Un patto a scuola contro il bullismo

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di Luca Borzani, la Repubblica, 28.4.2018

 

– Le ricerche e gli studi danno risultati a dir poco inquietanti. Ma è comunque necessario un obbligo di cautela a fronte di un fenomeno sfaccettato, multiforme, spesso anche difficile da decifrare.

Di certo il bullismo e la sua versione tecnologica, il cyberbullismo, rappresentano una fetta tutt’altro che irrilevante dei comportamenti giovanili. O meglio, di una società sempre più attraversata dall’aggressività indipendentemente dalla classe di età di appartenenza. Secondo l’ISTAT, dati 2014, il 19 per cento dei ragazzi italiani tra gli 11 e i 19 anni subisce forme di violenza fisica o psicologica da parte di coetanei.

Sono di più i giovanissimi che gli adolescenti, più le femmine che i maschi e gli iscritti ai licei (19 per cento) che agli istituti professionali ( 18 per cento) o tecnici ( 16 per cento). Per l’Osservatorio nazionale adolescenti e il sito Skuola. net nel 2017 i dati sono ancora peggiori e in costante crescita: il 28 per cento degli studenti delle scuole superiori è vittima di atteggiamenti vessatori quotidiani e prolungati nel tempo. Un numero che sale al 30 per cento se riferito alla scuola media inferiore. Si va dagli insulti, alle botte, alla derisione, alla sottrazione di oggetti, alla richiesta di denaro. Il perfido Franti di De Amicis è un lontano antenato quasi benevolo. Il cellulare amplifica l’azione dei prepotenti. Toglie vie di fuga. La violenza si estende anche fuori dal contesto scolastico così come con i social la circolazione delle immagini diffamatorie e denigratorie si moltiplica in misura esponenziale. Moltiplicando contemporaneamente paure, vergogna, esclusione. “Telefono Azzurro” valuta che oltre il 60 per cento degli studenti italiani sia stato o sia testimone di soprusi rivolti a compagni o compagne di scuola. Per lo più senza esprimere alcun tipo di solidarietà verso chi è preso di mira dai bulli. Le vittime sono distanti, isolate, “ diverse”. In qualche modo “se la sono voluta”.

Pesano poi la fatica di rompere il conformismo di gruppo e il timore che intromettersi faccia entrare nel girone degli esclusi. Il “non immischiarsi” è in ogni caso una delle lezioni che è più facile apprendere dal mondo degli adulti. Le conseguenze di queste vite da incubo possono essere molto pesanti: dalla depressione all’autolesionismo fino al tentato suicidio o al suicidio. Ed è solo davanti a questi episodi estremi che si rompe il silenzio ed emergono con i clamori della cronaca squarci di realtà segnate da condizioni di odioso avvilimento e da vera e propria crudeltà. Consapevole o inconsapevole che sia. Stupore e indignazione durano però poco. Per chi non è direttamente coinvolto tutto viene velocemente dimenticato. Ma farci davvero i conti, anche senza voler ingigantire il fenomeno ed evitando stereotipi e luoghi comuni semplificatori, non è affatto facile. Né valgono scontate letture sociologiche. Anzi. Come è risultato da una recente episodio genovese il “ branco” era composto da ragazzi provenienti da famiglie agiate, abitanti in quartieri residenziali e loro stessi conservavano le immagini che li ritraevano come “angeli del fango”, i volontari impegnati a ripulire strade e negozi dopo l’ultima alluvione. Sicuramente le condizioni di povertà economica e culturale penalizzano ulteriormente ma il disagio giovanile, il vuoto emotivo e i comportamenti violenti attraversano tutte le classi sociali. Le scuole, già non poco affaticate, tentano in molti casi il possibile. Hanno cercato di attrezzarsi. Ogni istituto ha oggi un docente che è referente per l’antidiscriminazione. Il ministero ha varato un programma di “ educazione al rispetto” che affronta il bullismo come la punta più aggressiva e violenta di un più grande iceberg fatto di atteggiamenti di irrisione e di indifferenza civile. È stata anche approvata una legge che contiene pene severe per il cyberbullismo. Ma evidentemente tutto questo non basta.

Forse ci vorrebbe una nuova stagione di protagonismo civile degli studenti o almeno tentare di ricostruire un nuovo patto tra scuola e famiglie che metta al centro il benessere vero, non quello consumista e narcisista, dei ragazzi. Ma né le istituzioni né la politica si impegnano in questo.

Perché le radici del fenomeno sono più profonde e rimandano a una sorta di vera e propria “emergenza educativa”. Che riguarda complessivamente il nostro vivere sociale, la crisi della famiglia e il ruolo degli adulti, lo svuotamento di valori in cui siamo immersi.

Siamo una società che ha sdoganato l’ignoranza, dove la conoscenza è largamente irrisa, dove la politica stessa è da decenni costruita non sulle idee ma sull’urlo e l’arroganza. E nel mondo delle diseguaglianze che crescono dilaga l’illusione che affermarsi voglia dire affermarsi “ sugli altri”, su chi è più fragile o più solo. Difficile che questo clima non segni i più giovani, stretti tra abbandono ed eccessi di protezione, tra l’essere considerati troppo velocemente grandi e insieme trattenuti in un’infantilità infinita.

Da quest’insieme nasce il non apprendimento della responsabilità e il passaggio, spesso invisibile, tra maleducazione e violenza. Il non voler guardare non aiuta. E tanto meno aiuta i nostri figli e nipoti.

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Un patto a scuola contro il bullismo ultima modifica: 2018-04-28T11:37:14+01:00 da Gilda Venezia
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