La Scuola deve essere aperta a tutti, altro che meritocrazia

di Marcello Toffalini, Verona in, 24.10.2018

– Lo dice la Costituzione italiana ed è il principio più alto che i costituenti conferirono al modello di scuola pensato per l’Italia repubblicana.

Come si sa, una delle frequenti critiche che sono rivolte ai docenti e ai dirigenti (anche regionali e nazionali) del comparto scolastico è quella di badare troppo poco alla meritocrazia. Parola che rappresenta (Sabatini-Coletti) la concezione per cui debbono essere conferiti riconoscimenti di ordine morale o materiale (successo negli studi, responsabilità direttive, cariche pubbliche ecc.) soltanto in rapporto ai meriti individuali. Di sicuro ogni insegnante, dalle elementari alla scuola superiore, conosce la necessità di usare nella sua didattica un criterio meritocratico, al fine di saggiare la risposta degli alunni nell’apprendimento dei contenuti del suo insegnamento e anche per promuovere in loro la conoscenza degli argomenti affrontati e sostenere il desiderio di approfondirli. Un lavoro non facile perché si deve confrontare con le diverse potenzialità personali e con le più disparate risorse iniziali degli alunni. Sono alunni che provengono dalle più diverse situazioni sociali: ci sono quelli della buona borghesia, che tendono ad esprimere con un linguaggio evoluto discrete conoscenze iniziali, ci sono poi quelli che provengono dai ceti medi, costituiti da professionisti, imprenditori od impiegati e ci sono, più numerosi, anche i figli dei ceti più poveri, che spesso rivelano elevate carenze sia culturali che di linguaggio, tra cui i figli d’immigrati di più recente arrivo. Vi sono anche alunni che giungono con disabilità accertate. Tutti però sono seguiti con uguale affetto, operando per la loro promozione, che sarà tanto più importante quanto più alto sarà stato il salto al livello raggiunto.

Ma parlavo di critiche meritocratiche: un esempio? Articoli come quello recente dell’ing. Roger Abravanel pubblicato sul Corriere della Sera del 18 ottobre col titolo “L’Italia non ripartirà mai senza la meritocrazia”: intendiamoci non è un attacco ai metodi valutativi scolastici il suo, anche se in parte lo sottintende, ma è un rimprovero alla classe dirigente italiana che tende ad essere più “casta” che “élite”. Una piccola casta come quella dei commercianti, o dei tassisti, o dei sindacalisti della scuola, che si opporrebbero (questi ultimi) all’utilizzo dell’INVALSI negli esiti di maturità degli alunni, cosa che potrebbe finalmente evidenziare “lo scandalo dei 100 e lode al sud doppi che al nord”. Piccole caste che alla fine rafforzerebbero quelle più grandi: sindacati, cooperative di taxi, Confcommercio. Ce l’ha coi partiti, ovviamente, che da populisti quali sono, pentastellati in testa, non avrebbero ancora “capito che meritocrazia significa selezione competitiva” e non deve essere confusa con il desiderio di “raddrizzare i torti e aiutare i più deboli”: così scrive il Abravanel, presidente onorario del Forum della meritocrazia, un’associazione che vorrebbe rendere l’Italia una comunità meritocratica. Ed abbiamo ben capito così che, a differenza di quanto sostiene il dizionario, la meritocrazia consisterebbe in una selezione competitiva, in una gara tra contendenti basata sul merito individuale, in ogni ambito, compresa la pubblica amministrazione.

Non è dello stesso avviso il prof. Andrea Bellelli, ordinario di biochimica alla Sapienza di Roma, che espone ben quattro motivi per contrastare la falsa retorica a proposito di meritocrazia. Cito una sua dichiarazione sul modo di valutare nella Scuola e/o nell’Università, ripresa da un suo articolo: «Scegliere un dirigente, un medico, un docente per una posizione pubblica non è la stessa cosa che proclamare il vincitore di una gara sportiva, perché la gara è monodimensionale: vince il concorrente più veloce, o quello che salta più in alto e il problema finisce lì. Nei paesi anglosassoni, per lunga tradizione, il concorso pubblico è sostanzialmente la scelta insindacabile di qualcuno: i valutatori fanno un colloquio con ciascun candidato e scelgono quello che li convince di più; non sarà forse oggettivamente il migliore, ma sarà quello che è stato ritenuto più adatto». Se poi teniamo presente che in Italia la “valutazione della scuola e dell’università ha coinciso esattamente nel tempo con una costante riduzione dell’investimento pubblico ed una riduzione del personale docente e non docente: le strutture, soprattutto l’università, sono state valutate senza finanziarle“, almeno adeguatamente, aggiungo io . Ma allora di che parliamo? E quale sarebbe il modo migliore di scegliere? È inevitabile poi che nella percezione comune la meritocrazia sia sempre insufficiente, salvo che per il vincitore.

Significa allora che non si deve più usare il merito nelle aziende e nella scuola? No di certo: utilizzarlo nelle forme più adeguate in relazione al risultato che si vuole ottenere può essere utile, sempre convinti che non esiste un rigoroso metodo scientifico utilizzabile universalmente. Anche perché, come sostiene Marina Boscaino, insegnante di Italiano e Latino in un liceo classico di Roma, “La scuola è aperta a tutti” (1° comma dell’art. 34 della Costituzione): una dicitura che “esprime con nettezza il principio forse più alto che i costituenti conferirono al modello di scuola pensato per l’Italia repubblicana”, e che contrasta visibilmente con la pratica di certi licei “bene” e altre scuole private che si vantano, con malcelato orgoglio, di poter affermare: “Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa)”. Questa sì che è scuola!(?) E in una scuola così che posto avrebbe la meritocrazia?

Ma tornando alla scuola italiana e al suo corpo docente non avrei particolari critiche da rivolgere, sul piano meritocratico, mentre ne avrei sul progressivo e costante definanziamento realizzato dai governi degli ultimi trent’anni (di centro, di destra e di sinistra), sia in termini contrattuali (con riguardo ai suoi docenti ed al restante personale), che in termini di sicurezza e di funzionalità delle sue strutture. Definanziamento che ha inciso di sicuro sul morale dei lavoratori coinvolti. Il neo maggiore che, a mio parere, persiste e preoccupa insegnanti, genitori e allievi delle superiori, riguarda da sempre due fatti: 1) le forme del reclutamento, con i concorsi che non hanno mai inizio e mai fine e che condannano i docenti ad una eccessivamente lunga precarietà, e 2) la nomina dei supplenti, nomina che per recenti normative può essere effettuata dai presidi senza alcun obbligo di seguire le graduatorie. Sta forse qui la tanto decantata meritocrazia?

Ma sono cause facilmente rimuovibili da parte del governo se solo volesse dare una stabile regola nell’assumere in ruolo i docenti e maggiore sicurezza ed ammodernamento alle strutture utilizzate, predisponendo ovviamente le risorse occorrenti. Non basterebbe ma, come si sa, la scuola potrebbe continuare ugualmente grazie ai suoi docenti che, anche attraverso le più diversificate scelte meritocratiche, non mollano, realizzando via via la promozione culturale degli allievi affidati, e questo nonostante le cause ormai endemiche dell’incuria, persistente ed irresponsabile, da troppo tempo evidenziata al livello nazionale.

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La Scuola deve essere aperta a tutti, altro che meritocrazia ultima modifica: 2018-10-25T05:24:31+00:00 da Gilda Venezia

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