Scuola-lavoro: una transizione ancora in corso

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di Francesco Pastore,  La Voce.info,   14.12.2016  

–  Sono molte le novità introdotte in Italia nel regime di transizione scuola-lavoro: dal Jobs act alla Garanzia giovani, alla riforma dei centri per l’impiego, alla Buona scuola. Il punto chiave però è prevedere un vero percorso di apprendistato, sul modello tedesco. Cambiare la laurea specialistica.

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Le novità
In pochi anni, sono state introdotte moltissime novità nelle transizioni scuola-lavoro in Italia. Si può parlare di un nuovo regime? La domanda è d’obbligo, se facciamo un piccolo bilancio: Garanzia giovani, Jobs act e riforma dei centri per l’impiego, alternanza scuola lavoro e principio duale. Se è la somma che fa il totale, l’intero sistema ne risulta modificato. È in atto una convergenza europea nei regimi di transizione. Però, restano molti dubbi Si può ancora parlare di modello mediterraneo? Meglio il sistema scandinavo o bismarckiano? E servirà ai nostri giovani? Quanto resta ancora da fare? Proviamo a mettere ordine. La chiave però è semplice: il sistema scandinavo (politiche attive, Garanzia giovani e alternanza) non basta; meglio il principio duale.

Jobs act e flessicurezza
Sul Jobs act si è già scritto tanto. Però, l’attenzione si è concentrata sul nuovo articolo 18, in realtà già ridefinito dalla riforma Fornero. Il Jobs act non è tanto o solo questo, ma l’introduzione di un sistema quasi compiuto, almeno sulla carta, di flessicurezza. Finalmente, si rende universale il sostegno al reddito per chi perde il lavoro, incluso i lavoratori temporanei, come prevedeva anche il Libro bianco di Marco Biagi. Anzi, ora il lavoro temporaneo costa più di quello a tempo indeterminato.
Resta da compiere l’ultimo passo: il reddito di cittadinanza per quando scade il sussidio di disoccupazione su base assicurativa. Credo sia soprattutto un problema di finanza pubblica. Non ce la facciamo a breve.
La novità, però, se guardiamo al Jobs act dal punto di vista dei giovani è il decreto 150 che dovrebbe risuscitare da una morte apparente che dura da decenni i centri per l’impiego, mettendoli davvero in concorrenza con le agenzie private, for-profit e non-profit, attraverso l’introduzione di un quasi mercato. Ciò dovrebbe rilanciare, a sua volta, le politiche attive, senza le quali non c’è flessicurezza. Tuttavia, la vittoria del “no” al referendum costituzionale può rappresentare un duro colpo per la riforma dei centri per l’impiego. A coordinarli dovrebbe essere l’Anpal, la neonata agenzia nazionale delle politiche per il lavoro. Ma con la bocciatura della riforma costituzionale, la competenza sulle politiche attive non torna allo stato come previsto, resta invece alle province o regioni.
Se l’Anpal e il decreto 150 venissero comunque attuate, le cose andrebbero meglio anche per la Garanzia giovani, che va a rilento proprio per lo stato comatoso dei centri per l’impiego. Flessicurezza e Garanzia giovani ci portano dritti al modello scandinavo, nel quale la formazione professionale post-scolastica rimedia alle carenze tipiche dei sistemi d’istruzione sequenziali, come il nostro, nei quali la formazione delle competenze è successiva a quella dell’istruzione.

Alternanza scuola-lavoro
Ma il sistema di istruzione è ancora sequenziale? Le transizioni scuola-lavoro non sono influenzate solo dal Jobs act. Rendere il mercato del lavoro più flessibile e sicuro per i nuovi entranti non è l’unico tassello per coprire il loro divario di esperienza lavorativa. Occorre agire anche sulla scuola. La Buona scuola – e, in specie, l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria per i licei e le scuole tecniche e professionali – è una parte importante del nuovo sistema. Si afferma così il principio duale: istruzione e formazione professionale devono essere non in successione, ma contemporanee. Si accelera il processo di formazione del capitale umano a tutto tondo dei giovani. Ci avviciniamo così al sistema più efficace di transizioni scuola-lavoro, quello tedesco. Certo, ci vuole ancora tempo perché funzioni nel modo migliore e non mancano problemi di attuazione, particolarmente seri nel Mezzogiorno, dove le imprese accreditate sono insufficienti.

Due proposte per il futuro
Cosa resta ancora da fare? Due punti chiave. Primo, l’apprendistato – che è il fulcro del sistema tedesco – non è l’alternanza scuola-lavoro. Quest’ultima forma le competenze generali; il primo, invece, forma le competenze specifiche a un certo posto di lavoro. Il sistema tedesco non è perfetto e tanto meno lo è la scelta del percorso già in tenera età (10 anni). Lasciamo libertà ai giovani. Ma la libertà preveda anche la possibilità di scegliere un ulteriore percorso: l’apprendistato scolastico alla tedesca accanto agli (o invece degli) istituti tecnici e professionali, con tre anni di scuola e lavoro, con contratto e salario pari al 40 per cento dello stipendio di un operaio adulto, obbligo di formazione in aula per le competenze collegate al lavoro svolto. I giovani a maggiore rischio di abbandono forse lo sceglierebbero. Alcune imprese lo chiedono già: la Ducati, ad esempio, che fa parte del gruppo Audi. Altre lo chiederanno, se la scuola offre corsi collegati.
Il beneficio sarebbe enorme: il percorso permetterebbe di acquisire competenze lavorative specifiche, che al termine del corso consentirebbero di trovare subito lavoro, come in Germania. Il costo sarebbe limitato se si consentisse la riconversione graduale degli istituti tecnici e professionali.
L’altro tassello – sempre più urgente – è l’alternanza università-lavoro e, perché no, la laurea specialistica con apprendistato collegato all’esperienza di lavoro. Si può farlo con la riforma del 3+2. Pieno riconoscimento del triennio generalista per l’accesso a tutto. Anzi, per dirlo ancora più chiaro: parificazione del triennio all’attuale laurea specialistica. Poi specialistica vera, con indirizzi precisi, magari, con attività in azienda, in alternanza o in apprendistato.

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Scuola-lavoro: una transizione ancora in corso ultima modifica: 2016-12-14T14:41:10+01:00 da Gilda Venezia
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