La  DaD e i suoi limiti

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di Luigi Manfrecola, Educazione & Scuola, 9.4.2020

– Pedagogici, psicologici, epistemologici, metodologici  e didattici –

Parte prima

A scanso di possibili equivoci ritengo di dover precisare in Premessa che la DIDATTICA A DISTANZA è,i n questo momento storico, di fondamentale ed insostituibile ausilio. TUTTAVIA  esiste il serio rischio di una sua sopravvalutazione che possa riproporre  l’antico equivoco di UN INSEGNAMENTO NOZIONISTICO E CATTEDRATICO SCAMBIATO per EDUCAZIONE, almeno fra i non “addetti ai lavori” : famiglie in primis.

Insomma, abbiamo impiegato secoli per fondare una seria TEORIA DELLA FORMAZIONE che sconfessasse il vizio del nozionismo erudito ed una certa concezione magistro-centrica  dell’atto educativo ed ora rischiamo , invece, di fondare sull’ ENFASI RETORICA DELLA TECNOLOGIA ONNIPOTENTE un primato formativo che non può appartenerle. Rischiamo così, per l’enorme potenza comunicativa  dei mass-media, di veicolare un messaggio distorto presso quelle masse  che non mostrano di possedere una sufficiente capacità critica in una materia tanto complessa ed articolata . Mentre apprezzo l’impegno divulgativo di Alcuni, pur prestigiosi alfieri sostenitori  del “nuovo corso” didattico, volto ad ammodernare le stantie prassi scolastiche, non posso esimermi dal segnalare i seri rischi di un approccio totalizzante nel segno delle pressanti tecnologie dell’istruzione.

Peraltro, che debba esservi una costante misura nell’utilizzarle è testimoniato perfino dalla prassi che ne ha sempre accompagnato la diffusione. Si pensi alla modalità “blended  learning”, sempre adottata per favorire un’interazione efficace fra docenti ed allievi.

Ciò premesso e vista la complessità della problematica, intendo spendere alcune considerazioni in forma schematica e secondo l’itinerario in alto scandito.

LIMITI  PEDAGOGICI – Concernono il concetto stesso di educazione (ex ducere) che pone l’allievo in primo piano come protagonista attivo della propria formazione, da favorire conoscendone i profili attitudinali, mentali ed affettivi  mediante un approccio” personalizzato”che presuppone un rapporto faccia a faccia, in presenza. E la memoria non può che rimandarci ad un Rousseau, ad un Claparéde e a mille altri…fino ad un Bloom in tempi più recenti, passando per le analisi di un Gardner e dal suo focus sui “talenti individuali”. Ma non dimenticando ma anche i diversi stili cognitivi focalizzati da vari Autori( Boscolo, Cornoldi…)

E  VA OSSERVATO  CHE LA DAD  È IMPARI AL COMPITO…

LIMITI PSICOLOGICI- Ma qui basterà richiamarsi al Piaget ed alla sua insistenza sui ritmi personali di sviluppo e sui  differenti ritmi di maturazione di ciascun individuo: una posizione troppo prematuramente abbandonata da un’accelerazione curricolare fondata su un presuntuoso intellettualismo, generato dalla consapevolezza dei tanti stimoli apprenditivi che l’attuale società cibernetica ed i mass- media hanno reso possibili. Senza scendere nel dettaglio dei numerosi studi di psicologia dell’apprendimento e senza riproporre le varie analisi degli psicologi COGNITIVISTI di varia scuola: dallo STRUTTURALISMO cognitivo di Bruner  (che sottolinea le strategie de “l Problem solving” , che ugualmente assegnano al docente solo un ruolo di guida), fino al COSTRUTTIVISMO  di Vygotskij.

