Il Docente secondo Matteo

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insegnare  29 ottobre  2015.  

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Questo indegno (e bruttissimo) logo non è stato realizzato da oscuri oppositori per ironizzare contro l’elargizione ad personam del bonus di 500 euro per l’aggiornamento personale dei docenti italiani. Proviene invece dal sito di Matteo Renzi , home page, alla voce “Infografiche”  [sic!].
La grafica, al contempo greve e svolazzante, accompagna brevi testi sobri ed essenziali. E proprio per questo assai istruttivi…

Dalla card, assimilabile simbolicamente a una cattedra, il docente estrae, come un abile direttore d’orchestra (o  un  prestidigitatore?) le suadenti note che si è procurato in virtù dell’elargizione dell’ignoto benefattore: libri, cd e uno strano oggetto che a me – che ho una certa età  – ricorda lo zippo  ma che dev’essere senz’altro qualcosa di più (post)moderno e meno vintage. Non vogliamo credere che quella bacchetta evochi quella dell’insegnante vecchia maniera, brandita qui per far danzar prebende anziché fustigare pargoli…

Dunque, sul sito del Presidente del Consiglio, appena sotto le notizie del giorno (a oggi il “Diario di bordo dall’America Latina”), campeggia la “infografica” dal titolo “La Buona scuola è legge”, da cui possiamo trarre, in virtù di tre sintetiche voci di spesa, quale sia l’idea di Docente che  Matteo Renzi ha tradotto in norme, finalmente dotate, come ci tiene a sottolineare, di relativo esborso di denaro pubblico. Vediamo in dettaglio, per altro noto, partendo proprio da qui: dai 500 euro.

Primo capitolo di spesa. Aggiornamento culturale personale. 380 milioni di euro.
Il testo dice “aggiornamento professionale”: non vorremmo che i consigliori del Premier se l’avessero a male, ma ci permettiamo di scrivere “aggiornamento  culturale personale”. L’aggiornamento professionale è un’altra cosa: attiene non al livello culturale della persona, ma al suo modo di svolgere una professione (in questo caso il Docente), che non si impara o rinforza  leggendo libri o frequentando attività  o “eventi” culturali, se  non in mimima parte.

In tal modo ci si migliora come persone (forse)  e si incrementano i consumi culturali del Paese, ma non si incide minimamente sulla qualità e l’efficienza né del sistema scolastico nel suo insieme né, tanto meno, della singola istituzione scolastica in cui si opera.  Le aule docenti sono piene di esempi eclatanti al riguardo. Per non parlare delle Università.
Ma veniamo al secondo punto, ovvero al secondo capitolo di spesa.

Secondo capitolo di spesa. Formazione in servizio. 40 milioni di euro.
E questa sarebbe la “formazione in servizio”, che vale, secondo Matteo, poco più di 1/10 (un decimo) dell’altra!
Ma attenzione! Questa è solo una parte della formazione in servizio utile alle scuole: è quella che emana dalle priorità definite dal Ministero a livello centrale: per esempio sostenere Nuove Indicazioni o modelli di certificazione delle competenze…

A parte l’ameno autogol (o la spavalda sfrontatezza) di un Governo che pensa che le scelte strategiche del suo Ministero valgono un decimo della sommatoria delle scelte individuali  dei docenti  (ma le strade della demagogia populista sono assai creative), ciò che è eclatante è la totale assenza della vera formazione in servizio, quella che il Ministero stesso chiede alle scuole con tutta la buriana fatta attorno al RAV e ai Cicli di miglioramento: la scuola che individua le proprie aree di criticità e collegialmente si dota degli strumenti per porvi rimedio.
E tanto per avere una misura comparativa di quanto valore si attribuisca a queste azioni, varrà la pena ricordare che il Decreto MIUR n. 435 del 1 6 giugno 2015, – che definisce i “Criteri e parametri per l’assegnazione diretta alle istituzioni scolastiche […] per il funzionamento delle istituzioni scolastiche” – assegna 3 milioni per mettere in atto le implicazioni del piano nazionale di valutazione, di cui 2,6 milioni  “per progetti che dovranno riguardare i piani di miglioramento delle scuole” e 0,4 milioni “per progetti di formazione dei dirigenti scolastici e dei nuclei di valutazione”.  Cifre assai eloquenti, tanto più se si pensa che 3 milioni sono egualmente destinati “per la realizzazione di attività inerenti la promozione della cultura del made in Italy a scuola”.  E qui è più educato trattenersi dal fare commenti…

E così, a fronte della scarsità di fondi da investire davvero sulla formazione dei docenti, tra la scelta politica riformista, lo slancio del buon samaritano, e la disperazione  del democratico (di sinistra) ridotto allo stremo… è arrivata la proposta che ad alcuni, certamente in buona fede, ma anche con la sensazione di essere ormai in braghe  di tela a zampettare sull’ultima spiaggia della speranza e della democrazia, è apparsa come l’unica soluzione possibile: autotassarsi, detrarre dal malloppo individuale una parte più o meno cospicua dei 500 euro e restituirla alla scuola perché realizzi attività di formazione e di miglioramento sulla base dell’esigenza comune e non dei bisogni individuali.

