La ministra Azzolina e la storia dei banchi con le ruote che cambieranno la scuola italiana

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Con otto strutture su dieci non a norma e un abbandono scolastico spaventoso, la ministra testa i banchi e spiega che rappresentano “ambienti di apprendimento nuovi”. Una presa in giro dopo una primavera senza strategie.

Gilda Venezia

Manca un mese e mezzo alla ripresa della scuola, perché è chiaro che le scuole devono riaprire a metà settembre, non c’è alternativa pena il collasso del sistema sociale italiano e un buco nero educativo che peggiorerà i nostri già orridi standard educativi internazionali. Per dirne una: siamo fra i peggiori al mondo per abbandono scolastico, negli ultimi vent’anni ci siamo persi per strada tre milioni di studenti.
Eppure il dibattito sull’organizzazione della ripartenza è concentrato in modo stucchevole, con sfumature degne di uno spettacolo di vaudeville, sui famosi banchi singoli con le rotelle. Ieri sera la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina li ha addirittura collaudati” in diretta televisiva su La7 sotto gli occhi di Luca Telese e David Parenzo, che sul punto fanno un bel lavoro da settimane cercando di incalzare la ministra e capirci qualcosa di più sulla fine che faranno milioni di famiglie fra una cinquantina di giorni. Poi Azzolina ha detto una cosa che lascia pensare all’ingenuità con cui si crede di poter intervenire su problemi cristallizzati da decenni.

La responsabile di viale Trastevere ha infatti spiegato che questi banchi – che, per inciso, sono molto belli e in fondo nulla di nuovo in certi istituti – rappresentano “metodologie di didattica nuova, di ambienti di apprendimento nuovi”. È proprio qui, in questa equazione rabberciata in emergenza, che qualcosa non torna. Cioè: gli edifici, le aule, i muri, gli spazi sono gli stessi – o verranno riadattati alla meglio per consentire la più ampia capienza possibile – i professori pure, ma se cambiano i banchi cambia la scuola. Chissà cosa avrebbe scritto il premio Oscar Tom Schulman, sceneggiatore dell’Attimo fuggente, se li avesse li avuti sotto gli occhi.

In attesa che una flotta di visionari professori Keating invada la scuola italiana, sarebbe forse il caso di concentrarsi sui problemi storici che uccidono il nostro sistema. InfoData del Sole 24 ore ha provato per esempio a mettere insieme un po’ di elementi, spiegando che nel 2016 quasi 100mila ragazzi hanno abbandonato la scuola superiore prima di conseguire il diploma. Ma anche che la povertà educativa non si può valutare solo con elementi pratici e concreti come la diffusione di attrezzature tecnologiche o con la banda larga. O, aggiungiamo noi, immaginando di poter ribaltare il modello educativo proposto senza dibattito e senza indicazioni, nel giro di un’estate, solo perché avremo qualche banco colorato e con le rotelle che ci consente, ma dai, di metterci in cerchio intorno all’insegnante anziché rimanercene sparsi per le stesse, piccole aule di prima (che poi è quel che proprio non si dovrebbe fare, in questa fase di distanziamento: avvicinarsi).

Ma il problema di fine luglio, si dirà, non può essere la povertà educativa che si affronta con progetti pluriennali. Certo. E non può neanche essere lo stato pietoso degli immobili scolastici nostrani: otto strutture su dieci non a norma e sarebbero necessari interventi di vario tipo in 50mila edifici su 58mila totali, come abbiamo spiegato tante volte anche dopo i terremoti. Spiegare che solo il 36% delle strutture scolastiche è stato costruito dopo il 1976 e che questa era la situazione di cui prendere atto, attivandosi immediatamente già a marzo, in piena emergenza con una visione di prospettiva sul prossimo anno scolastico, sul fronte di spazi e strategie, è chiedere troppo? Va bene, ne prendiamo atto. Già un mese fa spiegavamo che tre mesi non sarebbero bastati a salvare la scuola italiana. Un mese dopo ne siamo sempre più convinti, comunque vada la ripresa di settembre.

Nel frattempo Azzolina si è fatta vedere più volte in tv a ripetere indicazioni confusionarie, poco chiare, contraddittorie, a lodare il corpo docente, a testare banchi con le rotelle che “permettono agli studenti di lavorare in gruppo, di lavorare peer-to-peer (in coppia ndr): le stanno usando, queste sedie, quelle scuole che sono delle avanguardie educative”. Nel frattempo le famiglie brancolano nel buio: è vero che molto dipende dall’autonomia scolastica, per cui i singoli istituti decideranno come modulare e articolare gli ingressi, le lezioni e tutto il resto. A ciascuno la sua pena, rivolgetevi al vostro preside. Ma l’impressione è che Azzolina non stia guidando da un pezzo l’operazione per la ripresa: l’unico tassello in più è che, a quanto pare, la didattica a distanza, se rimarrà, potrà riguardare solo i ragazzi dai 14 anni in su. Prima, dovrà essere fatto tutto in presenza.

Per il resto le linee guida sono, quelle sì, grottesche. Prendiamone solo un paio fra quelle diffuse alla fine di giugno. Fra le forme di flessibilità che si invita a utilizzare c’è quella di “suddividere la classe in più gruppi in base al livello di apprendimento”. Oppure quella che spiega di “riunire in diversi gruppi, alunni provenienti da diverse classi o diversi anni di corso”. Insomma vogliono costruire le “high school” in piena pandemia affidandosi ai banchi con le rotelle, a qualche intervento di massima che consenta di recuperare nuovi spazi e poco altro. Il punto è che abbiamo perso un’intera stagione, nel corso della quale si sarebbe potuto fare moltissimo per ritrovarsi pronti all’appuntamento, senza una strategia. A chiacchierare di ripresa o non ripresa, di esami in presenza o meno e, ora, degli innovativi banchi con le ruote.

Per chiudere, di quei banchi ne vedremo pochini, a testimonianza che tutto il caos che anche molti media stanno facendo sul punto è ridicolo: la gara pubblica europea prevede l’acquisto di un massimo di tre milioni di banchi, 1,5 milioni dei quali di tipo innovativo. Non si sa quanti se ne compreranno davvero, dipenderà dalle richieste delle scuole presentate nei giorni scorsi e comunque molti docenti e presidi hanno fatto notare che, di nuovo, il problema sta negli spazi e nelle strutture, non tanto nei banchi che ci metti dentro.

Per cui per favore, cara ministra, non parli di “nuove metodologie didattiche” per qualche banco con le rotelle – che a noi piacciono molto, fra l’altro – perché dove spesso mancano sapone e carta igienica non può che suonare come una presa in giro. Figuriamoci dopo una fine d’inverno e una primavera di esitazioni e scuole schiuse.

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La ministra Azzolina e la storia dei banchi con le ruote che cambieranno la scuola italiana ultima modifica: 2020-07-25T06:49:55+02:00 da Gilda Venezia

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