E ANCHE QUI LA DAD  RISULTA INADEGUATA

LIMITI  EPISTEMOLOGICI  Possono discendere da un frammentarismo degli interventi dei docenti, non ben coordinati nell’impartire le loro personali e singole  lezioni :  restando, ciascuno, rinchiuso nella propria gabbia disciplinare. Privilegiando, insomma, quei saperi “paradigmatici” che anche per Bruner non bastano da soli, se non sono affiancati dai saperi “narrativi”. Alla “mano destra” va sempre affiancata anche “la mano sinistra”. Oggi abbiamo principalmente bisogno di “educare il sentimento”,  di esercitare gli allievi alla cittadinanza attiva, come giustamente raccomandava Carlo Petracca in un recente suo  intervento mentre richiamava alla lezione di Morin. Una lezione che vale qui riproporre proprio nei termini essenziali della  denuncia  mossa dall’Autore francese:«Viviamo in una crisi di civiltà, una crisi di società, una crisi di democrazia nelle quali si è introdotta una crisi economica…..Queste crisi si iscrivono in una nebulosa spirale di crisi ll cui insieme forma la crisi dell’umanità, abbandonata al corso scatenato delle scienze , delle tecnologie, dell’economia…» Per concludere poi,  nelle pagine finali del testo INSEGNARE A VIVERE,  «lo scopo della riforma dell’educazione è poi il “ben vivere di ciascuno e di tutti…”(pag.105- Ed. Cortina»

E ANCORA UNA VOLTA LA DAD RISULTA IMPOTENTE, nella misura in cui rischia di rinchiudere i ragazzi nella “prigionia degli alfabeti elettronici” (Frabboni)


Parte seconda

Restano ancora da analizzare due questioni fondamentali: a livello  metodologico e didattico , quali problematiche si pongono nella pratica della DAD?

Cominciamo dalla prima questione accennata, quella metodologica,che resta fondamentalmente affidata alla capacità del docente.

METODOLOGIA – In tal senso s’impone un serio richiamo alla INTERDISCIPLINARITA’ nel momento in cui ciascun docente opera nei suoi spazi e per proprio conto.

A questo livello si profila infatti il serio rischio di un intervento ex cattedra che confluisca nella vecchia MODALITÀ DELLA LEZIONE FRONTALE, col conseguente carico di esercitazioni assegnate per fare acquisire ai ragazzi conoscenze meccaniche, in forma ripetitiva ed esecutiva (dal comportamentismo di Thorndike fino al condizionamento operante di Skinner, fondato su “rinforzi” fissi e prefigurati).

La situazione non cambia di molto, quando pure si faccia riferimento agli eserciziari ed ai quiz posti a corredo per via cartacea e telematica. C’è anzi il rischio che si determini nel docente un eccesso di preoccupazione per il PROGRAMMA da svolgere “nonostante tutto”, con carico di assegni utili soltanto ad accrescere il disagio degli allievi. Con l’aggravante di operare, ciascun insegnante, per la parte disciplinare che gli compete, con buona pace per l’integralità dei saperi e per quella  interdisciplinarità che caratterizza e  permea ogni autentica cultura

Due ulteriori  regole metodologiche fondanti sono ormai acquisite e rischiano di essere ignorate>

1) occorre dare spazio alla RICERCA ATTIVA DEGLI ALUNNI, porli dinanzi a situazioni-problema secondo l’avviso concordemente espresso dal Dewey, dal Bruner, dal Morin e dalla stessa nostra Commissione dei Saggi sul finire degli anni ’90. E’ questione di dare spazio ai “saperi reticolari” poiché  l’iper-specializzazione raggiunta dai saperi scientifici non può evitare la frammentazione e quindi occorre capire che i giovani non riescono più a contestualizzare i saperi e ad integrarli fra loro.

Bisogna garantire l’acquisizione d’un SAPERE PERTINENTE (MORIN), capace di percepire i problemi globali, interrelando le conoscenze in quadri organici e significativi. In altri termini, secondo Morin, occorre
“Educare all’identità terrestre”. Solo una ritrovata consapevolezza della complessità dell’esistenza e della nostra natura può consentirci di APPRENDERE A VIVERE, educando alla LUCIDITA’ e trasmettendo ai nostri ragazzi l’EROS, in quanto “Amore per la conoscenza” (La Testa ben fatta). Insomma, evitando ogni parcellizzazione ed ogni suggestione “erudita”, bisogna puntare sui “saperi significativi”. Potrà mai farlo un singolo docente intento a lucidare le sbarre della sua gabbia disciplinare?

