Il coronavirus ha cambiato tutto, perché resistere al nuovo?

di Giuseppe Bertagna, il Sussidiario, 24.4.2020

Il Miur sta sbagliando la ripartenza. Occorre una vera “scholé” estiva. Prevale invece ancora l’impostazione corporativa, già condannata dal coronavirus.

  1. Non si può immaginare che dal mese prossimo i genitori tornino tutti al lavoro e i figli minori, soprattutto i più piccoli, finora i più sacrificati dall’isolamento imposto dal coronavirus, restino a casa. Con chi, tra maggio e settembre? Nonni? I cosiddetti “scienziati” dicono che non si può: troppo pericoloso. Baby sitter? A parte la questione del “nero”, anche in bianco resta la questione sanitaria: chi assicura che non siano esse stesse positive, quali istituzioni pubbliche le monitora perché, pur non essendolo, lo possono diventare? Idem per i minori che avessero i sintomi. O si spera nello stellone estivo?
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  2. Il ministero dell’Istruzione non si è nemmeno posto queste domande. Le vacanze estive per i ministeriali e i docenti sono sacre. Come i robot del film Automata (2014, di Gabe Ibáñez), la loro preoccupazione principale pare l’autorigenerazione. Non solo per l’anno scolastico prossimo, ma per sempre. Il sogno di ogni burocrazia da tempi di Weber.
    Per questo, senza alcuna autoironia, il ministro ha appena costituito tra tantissime commissioni un’altra commissione che, si badi bene, entro luglio deve suggerirgli che cosa fare forse da settembre in poi. E lo fa quando si è già sicuri che, proprio grazie ai suoi provvedimenti di questi mesi, avremo (purtroppo come sempre da anni, sebbene quest’anno ancor più aumentato) un vorticoso giro di centinaia di migliaia di docenti che, tra trasferimenti, assegnazioni provvisorie e supplenze, vagheranno tra le classi fino a gennaio. Rendendo vano e perfino provocatorio parlare di ripresa qualificabile come “educativa” (e non soltanto amministrativa) delle attività in presenza o a distanza.
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  3. Ma se il ministero non si era affatto preparato per l’emergenza della scuola a distanza o se ha tollerato che fosse ridotta per lo più ad una non commendevole estensione delle tradizionali routine di quella in presenza (l’unica cosa che è sicuramente del tutto sbagliata e da tutti ritenuta sbagliata!) non è edificante che non abbia pensato ad un’autentica scholéestiva. Anche per aiutare la ripresa scolastica autunnale o invernale.Scholé come successione libera, volontaria e per chi ne ha bisogno (di solito i meno privilegiati) di Laboratori per l’approfondimento, il recupero e lo sviluppo degli apprendimenti (Larsa) che permettano alle famiglie di superare il mercato nero delle lezioni private e di “educare” civicamente, da subito, i minori a quella pratica del distanziamento sociale attivo e a quei dispositivi sanitari protettivi che dovranno essere generalizzati da settembre.
    Ma non meno scholé intesa come libere attività di animazione e di educazione organizzate con educatori: nuoto, tornei sportivi, giochi di squadra, attività motorie, corsi di musica in piccoli gruppi, esperienze laboratoriali di pittura, di teatro, di campeggio, di libere esplorazioni botaniche e biologiche di campi, boschi, parchi, fiumi, di service learning, di iniziative elettive ecc. ecc.
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  4. Bastava mettere attorno ad un tavolo ministero dell’Istruzione, della famiglia, del Lavoro e del welfare, dello Sport, Regioni, Comuni, parti sociali e tutto il ricco mondo della cooperazione per fare sistema, lavorare a rete, razionalizzare le iniziative (e le spese), valorizzando finalmente un ruolo sociale centrale, e non corporativo, delle istituzioni scolastiche. Un modo anche per far subito capire a tutti che, dopo il coronavirus, la “classe scolastica”, il “calendario scolastico”, gli “orari settimanali dei docenti e dei ragazzi” come li abbiamo conosciuti sono finiti. E che artifici come la frequenza delle scuole a giorni ed orari alterni o la ripresa lillipuziana delle tradizionali attività scolastiche in presenza come se quanto accaduto in questi mesi sia stato un brutto sogno, una parentesi involontaria, sono soltanto inerzia di quel fordismo novecentesco che andava superato nella scuola e nel lavoro almeno 20 anni fa, ma che gli ormai maggioritari epigoni del “formidabile” Sessantotto hanno difeso e mantenuto in vita fino ad ora. Quando, invece, è ormai il tempo obbligato della personalizzazione dei percorsi formativi, del tutorato, del lavoro per piccoli gruppi cooperativi (di livello, di compito, di progetto, elettivi) in presenza e a distanza.

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Il coronavirus ha cambiato tutto, perché resistere al nuovo? ultima modifica: 2020-04-24T06:44:08+02:00 da Gilda Venezia
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