Chiamata diretta: Con ambiti territoriali via a mercato delle vacche con precarizzazione ruolo docente

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Professionisti Scuola Network  22.8.2016mucche_6a

– Arrivano in redazione numerose segnalazioni di bandi dei DS che, in maniera quantomeno fantasiosa, indicano per la chiamata diretta improbabili requisiti, più o meno qualificanti, che rappresentano, quando non sia un tentativo di favorire un docente segnalato, un chiaro delirio di onnipotenza. Al riguardo pubblichiamo la lettere giunta in redazione e riguardante alcune riflessioni sull’esito della mobilità e le conseguenze dell’applicazione della legge 107 riguardo a chiamata diretta, il merito e la “precarizzazione” del ruolo docenti.
Questo il testo della lettera firmata: Appena ufficializzati gli esiti della mobilità interprovinciale nella scuola, c’era chi esultava per il trasferimento ottenuto nelle vicinanze di casa propria (avendone tutte le ragioni, è ovvio), attribuendo il merito al ministro Giannini. Ma ciò è un torto, nel senso che è un ragionamento errato: un diritto non può essere spacciato come favore elargito arbitrariamente, a discrezione di un “santo”, per quanto potente. Insomma, se hai raggiunto finalmente lo scopo della tua vita, l’attesa ed agognata stabilità professionale, persino la vicinanza della sede, tale risultato non è ascrivibile al governo in carica, ma è evidentemente un diritto finalmente riconosciuto e a lungo negato. Nel contempo servirebbe obiettare che la presunta “stabilità lavorativa” è ormai un miraggio a causa della legge 107/2015, che ha precarizzato il ruolo docente, inquadrando la categoria nei famigerati PTOF, i Piani Triennali dell’Offerta Formativa, allo scadere dei quali il preside potrebbe anche non confermarti, o dichiararti in stato di esubero o non più funzionale alle esigenze della scuola in cui hai prestato servizio fino ad allora.

A quel punto che si prospetterebbe un amaro destino: finire nei famigerati “ambiti territoriali“, una sorta di calderoni da cui i DS e gli Uffici Scolastici andranno ad attingere il personale di cui hanno bisogno come avviene al “mercato delle vacche“.

A ciò si aggiunga l’aspetto della premialità dei docenti “meritevoli” secondo meccanismi o criteri fissati dai “comitati di valutazione“, che non tengono in conto il valore dell’insegnamento svolto in classe, nella misura in cui privilegiano ben altri valori o prerogative, più funzionali alla politica promossa dal preside nella propria scuola. Perché, se non si fosse ancora compreso, di questo si tratta: di politica, soprattutto in termini clientelari, ovvero di gestione aziendalista, manageriale, affarista della scuola, corruttele,malaffare, favoritismi, assistenzialismi. Altro che efficientismo, meritocrazia o altre baggianate, che sono fiabe per i bimbi.
Dunque, che fare? È il quesito che mette in imbarazzo soprattutto chi è onesto intellettualmente. Potrei cavarmela rispondendo in modo evasivo, senza sciogliere il nodo cruciale posto dal fatidico interrogativo, che è un nervo scoperto. Rispondo sinceramente: non lo so. Se servisse scendere in piazza a manifestare, allora converrebbe farlo. So che la famigerata “buona scuola” è in vigore, malgrado gli scioperi e le proteste del mondo della scuola. I burattinai hanno verificato che la reazione non sarebbe durata a lungo e fosse un fuoco di paglia dei sindacati di categoria. Infatti, le proteste, le polemiche esternate con gli mezzi a nostra disposizione, soprattutto Internet e i social, le assemblee auto-convocate, le manifestazioni di piazza, sfidando le forze dell’ordine in assetto antisommossa, tutto ciò non è servito. Le nostre proteste non sono servite ad arrestare gli infami propositi del governo e di chi lo sponsorizza. La legge 107/2015 è ormai una realtà con cui occorre fare i conti: la “chiamata diretta” è passata sotto spoglie neanche mentite: “chiamata per competenze“. Il “merito” è un surrogato con cui si premieranno i leccapiedi. Per cui ritengo che convenga restare vigili nei collegi dei docenti, pronti a reagire, magari creando un fronte unito nel corpo docente. Se possibile. E ciò è esattamente il principale elemento di criticità della categoria docente: l’assenza di coesione interna, solidarietà corporativa. Nelle alte sfere lo sanno. Come lo sanno i DS, che insistono su tale debolezza. Sanno che ci possono dividere facilmente, innescando contese miserabili, litigi come quelli tra i capponi di Renzo (o Renzi) nei Promessi Sposi. Basta ventilare premi di pochi spiccioli in più.

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