Il cellulare a scuola: perché no e perché sì

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di Andrea Ragazzini,  Il Gruppo di Firenze,  17.12.2017
(“la Repubblica Firenze” di oggi)

Lo smartphone in classe?
È un incentivo alla distrazione

Il proibizionismo non funziona
La scuola insegni a essere liberi

 

GIORGIO RAGAZZINI

Sull’uso scolastico dello smartphone, di cui si è occupata Valeria Strambi su La Repubblica Firenze, si discute da tempo e in modo particolare da quando la ministra Fedeli ha deciso di creare due gruppi di “super esperti, per elaborare, entro gennaio, linee guida e proposte operative”. A parte il fatto che i veri super esperti in materia sono i docenti, che da qualche anno devono combattere un avversario in più della già labile capacità media di attenzione dei loro allievi, mi permetto di mettere in fila i principali motivi per cui si tratta di un’iniziativa profondamente nociva. Lo farò subito dopo aver ricordato che proprio in questi giorni il ministro francese dell’educazione ha deciso di vietare l’uso dei cellulari, già operativo durante le lezioni, anche durante pause e intervalli. “Oggigiorno – ha dichiarato – i bambini e i ragazzi non giocano più nelle pause, sono tutti di fronte ai loro smartphone e dal punto di vista educativo questo è un problema”. Detto questo, i cellulari in mano ai ragazzi durante le lezioni sono un formidabile incentivo a distrarsi praticamente impossibile da controllare. Lo conferma lo stesso presidente dell’Indire Biondi citato nell’articolo, che pone come condizione necessaria per permetterlo il “ribaltamento di spazi e tempi dell’apprendimento”. Qualunque cosa significhi, non sarà così né domani né l’anno prossimo, il che equivale alla necessità di vietarli. Secondo motivo per dire no: non è affatto un bene che la scuola si faccia invadere da tutti i fenomeni “che ormai fanno parte della quotidianità di tutti noi”, come dice la professoressa Ranieri. Al contrario, gli allievi devono poter fare esperienza della possibilità di non rimanere rinchiusi in tutto ciò che il mondo esterno ci propone e propina. Esistono poi ormai numerose conferme scientifiche della diffusione di una vera e propria dipendenza dal cellulare, diventato per molti ragazzi fonte di stress e di ansia, per il bisogno di essere sempre contattabili e la paura di esaurire la carica. E secondo una ricerca britannica, il 60% dei giovani tra i 18 e 29 anni va a letto con lo smartphone. Non si capisce quindi perché, mentre si mettono in guardia i giovani rispetto a fumo, alcol e droghe, si debba poi addirittura nobilitarlo come insostituibile strumento didattico.

L’autore è tra i fondatori del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUDOVICO ARTE

Il Gruppo di Firenze ha da tempo dichiarato guerra alla scuola che considera “buonista”. E non perde occasione per ribadire che occorre recuperare autorevolezza e serietà attraverso l’ordine e la disciplina, il rigore e i divieti. Così si chiedono più bocciature, si rivaluta il voto di condotta, si propongono i cani antidroga per far paura ai ragazzi, si esigono misure esemplari verso chi non rispetta le regole. L’ultima crociata è quella contro i telefonini, i nuovi demoni dei tempi moderni. Il Gruppo di Firenze rappresenta, naturalmente, una idea di scuola legittima. Che trova facile consenso in quella parte di opinione pubblica che cerca certezze nel ritorno al passato. Noi la pensiamo diversamente.

Ripartiamo dalla questione dei telefonini. Che oggi se ne faccia un uso eccessivo è certo. Ma è altrettanto certa la loro utilità, come dimostra il fatto che tutti li abbiamo in tasca. A meno che non si pensi che il demonio si sia impossessato di noi. La scuola non deve seguire le mode, ma non può essere fuori dalla realtà. Perché la scuola fuori dalla realtà l’abbiamo conosciuta e non la rimpiangiamo. Il problema non è il telefonino in sé. E’ l’abuso. Ma contrastarlo con i divieti sarebbe come bloccare le auto perché ci sono gli incidenti stradali. Il proibizionismo ha già dimostrato storicamente la sua inefficacia e, oltretutto, impedire qualcosa agli adolescenti alimenta spesso il loro desiderio. Lo psicoterapeuta Renato Palma racconta una simpatica storiella in cui la comunità dei Sissipole si contrappone a quella degli Unsipole. La scuola italiana è stata per troppo tempo vittima degli Unsipole, che vietavano di tutto. Riempire di mostri l’immaginario dei nostri ragazzi non ci sembra la strada giusta. Vorremmo una scuola in cui le regole liberino e non imprigionino, dove si educhi a essere autonomi e responsabili, anche rispetto ai telefonini. Il modello autoritario, che, per dirla con Recalcati, pretende di indicare la retta via e raddrizzare le viti storte, non è il nostro. Perché le viti storte le amiamo e perché vorremmo che ognuno la retta via se la trovi da solo. In una parabola un uomo va dal dottore per un terribile mal di testa. Racconta che non beve mai, non fuma, non fa sesso e va a letto presto. E’ moralmente rigoroso e non cede alle tentazioni. “Il suo problema è semplice”, gli dice il dottore, “Ha l’aureola troppo stretta, non c’è che da allentarla un po’”. Ecco, una scuola che fa venire quel genere di mal di testa non ci interessa.

L’autore è dirigente scolastico e collaboratore di “La Repubblica Firenze”

 

 

 

 

 

Il cellulare a scuola: perché no e perché sì ultima modifica: 2017-12-17T19:52:49+01:00 da Gilda Venezia
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