La Bona Scòla de la Lega

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Roars, 17.12.2018

– Come promuovereste il “rafforzamento della prospettiva di internazionalizzazione del sistema di istruzione”? Bussetti e Zaia non hanno avuto dubbi: attraverso un  “Protocollo d’intesa [..] per lo sviluppo delle competenze degli alunni in materia di storia e cultura del Veneto”. Sembra che il Ministro Bussetti abbia deciso di riaprire il cantiere-scuola. Il MIUR ha reclutato degli esperti per coordinare 11 Gruppi di lavoro incaricati di “migliorare il funzionamento del sistema scolastico”: “dall’orientamento alle soft skills, passando per l’inclusione scolastica e la prevenzione del bullismo”. Il nuovo esecutivo archivia le velleità di smantellamento pre-elettorali e intraprende un percorso di scalpellio e revisione minuta, dai contorni sempre più insidiosamente particolaristici.Tema prioritario della nuova agenda: l’educazione civica. Niente più BLA BLA BLA, dice il Ministro Salvini: si passi dalle parole ai fatti. Rispetto delle regole, cultura della legalità, senso di appartenenza e identità (ovviamente senza oneri aggiunti per lo Stato). Ma quale sarà l’educazione civica che ci aspetta? Di quale educazionee di quale civitas parliamo? Una qualche idea ce la si può fare guardando all’operoso Veneto, dove fervono le attività. Ad esempio, dando seguito alla recente intesa MIUR-Regione sullo sviluppo delle competenze degli alunni in materia di storia e cultura del Veneto, con encomiabile,  veneta solerzia sono già partiti i primi insegnamenti di lingua veneta nel vicentino, in collaborazione con l’Academia de la Bona Creansa. Inoltre, ben 546 scuole hanno appena vinto il recente bando di finanziamento regionale per l’allestimento di presepi. A ben vedere e a leggere i testi delle nuove intese e linee guida, i canoni della mitologia scolastica “alla Briatore” della Buona Scuola ci sono tutti: “competenze spendibili nella scelta post diploma, nel mercato del lavoro, creatività, valorizzazione dei simboli del patrimonio storico-culturale” semplicemente e pericolosamente declinati a livello settoriale e geografico. Ze tempo de la Bona Scòla de la tradisiòn!

 

– A poco più di 8 mesi dall’insediamento del nuovo esecutivo, dopo un inizio dai toni sommessi in tema di istruzione – reputata da alcuni grande assente dal contratto di Governo – sembra che il Ministro Bussetti abbia deciso di riaprire il cantiere-scuola. Il MIUR ha infatti reclutato alcuni esperti, quasi tutti di provenienza lombarda[1], per coordinare 11 Gruppi di lavoro incaricati di “migliorare il funzionamento del sistema scolastico” partendo da temi centrali: “dall’orientamento alle soft skills, passando per l’inclusione scolastica e la prevenzione del bullismo”. Dopo l’ubriacatura della Buona Scuola – ennesimo fatale lascito del centro-sinistra- il nuovo esecutivo archivia le velleità di smantellamento pre-elettorali e sembra intraprendere un percorso di scalpellio e di revisione minuta, dai contorni che si vanno via via chiarendo come sempre più insidiosamente particolaristici.

Tema prioritario della nuova agenda: l’educazione civica.

Risale a qualche giorno fa la presentazione del progetto di legge che riguarda, appunto, l’insegnamento dell’educazione civica, avvenuta alla Camera in presenza del primo firmatario, il deputato leghista Capitanio, del ministro dell’Interno Salvini, dell’Istruzione e Ricerca Bussetti e della Famiglia, Fontana. Si tratta di un disegno (Atto 682, 1 Giugno 2018) che, stando a quanto affermato da alcuni quotidiani[2] e a ciò che ha riferito il deputato durante la conferenza stampa:

prevede che siano dedicate [all’educazione civica] 33 ore annue a partire dalla scuola primaria, con voti in pagella dalla terza elementare e certificazioni soft skills alla fine del triennio della scuola secondaria di primo grado e del biennio della secondaria di secondo grado, oltre a essere oggetto di colloquio all’esame di terza media e di maturità.

Si prevede anche lo stanziamento di un milione di euro per premiare le best practices, celebrate in occasione del 2 Giugno.