La tragedia che stiamo vivendo in questi giorni evidenzia, a mio avviso, la verità profonda di una profezia  che denunziava proprio i limiti di una cultura e di una società frettolosa, disomogenea, ingiusta e travolta da una globalizzazione senz’anima.

2) In secondo luogo occorre recuperare l’avviso di Bruner ad ASSICURARE UNA CULTURA CHE SAPPIA FONDERE INSIEME I SAPERI PARADIGMATICI (SCIENTIFICI) – NUTRIMENTO DELLA MENTE – ED I “SAPERI NARRATIVI” – nutrimento del cuore. CULTURA UMANISTICA E CULTURA SCIENTIFICA debbono fondersi sinergicamente.  Ma ciò richiede che l’alunno si abitui a ricercare ed a RICOSTRUIRE LA CULTURA con i propri mezzi e con le giuste strategie di indagine che il docente deve sforzarsi di trasmettergli. LA SCUOLA  veramente formativa è solo la scuola  della ricerca organica di cui dicevamo e nella quale il docente ha tuttavia un’importante funzione di guida e di orientamento dell’alunno poiché un’assoluta libertà di ricercare, che venga a questi concessa, può anche condurlo a non trovar nulla di significativo (BRUNER).

E qui si aprirebbe  una  preziosa via di utilizzo delle tecnologie e della DAD se essa fosse adoperata per lanciare  stimoli tematici, per avviare discussioni problematiche con l’obbligo di utilizzare solo INTERNET e di percorrerne gli infiniti sentieri di conoscenza. Uno dei problemi che abbiamo di fronte è proprio quello di assicurare la competenza d’uso della rete, sapendone verificare criticamente attendibilità ed affidabilità nella prospettiva del life-long learning. Agli alunni, poi, toccherebbe il compito di presentare in piattaforma l’esito delle ricerche, per confrontarsi criticamente, per effettuare sintesi, per promuovere e condividere ipotesi conclusive: in modo da innestare quei processi fondamentali di BRAINSTORMING, di confronto e di scambio di idee e di opinioni. MA CHI VOLETE CHE LO FACCIA in via ordinaria ed al di fuori di una logica di confronto in team? Certamente non va sottovalutata la preziosa funzione che può svolgere – nel bene e nel male –  l’alfabeto elettronico, forsennatamente utilizzato da generazioni che hanno ormai la prevalente – ahimé – consuetudine d’uso  del linguaggio iconico, velocemente intuitivo ma assai lento e poco aperto alla riflessione: al punto da educare una generazione  di  “babbuini”, incapaci di utilizzare il codice verbale  (Postman  in “Ecologia dei media).

Non certo sono abituati ad avviare i ragazzi ad un uso critico della rete, questi nostri insegnanti, preoccupati principalmente di rincorrere il programma …

DIDATTICA- Utilizziamo ed isoliamo questo termine volendo indicare con esso  LA PRASSI EDUCATIVA nella misura in cui essa si avvale di particolari strategie di intervento. Ed è chiaro che, a questo livello, si è scelto dal primo novecento un modello attivistico che vede l’alunno al centro del fatto educativo. Basterà pensare all’impostazione pedagogica del Dewey ed alla felice esperienza delle “Scuole nuove” in Europa, col Decroly, col Claparede e coi tanti sostenitori dell’ATTIVISMO , psicologicamente fondato sul rispetto dell’allievo, dei suoi interessi, dei suoi ritmi di sviluppo (Piaget).

Ebbene, in cosa possiamo individuare l’obiettivo primo ed il  metodo strutturante dei queste esperienze?

NELL’EDUCAZIONE DEMOCRATICA realizzata nel confronto assiduo ed in una   convivenza  fattiva  e responsabile. Oggi parleremmo di EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA ATTIVA , di quella che il Morin, come abbiamo appena visto , invoca quando consiglia di far sì che gli alunni “apprendano a vivere”.

Ebbene, qui entra in gioco un’altra umana  dimensione : quella  AFFETTIVITA’ che attinge al serbatoio  della EMOTIVITA’.

Prima di accennare ai contributi del Goleman è però il caso di chiedersi qui : QUALE EDUCAZIONE SOCIALE ED AFFETTIVA È MAI POSSIBILE ATTRAVERSO LA DAD? LA RISPOSTA È OVVIAMENTE NEGATIVA.