Non avremmo mai pensato che saremmo stati condotti a tanto, per difendere il nostro diritto e il nostro dovere di continuare  a credere nella dimensione pubblica, collegiale e democratica del mestiere di docente. Con il forte sospetto che, così facendo, contribuiremo non a salvarguardarla ancora una volta, ma a distruggerla per sempre , per sostituirla con una visione individualistica, postmoderna, e postcostituzionale della scuola e di chi ci lavora.

Ma ne conquisteremmo almeno… merito e riconoscenza? Siamo infatti arrivati al terzo corno della professionalità docente secondo Matteo: il conclamato merito!
Terzo capitolo di spesa. Bonus per premiare il merito del personale docente. 200 milioni di euro.
Preso atto che premiare il merito vale per il Governo un po’ meno dell’aggiornamento individuale e molto di più della formazione in servizio, continua a destare stupore come si possano leggere queste affermazioni senza un qualche serio turbamento.
I criteri per valutare il  merito professionale dei docenti saranno “stabiliti da un Comitato presieduto dal dirigente scolastico e composto da tre docenti, due genitori (alle superiori un genitore più uno studente), un componente esterno individuato dall’Ufficio scolastico regionale”.
Inevitabile pensare che tutta la propaganda attorno alla Buona scuola è stata condotta attorno al presunto rifiuto dei docenti di essere valutati. Sarà interessante scoprire dove andranno ad attingere questi criteri degli organismi allestiti per dare un contentino ai molti meritocratici che in questo paese ululano alla luna, contenti che di merito si straparli più o meno a vanvera, ma del tutto indifferenti all’applicabilità reale dei loro agognati presupposti sanzionatori. Misurare l’efficacia della professionalità docente in termini di merito individuale è un’altra delle infelici aberrazioni di questa concezione dela scuola (e della società).  Chi insegna, anche se molto presuntuso, sa che il proprio merito deriva anche da un lavoro collegiale. E soprattutto sa che i frutti veri, quelli più profondi, sono frutti di medio e lungo periodo…
Molto più interessante sarebbe interrogarsi sui criteri di rilevamento e di valorizzazione dell’efficacia di una istituzione scolastica nel suo complesso ma non soddisferebbe la fame di misurazione e di graduatorie che assilla il tempo presente.

Nulla di che stupirsi comunque. Tutto si può dire del Presidente del Consiglio, tranne che non mantenga le promesse (e le minacce).
Si rilegga che cosa Matteo Renzi si riproponeva a poposito della scuola nella sua dichiarazione di intenti “Investire sugli italiani” …  E per limitarsi alla formazione in servizio, ovvero ciò di cui ora si discute, ecco il suo pensiero:

5. una formazione in servizio per gli insegnanti obbligatoria e certificata, i cui esiti devono contribuire alla valutazione dei docenti e alle progressioni di carriera, basata su un mix di: aggiornamento disciplinare, progettazione di percorsi con altri colleghi, aggiornamento sull’uso delle nuove tecnologie per la didattica, incontri con psicologi dell’età evolutiva o con medici per capire come affrontare handicap o disturbi di apprendimento sui quali la scienza ha fatto progressi.

Non è propriamente andata così: nell’esito finale della norma, c’è di meglio e c’è di peggio di quanto qui veniva previsto. Una cosa è certa: sia in queste parole che in quelle precedenti c’è un’idea di scuola e soprattutto di governo della scuola, al crocevia fra senso comune, buon senso e idee prive di  senso…   Quello che manca è una vera cultura della scuola e del suo funzionamento…

P.S. Ovviamente ci siamo scordati del contratto… ma a quello chi ci fa più caso? Persino alcuni sindacati sembrano più interessati a far soldi come enti di formazione che a contrattare un salario adeguato e civile… E del resto la decontrattualizzazione del pubblico impiego, secondo alcuni malpensanti, è la vera ragione di tutto quello di cui ci stiamo occupando. Ragione principe che fa sì che anziché poco più di 40 euro mensili di aumento salariale ne vengano dati 500 di bonus extra. Anche per questo chi scrive pensa che quei 500 euro andrebbero restituiti con il vincolo che divengano salario,  ma poiché questa proposta è difficilmente praticabile, tanto vale che ciascuno li spenda secondo coscienza, continuando a lottare per tornare al più presto a vivere in un paese governato da regole democratiche e non da regalie governative.
Tra l’altro, in un paese civile, rispetto a un aumento salariale,  500 euro di regalia del Principe dovrebbero anche essere più difficili da giustificare presso l’opinione pubblica…  Ma questo lo sconteremo vivendo, giorno per giorno!
Il Docente secondo Matteo ultima modifica: 2015-10-31T21:54:55+00:00 da Gilda Venezia

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