Due spettri si aggirano per l’Europa: spirito critico e creatività

di Roberto Casati, Professione Docente, Numero 3, anno XXIX, maggio 2019

Bisogna studiare a lungo qualcosa se si vuole acquisire il saper fare che viene dallo studio lungo e siamo creativi quando il nostro cervello è ricco di informazioni pertinenti e a nostra insaputa si mette a fare collegamenti, a rivisitare le idee, a metterle in prospettive diverse e inusuali.

Due spettri si aggirano per i provveditorati di tutta Europa: lo spirito critico e la creatività. (Ve n’è un terzo, l’innovazione, che merita un discorso a parte, anche se è la Statua del Commendatore in tutta la discussione che segue.) Gli spettri danzano nei sogni e negli incubi di genitori e insegnanti, fanno sfracelli nelle conversazioni di corridoio e nei progetti di nuovi manuali scolastici (la risposta automatica dell’istituzione: “questo non è un nuovo manuale, è un manuale nuovo”  – ecco l’innovazione per l’appunto) e preoccupano sinanco ministri, a fasi alterne: ieri la creatività, oggi lo spirito critico. Il problema non è da poco. Dall’assenza di spirito critico discende la dabbenaggine con cui ci si bevono le fake news, la quale a sua volta spiega come, a seconda del microperiodo storico e della messa a fuoco giornalistica, i nostri figli e figlie cadano vittime dei reclutatori dell’ISIS (ieri) o dell’ondata nazionalista (oggi), e in generale di teorie complottiste, antievoluzioniste, terrapiattiste. Dall’assenza di creatività discende invece la scarsa competitività della nazione, una vita insipida, e, di nuovo per i figli e le figlie, minori possibilità occupazionali in lavori desiderabili, per l’appunto definiti “lavori creativi”.
Spoiler: entrambi i problemi hanno una soluzione semplice e nota. Se volete, potete saltare qualche paragrafo e andare alla fine. Per intanto osservo che non è chiarissimo come conciliare spirito critico e creatività, che nella vulgata sembrano andare in direzioni opposte, l’uno ci parla di rigore puntiglioso, l’altra di una generosità di spirito che non si lascia ingabbiare. Osservo inoltre che il vuoto pneumatico creato dall’ansia giornalistica e genitoriale ha creato una fastidiosa corrente d’aria oggi densamente popolata da consulenti, instant books, pubblicazioni specializzate, corsi di formazione, manifesti e proclami, per non parlare dei tutorials su YouTube. Direi che parlare intensamente e diffusamente di creatività e spirito critico genera, quantomeno localmente, molta creatività editoriale e imprenditoriale, e richiede quindi ancora maggiore spirito critico per raccapezzarsi!
Ma lasciatemi presentare un esempio anodino di una situazione quotidiana che ci aiuta a fissare le idee, senza scomodare Darwin o la terra piatta o le vaccinazioni. Il mio cane, che comincia ad avere una certa età, perde il pelo. Posso portarlo dal veterinario (e delegare, ne riparliamo) ma perché non cominciare a fare un giro su internet e vedere se “trovo qualcosa”? Da cosa comincio? Beh, è semplice. Comincio come tutti con una richiesta a un motore di ricerca. Faccio un giro sui primi tre o quattro siti che mi vengono proposti. Poi succede qualcosa d’altro, e dopo una mezz’oretta ho le informazioni che mi servono. E che cosa succede in questa mezz’ora? Anzitutto notate la scala temporale, mezz’ora. Non è poco, e il tempo dedicato alla ricerca dipende in maniera abbastanza lineare dall’importanza che il tema ha per me. Se cerco informazioni su come fare la besciamella il tempo da dedicare sarà minore (qualche minuto) che se mi preoccupo della salute dei miei figli (potenzialmente illimitato). Ma questo tempo va impiegato, e in modo utile, per evitare di essere disorientati e di perdersi nel rumore di fondo dell’informazione.
