Renzi: «Ho sbagliato sulla scuola». E fa il bullo con i docenti: «Non cederemo a rendite di posizione»

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Ddl Scuola. «Ci metteremo una settimana in più […] ma la riforma la portiamo a casa». Il presidente del Consiglio avverte i sindacati e i docenti: «Non cederemo a chi dall’alto delle proprie rendite di posizione pensa sia intoccabile»

di Roberto Ciccarelli, il manifesto 7.6.2015.  

Pd: segreteria su l.elettorale e piano lavoro

Renzi si è accorto di avere perso più di due milioni di voti in un anno solare. Un con­tri­buto a que­sta sua per­so­nale disfatta l’ha data la cam­pa­gna «Io non voto Pd» diven­tata popo­la­ris­sima nella scuola che si oppone ad un Ddl dal nome enfa­tico, quanto infon­dato, la «Buona scuola». Per que­sto ieri, dal palco de «La Repub­blica delle idee» a Genova ha riba­dito — per la seconda volta — di essere dispo­ni­bile al «dia­logo». «Stiamo discu­tendo, siamo pronti a ragio­nare». Quando l’ha detto in un’altra occa­sione, Renzi ha simu­lato un dia­logo pro­ce­dendo sulla strada dell’aziendalizzazione e della mono­cra­zia sco­la­stica isti­tuendo il «preside-manager-sindaco» a sua imma­gine. Nes­suno ci ha cre­duto e lui ha perso due milioni di voti. Il pre­si­dente del Con­si­glio ha ammesso di avere «fatto un capo­la­voro a farli arrab­biare tutti». Ha aggiunto una subor­di­nata: «Se qual­cosa nella comu­ni­ca­zione non ha fun­zio­nato, allora è colpa mia». In effetti, pre­sen­tarsi con i ges­setti e la lava­gnetta è stato un disa­stro comu­ni­ca­tivo, segno di arro­ganza. Certi sim­boli con­tano con la classe docente. Poi la noti­zia: «Ci met­te­remo una set­ti­mana in più […] ma la riforma la por­tiamo a casa». Al Senato i tempi della media­zione sul Ddl dure­ranno più a lungo. Dal 15 giu­gno (annun­ciato) il voto pas­se­rebbe al 22. E poi si torna alla Camera.

Il «cro­no­pro­gramma» di Renzi ha accu­mu­lato ormai due mesi di ritardo. Sono lon­ta­nis­simi i tempi del ricatto alle camere, quando diede appena 40 giorni per l’approvazione. Doveva essere a fine aprile. Siamo a luglio. Ma Renzi non rinun­cia a fare il bullo. Pro­mette «il mas­simo coin­vol­gi­mento» ma dice che «non cede­remo a chi dall’alto delle pro­prie ren­dite di posi­zione pensa sia intoc­ca­bile». Nella neo-lingua di quello che è stato sopran­no­mi­nato «il chiac­chie­rone di Firenze» (copy­right Giam­paolo Pansa) que­sto signi­fica che ai sin­da­cati non con­ce­derà nulla. Le «con­ces­sioni», in realtà, sareb­bero: allun­ga­mento della durata dell’incarico al pre­side mana­ger da tre a sei anni, e poi rota­zione. E slit­ta­mento di un anno degli «albi ter­ri­to­riali» da cui il pre­side recluta i docenti. Solu­zioni che non sem­brano rispon­dere alle richie­ste della mino­ranza Dem che, con Miguel Gotor chiede: stral­cio del decreto assun­zione dei pre­cari, amplia­mento della loro pla­tea, niente chia­mata diretta, no ai super-poteri dei pre­sidi e cam­bio sulle regole della valu­ta­zione e sui fondi alle pari­ta­rie. Pra­ti­ca­mente una riscrit­tura del Ddl. Le solu­zioni ipo­tiz­zate dai ren­ziani non intac­cano nem­meno le ragioni della pro­te­sta che chiede il ritiro o la riscrit­tura di un prov­ve­di­mento inemendabile.

Fonti par­la­men­tari smen­ti­scono l’intenzione di Renzi di sosti­tuire i dis­si­denti Mineo e Tocci dalla com­mis­sione Istru­zione al Senato, dove il Pd rischia di andare sotto. È anche pro­ba­bile che tale «dia­logo» sulla scuola Renzi lo stia tes­sendo con Forza Ita­lia, con­sa­pe­vole del fatto che non tutti i 24 dis­si­denti Pd gli vote­ranno con­tro sulla scuola. A luglio c’è il pas­sag­gio della revi­sione costi­tu­zio­nale e il Pd ha biso­gno dei voti di Ber­lu­sconi per farla pas­sare. Si può benis­simo ini­ziare dalla scuola. Sono tutte ipo­tesi pro­dotte dalla gene­ri­cità delle «aper­ture» di Renzi. In attesa della dire­zione Pd, domani ini­zia lo scio­pero degli scru­tini. Sarà la pro­te­sta più grande dal 1988–89.

Un altro record per il Par­tito Democratico.

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