Che fine fanno in tale seducente prospettiva tecnologica:  La didattica laboratoriale (learning by doing) oggi fondamentale in una prospettiva  che oramai insiste sull’acquisizione di reali  competenze-chiave, valorizzando la triade conoscenze> abilità > competenze; Il Cooperative Learning – Il peer tutoring- la sperimentata tecnica dellaflipped class-room…?

Mancano nella DAD le dinamiche di gruppo, l’interazione e il confronto che generano le identità, mancano i momenti cooperativi che si sono dimostrati preziosi in chiave formativa. Così evaporano molte tecniche rivelatesi preziose nella gestione della classe: IL Focus Group , il  Circle-Time (Kurt Lewin), e qualunque concreta altra forma di cooperazione operosa raccomandata dal Cousinet…

A scoraggiare facili obiezioni di chi volesse  imputare la mia analisi di vecchiume pedagogico basterà qui richiamare il contributo di pensiero e di esperienza di ricercatori e psicologi contemporanei. Mi riferisco al già citato Goleman  ed ai suoi studi sulla INTELLIGENZA EMOTIVA,  da privilegiare in quanto è posta alla base di ogni altro apprendimento comportamentale e cognitivo

A tale proposito posso qui suggerire ,a chi voglia approfondire la questione ,di leggere , “A SCUOLA DI FUTURO-(Manifesto per una nuova educazione)- di Daniel Goleman e Peter Senge
Segnalo in alternativa, la possibilità di prendere visione di una mia puntuale sintesi pubblicata su EdScuola alcuni anni fa.

GOLEMAN  sostiene l’esigenza di una educazione alla CONSAPEVOLEZZA di sé ed alla EMPATIA
Ebbene, viene così a prospettarsi un’educazione intellettiva non più sterilmente individualista, rinchiusa in una dimensione riflessiva di carattere analitico ed isolazionistico,sviluppata entro comparti culturali fissi e stagnanti, ma una ginnastica mentale flessibile ed onnicomprensiva scandita dal problem solving. In ogni caso , un’educazione da fondare a 360 gradi per riavviare, secondo le parole di GOLEMAN , “un’educazione alla VITA (Cap.1”)

L’Autore  afferma che ” la relazione tra gli effetti dell’educazione sociale ed emotiva, il comportamento e il rendimento scolastico ha costituito, nel corso di una sperimentazione dal lui promossa, un’enorme piacevole sorpresa” e che “la triplice attenzione (interiore, verso gli altri e verso l’esterno) può preparare al meglio i ragazzi per il futuro” (Cap. 1)
In conclusione , “sono cinque i punti che costituiscono ora le abilità fondamentali insegnate nell’educazione sociale ed emotiva, per come è venuta sviluppandosi in America: autoconsapevolezza, autogestione, empatia, abilità sociali e buon decision making” (pag. 5).

Ed è chiaro che un tal genere di educazione non trova posto nella DAD, salvo diversa prova.

CONCLUSIONI – Ai tanti che si dicono preoccupati di garantire comunque una “seria “valutazione dei nostri ragazzi , principalmente in sede di esami conclusivi ed a quanti acutamente sostengono la fondatezza di tale preoccupazione affinché non sia messa a rischio “la validità” del titolo di studio, intendo rispondere con una raccomandazione, con una domanda e con uno sberleffo

La raccomandazione è mirata a consigliare un vecchio testo degli anni 70-80 di tale Zavalloni “Valutare per educare” (ed. La Scuola)- Nel titolo è chiaramente indicato il senso ed il fine di tale processo docimologico.

La domanda è rivolta agli attuali  docenti delle scuole secondarie superiori che non finiscono mai di stupirmi nella misura in cui oggi, agli esami di Stato, scoprono tanti e numerosi “piccoli geni”

Lo sberleffo , sonora espressione di dissenso, è riservato a quanti si stanno ponendo le domande di cui sopra : in una situazione di totale emergenza che mette a rischio le esistenze individuali e collettive.

Grazie per l’attenzione protratta che vi è stata richiesta.

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La  DaD e i suoi limiti ultima modifica: 2020-04-11T05:22:11+02:00 da Gilda Venezia
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