Scuole aperte d’estate, perché sbaglia chi dice no

Fatto_lofo15di Alex Corlazzoli,  Il Fatto Quotidiano, 19.6.2017 

Il tema non è dei più appassionanti, almeno per chi non ha figli e vede ogni anno, verso maggio e giugno, giornali e tv attraversati dalla solita, sterile, polemica sull’opportunità di lasciare aperte o meno le scuole d’estate. Per chi i figli ce li ha, tuttavia, l’argomento è di sicuro tra i più sentiti, visto che nel nostro Paese quanto a calendario scolastico siamo fermi, credo, a una cinquantina di anni fa: le scuole chiudono intorno al dieci giugno e riaprono a settembre inoltrato, scaricando sulle spalle delle famiglie ben tre mesi di vacanze che vanno organizzate con le forze a disposizione, che sono spesso – specie per le famiglie non benestanti o con nonni e parenti lontani o non più vivi – molto poche e da centellinare con cura (visto che, tra l’altro, si continua a lavorare fino al dieci agosto per avere una ventina di giorni di ferie o poco più).

Perché è fondamentale che le scuole siano aperte per ospitareattività di grande qualità, altrimenti finiranno per accogliere solo i figli delle famiglie più disagiate, mentre chi può continuerà a optare per costosi campi di equitazione, nuoto, inglese, cinese etc., che hanno ormai prezzi davvero irraggiungibili per una famiglia media. La didattica, o attività, offerta dalla scuola dovrebbe essere concorrenziale a tutto ciò, e forse non sarebbe neanche così difficile, visto che i genitori spesso si fanno attrarre o da corsi che alla fine non sono altro che lussuoso intrattenimento o insegnamenti fuori luogo per bambini troppo piccoli (come la recente moda dei corsi di informatica estivi).

Poi c’è la posizione dei sindacati, che al solito produce nel cittadino, e nel genitore medio, una rabbia abbastanza sostenuta verso chi prende posizioni aprioristiche, quasi mai basate sulla concretezza dei fatti e senza una minima presa di coscienza degli enormi problemi di chi sta dall’altra parte della barricata. In questo caso, la posizione di molti sindacalisti – ad esempio il segretario generale della Uil scuola – è stata che la scuola non sarebbe “un servizio assistenziale e sociale ma una funzione dello Stato molto precisa che attiene alla formazione degli studenti. La scuola forma i bambini, non li assiste“. Un’esternazione retorica,  priva di senso, visto che primo non ci sarebbe alcun danno se la scuola fornisse anche, sì, perché no, una funzione assistenziale e sociale.

Secondo questa funzione, nel caso dell’estate, potrebbe come già detto tranquillamente coniugarsi con scopi educativi, magari aprendo le porte, perché no, a quelle associazioni che fanno corsi estivi fuori dalla scuola, selezionate attraverso seri bandi. Associazioni che potrebbero offrire, grazie al fatto che hanno un luogo fisico già pronto, quindi non devono spendere per l’affitto, e grazie ovviamente al contributo dello Stato, corsi a poche decine di euro, finalmente accessibili davvero a tutti, non solo a chi può permettersi di spendere migliaia di euro per estate e più.

Ma la posizione in un certo senso più sconcertante è quella di una parte dei genitori, come quella della presidente dell’Associazione Italiana genitori che ha dichiarato che “la scuola non deve diventare un parcheggio“. Certo, è giusto che i genitori vogliano chiarezza e progettualità, meno chiaro è perché comunque non richiedano a gran voce, e compattamente, che le scuole siano assolutamente aperte d’estate, come in buona parte dei Paesi europei, sia pure, appunto, sulla base di programmi opportunamente definiti.

Spiace dirlo, ma questa posizione – quella secondo cui è meglio che i bambini stiano a spasso per tre mesi di vacanza – viene espressa anche da numerosi genitori scrittori, sceneggiatori, giornalisti insomma appartenenti all’élite radical chic del Paese, che sono in tanti a sostenere che nei tre mesi di “vuoto” finalmente i bambini potranno  lasciare spazio alla noia, e insieme all’immaginazione, alla creazione, alla libera espressione del talento.

Ora, non voglio difendere una posizione utilitaristica, che poi è quella che prendono i genitori che mettono i bambini a fare i corsi di programmazione a sei anni, o a imparare il cinese a quattro, ma l’elogio della noia è una forma di impostura talmente grande da richiedere la più grande delle stroncature. Anzitutto, se i nostri bambini non sono abituati ad annoiarsi durante l’anno, certo non lo faranno in vacanza, tant’è che spesso le passano attaccati a smartphone e tablet. O si cambia ritmo tutto l’anno, cioè nella vita di sempre, o le vacanze non porteranno alcun giovamento in questo senso e allora tanto vale impegnarli in qualcosa di utile, magari, ad esempio, un  campo scout. Secondo poi, l’elogio della noia, di nuovo, lo fanno in genere solo quelli che poi hanno la possibilità di far annoiare i loro figli in comode ville al mare, o in alberghi tirolesi di montagna, non certo in appartamenti periferici in città, assediati dalla canicola, dove l’unico intrattenimento resta la tv.

Ben venga dunque il dibattito sulle scuole aperte d’estate. E ancora prima, quello sull’assurdità di un calendario scolastico che prevede troppi pochi giorni di studio, e non importa che siano le linee guida del Ministero, pochi sono. Non si possono chiudere le scuole a giugno e riaprirle a settembre, perché questa chiusura comporta un peso troppo grande sulle spalle delle famiglie più fragili. Agire per cambiare le cose non sarà facile, ma neanche troppo difficile. Ci vuole intelligenza, capacità di visione, voglia contrastare le diseguaglianze tra studenti. E soprattutto, ovviamente, molti – sicuramente non sprecati – soldi.

Altrove, ad esempio in Finlandia, l’hanno fatto, e sono diminuiti dispersione scolastica e bullismo. “Ma la tendenza ad allungare il tempo scolastico è in atto in molti paesi”, spiega il pedagogista Benedetto Vertecchi. “Lo ha fatto Macron ad esempio, con una riforma che ha stabilito che per assicurare l’uguaglianza delle opportunità educative occorre allungare il tempo scolastico. Lo ha fatto la Germania, dove le scuole sono aperte nel weekend per fare sport, teatro, laboratori, altro che il nostro formalismo burocratico che vede la scuola come un contenitore rigido dove si esce e si entra a una certa ora. Di fatto in molti paesi sono tornate all’interno delle scuole quelle esperienze che i bambini privilegiati ormai facevano all’esterno, con conseguenze positive in termini di socialità e rafforzamento delle competenze linguistiche. Per tutti, non solo per i più ricchi”.

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