Per il ministro Bussetti le parole d’ordine sono: “rispetto delle regole, cultura della legalità, senso di appartenenza e identità”; da portare avanti con attività che toccheranno i temi dell’educazione ambientale, alla salute, digitale e stradale. Questi i nuclei principali di un percorso da sviluppare dalla materna alla secondaria, che “prevederà delle valutazioni specifiche e una nuova certificazione delle competenze negli esami di stato [sia primo che secondo ciclo]”.

Il ministro Salvini ha ribadito che “la scuola è troppo importante” e che ora “si passa dalle parole ai fatti”, perché “dell’educazione civica se ne sente parlare da anni – bla bla bla – [ma finalmente] adesso torna sui banchi di scuola. [..] è inaccettabile mettere in discussione la serietà, la professionalità e l’onorabilità di chi sta dietro la cattedra”.

È necessario, insomma, “riportare il rispetto sui banchi di scuola, insieme alla buona educazione, alla conoscenza delle tradizioni e della cultura”.  Per far questo bisognerà “lavorare alla formazione dei docenti, perché all’interno delle scuole e delle classi ci sia un rapporto che si leghi alle istituzioni, e quindi a tutte le forze dell’ordine[3], ha rincarato Bussetti. “Grandi sono i riscontri sulla presenza della polizia fuori dalle scuole, con i cani a controllare. Le famiglie si sentono più sicure”.

Senso di appartenenza (tradizioni e cultura), rispetto per i simboli (la cattedra), sicurezza (forze dell’ordine, possibilmente con cani). Una strizzatina d’occhio agli insegnanti esausti, una ai poliziotti che perlustrano i dintorni dei cortili scolastici e una alle nuove “famiglie adolescenti”. Questi gli ingredienti annunciati: ovviamente senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, come si legge nell’articolo 4 dell’atto depositato alla Camera che, per ora, è alla base della nuova “rivoluzione del buon senso” in salsa giallo-verde.

Immaginiamo quindi che si tratterà di ore – le famose 33 di educazione civica – che dovranno essere inserite all’interno del quadro vigente dei curricoli, e dunque sottratte alle attività preesistenti. Agli insegnanti il compito di destreggiarsi per tenere in piedi l’equilibrio precario e pasticciato di una scuola sempre più frammentata, che fa più “progetti” che percorsi culturali di senso: pensiamo ai famosi Piani dell’Offerta Formativa- oggi triennali – figli dell’autonomia e di una precisa idea del rapporto scuola-cittadino, quello fondato sulla libertà di scelta individuale della migliore offerta sul mercato.

L’educazione civica sarà l’ennesima “casella” di un lungo elenco di compiti che l’insegnante-grigio contabile dovrà svolgere e rendicontare, in cambio del salario: “un elenco che può non contenere compiti essenziali per l’andamento della scuola, lasciando l’insegnante davanti alla scelta fra un lavoro malfatto e/o inutile, e un di più di lavoro volontario, gratuito o mal retribuito.”[4]

Ma quale sarà l’educazione civica che ci aspetta? Di quale educazione e di quale civitas parliamo? A quali principi di cittadinanza si ispira la proposta leghista che preannuncia il ritorno del rispetto e delle regole?

Una qualche idea, forse, ce la si può fare guardando ad alcune attività che fervono nell’operoso Veneto, regione che sappiamo da anni essere la punta di diamante del nostro sistema nazionale di istruzione: INVALSI  dixit.

Vediamo le due più recenti.

1)  La léngua veneta

Nell’ottobre scorso il ministro Bussetti ha firmato un’intesa[5] con il governatore della Regione Veneto Zaia che- in maniera piuttosto magniloquente e singolare- in premessa si richiama a priorità politiche come il “rafforzamento della prospettiva di internazionalizzazione del sistema di istruzione” oltre che alla “promozione e sviluppo delle competenze di cittadinanza globale[6], salvo poi intitolarsi “Protocollo d’intesa [..] per lo sviluppo delle competenze degli alunni in materia di storia e cultura del Veneto”.  Come dire, l’internazionalizzazione e la cittadinanza globale sono giustissime e a quelle ci ispiriamo, ma cominciamo dai fondamentali: da un robusto, veneto radicamento nelle tradizioni locali.

Con quel documento si sancisce una collaborazione MIUR-Regione finalizzata, tra le varie azioni, a: “formare il personale insegnante delle scuole statali e paritarie sulla storia e cultura del Veneto”.

