Giù le mani dalla formazione. La scuola nella legge di Bilancio 2019 e nel decreto fiscale

di Alessandra Servidori, Formiche, 16.11.2018
– Una politica seria sulla scuola, non vissuta come terreno di scontro ideologico, avrebbe dovuto prevedere un percorso legislativo con un progetto serio di formazione iniziale; il ridisegno dell’organizzazione della scuola, dei suoi organismi per garantire una coerente formazione in servizio e la realizzazione di un nuovo inquadramento giuridico-contrattuale.

L’Italia è uno dei Paesi europei più arretrati rispetto alla formazione dei suoi docenti. Sappiamo che uno dei nodi più critici di questo processo sta nel fornire e far evolvere una buona strumentazione sia teorica sia di pratica per l’insegnamento disciplinare. Una strumentazione che comprenda le epistemologie della disciplina, la storia evolutiva dei suoi concetti, le sue contaminazioni con altri ambiti del sapere, la capacità di contestualizzarla e di coglierne le connessioni interdisciplinari, ecc.

In Italia il quadro è decisamente confuso e improduttivo. Molti docenti sono demotivati e poco inclini alla formazione in servizio. Alle scuole e agli insegnanti di questo Paese è stato imposto (non senza una diffusa connivenza) un modello formativo centrato su un surrettizio concetto di merito sostenuto da una ossessiva enfatizzazione del ruolo della valutazione. Contestualmente e ipocritamente, quasi non ci si rendesse conto della contraddizione, viene richiesto di lavorare per la formazione di cittadini e delle loro competenze. L’attività di insegnamento – apprendimento è via via diventata la parte più residuale della professione insegnante. Il baricentro professionale si è spostato da un lato verso la gestione delle autonomie scolastiche – sempre più complesse e disperse sul territorio -, e dall’altro verso la burocratizzazione e verso l’adempimento, cioè sulla necessità di dare risposte a tutte le sollecitazioni, direttive, circolari che arrivano dal sistema centrale (il concetto di autonomia realizzato è in realtà un ossimoro: un assurdo giuridico e di fatto la valutazione, di sistema o autovalutazione che sia, in queste condizioni, è ridicola).

La demotivazione dei docenti è cresciuta negli anni a dismisura: la fascia più anziana ha una chiara aspirazione al pensionamento e quella più giovane si sente spinta verso una dimensione impiegatizia del lavoro. Chi vuole cambiare davvero la scuola deve innanzitutto avere il coraggio di uscire dall’ipocrisia e cercare di contribuire ad un ragionamento almeno obiettivo. Questo governo a parere di chi scrive però pare voglia demolire senza avere una visione di futuro. Vediamo alcuni provvedimenti che lo dimostrano. L’art. 58 della legge di Bilancio 2019, “Revisione del sistema di reclutamento dei docenti scolastici”, non “rivede”, ma butta letteralmente all’aria il D.Lgs. 59/2017. È abolito il percorso di formazione e la possibilità di collegare da subito, tramite concorso iniziale, l’immissione in ruolo ai tre anni di Fit (periodo di formazione e tirocinio ). Si torna agli antichi concorsi abilitanti, per accedervi basterà la laurea e aver conseguito 24 crediti formativi in discipline antropo – psico – pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche. Sono quasi 40 anni che si discute di formazione e reclutamento e si fanno tentativi: il modello precedente poteva essere sicuramente migliorato, ma azzerarlo per tornare all’antico è grave, molto grave. Non finiranno mai graduatorie, sanatorie e reclutamento per anzianità di servizio.

Intanto si realizzano concorsi grotteschi come il concorso straordinario per insegnanti di scuola infanzia e primaria. Possono partecipare tutti quelli che hanno due anni di servizio negli ultimi 8 anni. Il criterio di base appare quello di favorire gli “anziani non meritevoli”. Si attribuiscono infatti 70 punti ai titoli (leggi servizio) e 30 all’esame. Ma non basta. L’esame consiste in una prova orale, il cui voto massimo è 30, ma il minimo non c’è. Si può prendere 0 se si va comunque in una graduatoria ad esaurimento e prima o poi di ruolo. Per fare questo si mettono in piedi in tutta Italia commissioni di concorso con dirigenti scolastici che si assenteranno da scuola e docenti. E naturalmente ci sarà un costo. Il tutto per fare un concorso che promuove anche chi è “inclassificabile”, purché si presenti all’esame.

L’art. 57 della legge di Bilancio stabilisce che dall’anno scolastico 2018/2019 i percorsi di “alternanza scuola-lavoro” saranno ridenominati in “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. La loro durata viene drasticamente ridotta, da 400 ore per gli istituti tecnici e professionali rispettivamente a 150 e 180 ore, e da 200 a 90 ore per i licei senza chiedere aiuto al sistema delle imprese che sul sistema duale hanno tutto l’interesse a investire sui giovani. Naturalmente sono conseguentemente diminuiti i fondi: “Le risorse del fondo sono assegnate alle scuole nei limiti necessari allo svolgimento del numero minimo di ore”.

Entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, saranno definite linee guida per i “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. In sintesi si riducono soldi e ore, senza sapere cosa si farà entro il nuovo percorso dal titolo tanto lungo quanto vago. In tutti i Paesi ormai, almeno nelle scuole più innovative, gli studenti fanno consistenti periodi di tirocinio sui luoghi di lavoro. L’art.52 della lLegge di Bilancio 2019 (equipe formative territoriali per il potenziamento di misure per l’innovazione didattica e digitale nelle scuole), prevede che vengano esonerati dal servizio per gli anni 2019-20 e 2020-21 “120 docenti individuati dal Miur, che costituiscono equipe territoriali formative, per garantire la diffusione di azioni legate al Piano per la scuola digitale. Per farlo si riducono i soldi del Piano Nazionale scuola digitale. Ciò che preoccupa è il fatto che non è definita nessuna procedura né indicato alcun criterio di scelta di questi 120 insegnanti, che saranno esclusivamente “individuati” dal Miur.

Il decreto fiscale, decreto legge 23 ottobre 2018, n. 119, “Disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria” prevede un taglio alle risorse del Miur per scuola e università. Si tratta di un “risparmio” di 29 milioni: 14 per l’istruzione scolastica e 15 per la formazione universitaria e post universitaria. Il “taglio” si legge nelle tabelle allegate al decreto (“Riduzioni delle dotazioni finanziarie delle spese dei ministeri”).

In particolare per la scuola si divide in un “risparmio” di 8 milioni per l’istruzione del primo ciclo, di 3 milioni per il secondo ciclo e di 3 milioni per il reclutamento e aggiornamento dei dirigenti scolastici e del personale scolastico per l’istruzione. Gli altri 15 milioni sono tagliati all’università. Dopo tante promesse di più soldi alla scuola la conclusione sono i tagli. Una politica seria sulla scuola non vissuta come terreno di scontro ideologico, avrebbe dovuto affiancare quel disegno con un percorso legislativo che prevedesse: un progetto serio di formazione iniziale (le Ssis sono state una esperienza importante, ma con alcuni limiti, sui quali occorrerebbe una trattazione specifica); il ridisegno dell’organizzazione della scuola, dei suoi organismi e del tempo scuola per i docenti, per garantire una coerente formazione in servizio;
la realizzazione di un nuovo inquadramento giuridico-contrattuale.

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Giù le mani dalla formazione. La scuola nella legge di Bilancio 2019 e nel decreto fiscale ultima modifica: 2018-11-19T05:18:05+01:00 da Gilda Venezia
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