Ho forse usato un filtro, un algoritmo mentale, regole apprese in un corso di formazione sulle fake news? No. Sono un veterinario o ho chiesto consigli a un amico veterinario? No. La risposta sorprendente è che ho un dottorato… in filosofia. Ma non ci sono (a parte possibili ironie) grandi sovrapposizioni tra la filosofia e la veterinaria, nevvero? No. Però aver studiato un soggetto per un numero cospicuo di anni ha fatto di me un lettore esigente e attento, in particolare attento ai piccoli e grandi segnali reputazionali che si trovano un po’ dappertutto nei testi che consulto quotidianamente. In questo modo arrivo ai due o tre articoli seri che mi dicono se devo preoccuparmi e che cosa devo fare. Ora, non penso affatto che sia possibile fare una lista esplicita di questi segnali reputazionali. Il saperli rilevare è una forma di saper fare. E questo vuol dire due cose. Pensate al saper fare che corrisponde al suonare uno strumento musicale. Da un lato non è possibile mettere per iscritto tutte le regole che vi permettono di diventare un violinista. D’altro lato, anche se esistesse il manuale completo delle regole che usano i violinisti, non imparereste a suonare leggendolo. L’unico modo di imparare a suonare il violino è suonarlo.
E allora, bisogna studiare filosofia? No. Ma bisogna studiare a lungo qualcosa se si vuole acquisire il saper fare che viene dallo studio lungo e che vi permette in seguito di gestire in modo ragionevole il vostro tempo nella selva degli indici di reputazione.
Sembrerà curioso, ma una ricetta simile si applica alla creatività. Non ci sono regole esplicite per la creatività, ed è un dato consolidato che la creatività, uno, tende a manifestarsi in modo settoriale (sono pochissime le persone che sono creative in due settori diversi) e, due, è decisamente ben correlata con l’esperienza e la competenza nel settore in questione (Mozart era iper-creativo, ma è stato anche la persona con l’educazione musicale più sontuosa e ricca che si possa immaginare.) Ovvero, siamo creativi quando il nostro cervello è ricco di informazioni pertinenti e a nostra insaputa e indipendentemente dalla nostra volontà si mette a fare collegamenti, a rivisitare le idee, a metterle in prospettive diverse e inusuali. Ma, per l’appunto, non può farlo se è indigente: da qualche parte deve procurarsi le molte idee di cui ha bisogno, e l’unico modo noto è di studiare.
Quindi, studiare per essere creativi; e studiare per sviluppare lo spirito critico. L’analogia certo si ferma qui: la creatività resta settoriale, lo spirito critico si può esportare da un settore all’altro. Ma lo studio approfondito resta il comune denominatore.
Per concludere, un’osservazione sulla creatività. Non la si può insegnare, peccato, ma si può fare molto anche soltanto incoraggiandola, ricompensandola quando si manifesta. E quantomeno si potrebbe evitare di scoraggiarla, in particolare nel contesto scolastico. E un’osservazione sullo spirito critico. Lo spirito critico si manifesta nella capacità di delegare epistemicamente a delle autorità che si riconoscono come tali: se incontrate qualcuno che non delega mai, siate certi del fatto che ha pochissimo spirito critico.


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Roberto Casati è un Filosofo italiano, studioso dei processi cognitivi. Attualmente è Direttore di ricerca del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), presso l’Institut Nicod a Parigi. Esponente della filosofia analitica, già docente in diverse università europee e statunitensi, è autore di vari romanzi e saggi, tra cui La scoperta dell’ombra (2001), tradotto in sette lingue e vincitore di diversi premi, la raccolta di racconti filosofici Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici (2006), Prima lezione di filosofia (2011) , Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere(2013),  recensito in “ Professione docente”, settembre 2016, con un’ intervista all’ autore e La lezione del freddo, presso Einaudi,  una filosofia e un manuale narrativo di sopravvivenza per il cambiamento climatico. Questo libro ha vinto il premio ITAS del libro di montagna e il pre
Procida Elsa Morante L’isola di Arturo 2018.

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Due spettri si aggirano per l’Europa: spirito critico e creatività ultima modifica: 2019-05-23T12:28:54+01:00 da Gilda Venezia

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