Per questo la Regione, da un lato, si impegna a “realizzare percorsi di formazione [..] a sostegno della didattica della storia e cultura del Veneto e dell’emigrazione veneta”, mentre il MIUR, dall’altro, mette a “disposizione una quota di 5 insegnanti [..] destinati al protocollo d’intesa, al fine di offrire agli studenti opportunità formative di qualificato profilo, finalizzate all’acquisizione di competenze legate all’ambito del patrimonio storico culturale e delle produzioni culturali spendibili nella scelta post diploma, nel mercato del lavoro e nella ricerca applicata ai temi culturali, sociali, economici e della creatività”.

Leggendo la prosa involuta del protocollo, si capisce che questi 5 insegnanti regionali formati in cultura veneta dovranno in sostanza sviluppare competenze legate a tradizioni locali “spendibili” e opportunamente creative. A ben vedere i canoni della mitologia scolastica “alla Briatore” della Buona Scuola (come dimenticare il decreto delegato a “sostegno della creatività”) ci sono tutti, semplicemente e pericolosamente declinati a livello settoriale e geografico.

Ze tempo de Bona Scòla de la tradisiòn!

Con encomiabile solerzia veneta, un consigliere del vicentino di “Siamo Veneto” ha promosso il primo corso di lingua veneta in una scuola media, in collaborazione con l’Academia della Bona Creansa. Le lezioni, iniziate già i primi di dicembre, continueranno anche nel prossimo anno.

L’approdo ufficiale della lingua veneta nelle scuole statali è l’esito di un percorso di progressive spinte – più o meno legittime – che si agitano tra le province del Nord-Est. Già nel 2008 la Lega aveva lanciato una proposta di insegnamento in lingua veneta, sostenendo cheL’insegnamento della lingua italiana va concepito come complementare e non alternativo alla lingua veneta”.

 Nel 2016, poi, era stata approvata a maggioranza una legge regionale che mirava al riconoscimento del popolo veneto come minoranza nazionale, sulla spinta di “Aggregazione Veneta”, un insieme di associazioni ed enti a tutela di identità, diritti etnici, cultura e lingua venete. Solo nell’aprile scorso la legge è stata bocciata dalla Consulta e i militanti di Aggregazione veneta hanno dovuto mettere nel cassetto le “certificazioni di nazionalità veneta”, oltre che i progetti di costituzione di “grafia veneta legale”.

2) I presepi

Come riferito dall’assessore  alle Politiche dell’Istruzione, la Regione Veneto nel Bilancio 2018 “prevede uno stanziamento di 50mila euro per[..] la valorizzazione nelle istituzioni scolastiche dei simboli del patrimonio storico culturale”. Tra i vari simboli, si è scelto di realizzare  presepi nelle scuole durante il periodo natalizio. Gli obiettivi – recitano le Linee Guida redatte dalla Regione per l’occasione – tengono “conto della tradizione storica e culturale del nostro territorio” e valorizzano la natura “non solo religiosa ma [rappresentante] la famiglia, la concordia, la maternità e i valori di pacificazione e speranza”. Le scuole che hanno aderito al bando regionale sono 546. Presidi, insegnanti e studenti si appresteranno quindi in questi giorni – proprio a ridosso dell’approvazione del “decreto sicurezza” – ad iniziare gli allestimenti in piena atmosfera natalizia, ciascuno pacificato con la propria coscienza.

I due esempi citati possono essere  considerati, nel linguaggio ministerial-pedagoghese che le scuole hanno assimilato (sic!), come esempi di “pratiche di cittadinanza” nonché “progetti per la valorizzazione della cultura del territorio”. Come tali, i presidi delle scuole coinvolte li inseriranno diligentemente nei Piani dell’Offerta Formativa, che si accingono ad aggiornare.  Sappiamo che in tempi di magra tutto fa brodo, anche un piccolo contributo regionale/presepe, che arricchirà quel ventaglio di attività – rigorosamente collaborative, dunque foriere di soft skills -da promuovere nei prossimi Open Day.

Cosa ci riserva il futuro?

Le recenti attività della scuola veneta non vanno rubricate come bizzarri episodi di folclore locale. Pur non essendo una novità la possibilità di recepire indicazioni regionali in merito ai piani di studio (essendo prevista in Veneto, ad esempio, già dalla legge regionale 8/2017), esse rappresentano un segnale culturale molto forte e significativo nella fase politico-sociale che stiamo attraversando. Lo stesso governatore Zaia ha dichiarato: “un’anteprima dell’autonomia regionale che verrà”.

