Emergenza Coronavirus: l’anno che verrà

tuttoscuola_logo14Tuttoscuola, 11.4.2020

– Tre scenari per la ‘Fase 2’ della scuola –

Il premier Conte nella sua ultima conferenza stampa è stato chiaro: il lockdown è stato prolungato fino al prossimo 3 maggio. Quindi scuole ancora chiuse almeno fino a quella data, anche se ormai è difficile pensare che ci sarà davvero un ritorno sui banchi di scuola.

Se a settembre, come si teme, non ci saranno ancora condizioni di massima sicurezza sanitaria per gli studenti e gli insegnanti, l’anno scolastico 2020-2021 potrebbe iniziare, e forse anche proseguire, avvalendosi di quella Didattica a Distanza (DaD)che sia pure tra mille difficoltà ed esiti più o meno felici è stata messa in opera nella grande maggioranza delle scuole italiane nelle ultime settimane, come risulta anche da un questionario della Cisl scuola inviato a 2600 istituti. Se questa è la prospettiva occorre fin da ora riflettere su come aiutare le scuole a realizzarla al meglio. Immaginiamo tre scenari.

1. La scuola riapre

Ma per motivi di sicurezza (distanziamento) le aule possono conteneresoltanto metà degli alunni (ipotesi avanzata da Roger Abravanel in un articolo sul Corriere della Sera del 7 aprile, intitolato “Una fase due anche in classe”). In questo caso non essendo immaginabile il raddoppio delle classi sia per indisponibilità di aule sia per i costi insostenibili dovuti al raddoppio anche degli insegnanti, ammesso di trovarne in numero sufficiente (fantascienza), l’unica soluzione percorribile sarebbe quella di alternare presenza e distanza per periodi di 15 giorni o un mese, ammettendo in aula il 50% degli studenti mentre l’altro 50% studierebbe a casa.
Lo si potrebbe fare in due modi diversi, uno più tradizionale, l’altro più innovativo: o trasmettendo la lezione in diretta, come si è fatto in alcune sperimentazioni di scuola in ospedale, oppure dando agli studenti dettagliate istruzioni su che cosa e come studiare (modalità flipped classroom) in vista delle lezioni in presenza, che sarebbero dedicate alle spiegazioni, agli esercizi e alle prove di valutazione. La scelta, ovviamente, dovrebbe essere fatta all’inizio dell’anno scolastico, con una programmazione di almeno quattro mesi (primo quadrimestre) eventualmente estensibile a tutto l’anno. Spetterebbe alla scuola, sulla base della disponibilità dei docenti e di una delibera del Collegio, di decidere quale dei due modelli adottare.

2. La scuola non apre fino a dicembre

In tal caso riprenderebbe la DaD con modalità certamente meno affannate e improvvisate di quelle alle quali molte scuole sono state costrette nella parte finale del corrente anno scolastico. Anche in questo caso si potrebbe operare in due modi diversi: uno più tradizionale, che consisterebbe nel “recupero” di quanto non fatto da marzo alla fine dell’anno scolastico 2019-2020 e nello svolgimento della parte iniziale dei piani di studio previsti per il 2020-2021; uno più innovativo che utilizzando appieno le tante risorse offerte dalle nuove tecnologie online e offline solleciterebbe l’autonoma capacità di apprendimento e di autovalutazione dello studente puntando su un più ridotto numero di obiettivi di apprendimento in termini di conoscenze, abilità e competenze, compensato da una forte attenzione per le loro valenze interdisciplinari, rese più evidenti dalla multimedialità di molti oggetti di apprendimento rinvenibili in internet o apprestati dagli stessi insegnanti. Si tratta di due diverse metodologie formative, da sottoporre anche in questo caso alla valutazione e decisione dei Collegi, essendo la disponibilità dei docenti essenziale per il successo dell’uno o dell’altro modello.

