vorrebbe farci passare anche il pomeriggio a scuola, come e quando crede che possiamo fare questo lavoro? Di notte?
Si conclude così la giornata del docente, alla fine non si è staccato mai dalla scuola, perché tutto il giorno ti risuonano nella testa le provocazioni, le risposte maleducate, le osservazioni critiche di qualche genitore a colloquio, ma anche le domande intelligenti, l’intervento che non ti saresti aspettato, e perfino le parole di qualcuno che ti ha detto: “Prof, è stata proprio interessante questa lezione!”.

M. L.

Mi ha chiesto, a parte, di firmare solo con le iniziali, e così faccio. Dunque, gentile M. L.: lei mi accusa di scaricare sui docenti anche la responsabilità del calo di iscrizioni al classico. Be’, non su tutti. Ce l’ho con la minoranza di docente ferocemente severi: quelli che pretendono quattro/cinque ore di studio a caso, che rifilano i due per pochi errori, che umiliano i ragazzi. Ne ho incrociati: non nei miei anni di liceo, fortunatamente. E sì, credo che anche questo abbia allontanato molte famiglie dal liceo classico. Dove – le ricordo, ma lo sa – escludo che la situazione è simile a quella della scuola dove lei insegna.

La sua lettera è interessante, ma ultronea (termine giuridico che piaceva a mio padre): un po’ eccessiva. E poi parla d’altro. Ho voluto pubblicarla, nonostante la lunghezza, perché la sua infelicità professionale – del tutto giustificata – tocca alcuni punti dolenti dell’istruzione in Italia. Atti vandalici sull’auto, aggressioni (il colpo al professore con lo zaino? veramente?), microspaccio; e poi urla in classe, boicottaggio delle lezioni. Il preside non aiuta? Esiste la sospensione. Un intervento che non è prova di cattiveria, ma un estremo rimedio.

Se mi dice qual è la sua scuola, verrò a trovarla. Non risolverò niente, certo. Ma almeno capisco meglio la situazione.

Una professoressa esasperata ultima modifica: 2023-02-08T06:35:19+01:00 da
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