La questione in gioco è molto delicata e si interseca con la cosiddetta autonomia differenziata rivendicata proprio dal Veneto, che, oltre agli odiosi aspetti di iniquità (la secessione dei ricchi, di G. Viesti), apre scenari preoccupanti dal punto di vista educativo.

In controluce si disegnano, infatti, la figura di un possibile insegnante-regionale con funzione e obiettivi sempre più regolati e monitorati a livello particolare e locale, in base alle esigenze delle realtà economico-produttive, nonché quella di un possibile studente-regionale, il cui destino sarà segnato dall’appartenenza a un territorio, secondo la regola del “più ha chi è più ricco”.

E’ questo il principio eversivo su cui si fonda la differenziazione dell’istruzione : un nuovo rapporto cittadino-Stato, mediato dalla Regione di appartenenza, quella stessa Regione che – tuttavia – continua a rappresentare costituzionalmente un’articolazione della Repubblica unitaria e indivisibile.

Diversificare l’istruzione su base territoriale sarebbe il passo decisivo di un’operazione portata avanti da decenni “in maniera discutibile e piuttosto oscura”[7], che ha radici e responsabilità profonde e complesse, connesse all’attuazione del federalismo fiscale (legge 42/2009 e decreti attuativi), al protrarsi della crisi e al dilagare di un preciso indirizzo politico – culturale: quello secondo cui lo “Statalismo” e l’intervento pubblico sarebbero il male assoluto, mentre la differenza e la disuguaglianza  “naturali”, “buone” -quando non “inevitabili”- perché intrinsecamente connesse al merito, ossia frutto di impegno e capacità individuali.

Le narrazioni persistenti del “sacco del Nord”, degli “sprechi del Sud”, delle nemmeno tanto nascoste ruberie degli insegnanti meridionali che “gonfiano” i voti, ma poi vengono puntualmente sconfessati dalla Scienza di Stato-INVALSI, hanno continuato ad alimentare un immaginario pubblico fatto di semplificazioni spacciate per verità.

Si è dimenticato, invece, di sottolineare la progressiva de-responsabilizzazione della politica, il cui compito deve essere compensare le disuguaglianze, provando a prevenirle e limitarle e non quello di ratificarle distribuendo ricchezze sulla base di indicatori numerici locali.

Finché resteranno queste “le regole del gioco” e finché la politica non si farà carico del problema enorme delle disuguaglianze territoriali, le Scuole non potranno che continuare invano a tentare di colmare i divari sociali ed economici. L’impegno e la fatica di tutti quei lavoratori che con convinzione si spendono per affermare il diritto ad un’uguaglianza di opportunità culturali – al netto di inefficienze e “patologie” che la retorica attuale dipinge come prevalenti (fannulloni)-non potranno che trasformarsi ulteriormente in senso di frustrazione e inadeguatezza. Alla Scuola statale non resterà che attestare le differenze di “competenze/ performance”: tra meritevoli e non meritevoli, autoctoni e immigrati, maschi e femmine, eccellenti e mediocri, magari classificati ulteriormente su base differenziata regionale. In compenso, potrà essere un ottimo centro civico, in cui allestire presepi e progettare percorsi de bona creansa.


[1] Contate il numero di esperti reclutati provenienti da area milanese.

[2] A. Coppari “Torna in classe l’educazione civica”, Quotidiano Nazionale del 7 Dicembre 2018.

[3] Dalla conferenza stampa del 7/12/18 :  https://www.cagliaripad.it/351782/scuola-lega-educazione-civica-obbligatoria-salvini-solo-bla-bla-bla .

[4] G. De Michele “Una scuola buona buona per grigi contabili”, Jacobin Italia Nr.1, 2018.

[5] DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE n. 1478 del 16 ottobre 2018.

[6] Vedi Allegato A precedente deliberazione, pag. 6.

[7] G. Viesti, prefazione del libro di M. Esposito “Zero al Sud”, Ed. Rubettino 2018. Il libro racconta la “storia incredibile e vera dell’attuazione perversa del federalismo fiscale”, di cui i recenti sviluppi sull’autonomia differenziata sono una naturale conseguenza. Nella prefazione Viesti afferma che il processo di progressiva differenziazione territoriale è avvenuto “demandando ad istituzioni tecniche senza occasioni di verifica parlamentare e, ancor meno, davanti all’opinione pubblica” la definizione di indicatori  (“fabbisogno standard”) decisi – ancora una volta– in maniera autoreferenziale e algoritmica.

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La Bona Scòla de la Lega ultima modifica: 2018-12-18T14:14:36+01:00 da Gilda Venezia

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