3. La scuola non apre per l’intero anno scolastico 2020-2021

Ipotesi improbabile, ma che se si dovesse concretare, configurando un homeschooling di massa per un anno intero, implicherebbe a mio avviso decisioni di radicale ripensamento della didattica, e prima ancora degli ordinamenti, da assumere in corso d’anno: durata degli studi, da diminuire subito da 13 a 12 anni riducendo a 4 gli anni di scuola secondaria superiore; obbligo scolastico/formativo a 18 anni; essenzializzazione delle indicazioni nazionali e delle Linee guida con l’indicazione di obiettivi interdisciplinari affidati alla responsabilità dei docenti (curriculum enrichment) con largo ricorso a piattaforme e prodotti multimediali; eliminazione delle bocciature attraverso la personalizzazione dei percorsi e l’adozione di criteri valutativi non selettivi (del tipo delle classificazioni del Quadro comune europeo delle conoscenze linguistiche – CEFR); didattica blended, con riduzione delle attività in presenza, sviluppo del cooperative learning e valutazione formativa continua, estesa alle competenze personali e sociali (soft o character skills) come la capacità di interagire con gli altri, la capacità di affrontare e risolvere problemi, la creatività, il pensiero critico, la stabilità emotiva e soprattutto la capacità di imparare a imparare. Una grande riforma, insomma, per rispondere a una grande sfida.
La principale resistenza a una prospettiva di questo genere verrebbe non dalle scuole e dagli insegnanti, che anche in occasione delle recenti vicende legate al Coronavirus hanno dimostrato grandi capacità di adattamento, disponibilità all’innovazione, creatività, come sta mostrando anche il viaggio di Tuttoscuola tra le scuole innovative (La scuola che sogniamo) ma dal sistema politico italiano, che non appare in grado di sostenere una riforma di questa portata con quella ampia convergenza bipartisan che sarebbe necessaria per renderla operativa in tempi rapidi. Forse, però, si potrebbe pensare a una importante sperimentazione nazionale affidata a un significativo numero di scuole dotate, per questo, di un’autonomia rafforzata.

Un’ultima considerazione a proposito di scenari. L’OCSE pubblicò nel 2001 uno studio nel quale venivano delineati tre possibili scenari per il 2020. Il primo era quello della conferma dello status quo: mantenimento di un forte controllo burocratico sul sistema (curricoli, formazione e accesso alla professione, finanziamento) da parte di autorità pubbliche, con conseguente stabilità, accompagnata però da una probabile carenza di docenti.

Il secondo scenario era quello della riscolarizzazione, cioè di un forte sviluppo del ruolo dei sistemi scolastici in termini strategici, sostenuto da adeguati investimenti.

Il terzo scenario era infine quello della descolarizzazione, cioè dello smantellamento dei sistemi formali di istruzione e formazione, sostituiti da reti cooperative (learning networks) gestite dalle comunità locali, o da una forte competizione tra agenzie formative e altri soggetti operanti in una logica di puro mercato. Questo terzo scenario, secondo gli analisti dell’OCSE, avrebbe potuto portare a smantellare la scuola, in particolare quella pubblica, approdando a modelli mai sperimentati e con imprevedibili conseguenze a livello sociale e culturale.

I Paesi dell’area OCSE in questi vent’anni si sono mossi all’interno dei primi due scenari, con alcuni, come l’Italia, collocabili sostanzialmente nel primo, e altri, come la Corea del Sud e la Finlandia, nel secondo. Solo gli USA, dove già nel 2001 era già abbastanza diffuso lo homeschooling, si sono per certi aspetti avvicinati al terzo scenario. In quel Paese lo sviluppo iperbolico delle tecnologie digitali e di internet, e ora l’epidemia in corso, hanno favorito l’ampliamento dell’istruzione familiare individualizzata, alle cui risorse stanno ricorrendo ora anche molte scuole pubbliche per realizzare la didattica a distanza. Le imprese che producono materiali per l’homeschooling e forniscono anche la relativa assistenza mediante reti di tutor didattici e altri esperti sono in forte espansione. Si andrà verso un sistema molto variegato, considerata la larga autonomia di cui dispongono i distretti, soprattutto nelle grandi città, e le stesse scuole.

In Europa e in Italia la scuola pubblica e quella finanziata con risorse pubbliche, superato lo shock del Coronavirus, adotteranno comunque in misura crescente metodologie e strumenti della didattica a distanza ma è improbabile, almeno nel breve e medio periodo (10 anni), che i governi nazionali rinuncino al governo strategico dei sistemi educativi, consentendo a soggetti esterni (mercato, grandi imprese leader nel web come Microsoft, Google, Facebook, Amazon) o alle scuole private non finanziate di diventare una reale alternativa ad essi.

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Emergenza Coronavirus: l’anno che verrà ultima modifica: 2020-04-11T16:24:42+02:00 da Gilda Venezia
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