L’alunno non ce la fa? Non è un problema, si falsano le carte

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Corrado Bagnoli, il sussidiario,  7.7.2016

– In Italia chi fa le leggi avrà letto “Il piccolo principe” di Saint-Exupéry? Forse i “riti” della volpe prenderebbero un altro senso, diverso da quello ipocrita di oggi.

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Io immagino che il legislatore italiano abbia letto con molto profitto Il piccolo principe di Saint­Exupéry: come il piccolo principe, in una sorta di viaggio neanche tanto immaginario, facendo tappa in diverse scuole di diversi paesi, dopo avere incontrato personaggi e situazioni molto differenti, troppo differenti, deve aver incontrato anche il nostro legislatore, una volpe che gli ha rivelato qualche utile segreto.

I segreti che la volpe del libro dell’autore francese rivela al biondo principino sono quelli che servono per costruire un’amicizia, ma è ormai assodato che il capitolo XXI di quel libro può essere letto come un vero e proprio breviario per la nuova economia, oppure come una semplice ed efficace teoria della comunicazione; oppure ancora può essere utilmente trasferito in ambito più generalmente educativo (e se invece questo non fosse ancora riconosciuto, suggerisco qui e ora, invece, di provare a ripensarlo in questi termini più ampi).

Ma, appunto, non è necessario che lo si ricordi al legislatore italiano, poiché, al termine del suo viaggio, facendo tesoro degli insegnamenti della volpe, ha mantenuto alcuni punti fondamentali del suo insegnamento nel percorso educativo della scuola italiana. “Ci vogliono i riti” dice la volpe al piccolo principe che le chiede cosa deve fare per addomesticarla. E il rito è “quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore”. Ecco, deve avere pensato il legislatore, dobbiamo mantenere dei riti, qualcosa che renda speciale un giorno o un anno, qualcosa che rappresenti un punto fondamentale attraverso il quale cambia addirittura la vita. Ecco perché sono rimasti gli esami di terza media. E anche quelli della maturità.

Anche se da più parti qualcuno vorrebbe lasciare intendere che sarebbe meglio disfarsene, come è accaduto per quelli della scuola elementare, sì, insomma, della primaria.

Credo poi che il legislatore abbia voluto mantenere questi riti soprattutto perché questi, al di là delle differenze che ha incontrato nel suo viaggio, possano costituire un elemento condiviso da parte di tutti gli studenti italiani, un elemento di unità nella diversità, insomma. Per questo gli esami di terza media ci sono ancora. E anche per altro, come suggerisce una sensata psicologia. Ed è cosa buona e giusta. E perché questo accada ci sono i presidenti di commissione d’esame che appunto certificano lo svolgimento del rito, la regolarità della sua procedura, la pienezza del suo significato. Così i presidenti certificano che il rito ha avuto luogo, che il percorso di crescita dell’alunno è stato verificato, che il cuore e il cervello sono stati messi alla prova.

Ma il cuore e il cervello di chi? Quello degli alunni o quello dei presidenti? Basterebbe qualche piccola cartolina, caro legislatore, qualche riga dai confini del mondo dove hai inviato i presidenti a certificare, per scoprire cose che noi umani nemmeno sospettavamo.

Qualche esempio? Estrema periferia meridionale della penisola, convocazione degli esaminandi, in numero di sedici, alle ore 14. Termine della seduta d’esame ore 18. Dunque: quattro ore per sedici studenti, togliendo la pausa caffè, forse anche due, rimangono 200 minuti che, al netto dello svolgimento delle pratiche burocratiche diventano 160: il che vuol dire che ogni esaminando consuma il suo rito in dieci minuti netti. E che rito sarà mai? Come potrà dimostrare di avere acquisito conoscenze e competenze? Come potrà mai avere dimostrato di avere lavorato per il suo successo formativo, come recita la carta ministeriale? Come lo si spiega a quelli che nella loro scuola fanno un colloquio d’esame di 50 minuti?

Un esame così è possibile perché leggere il power point preparato sull’unico argomento studiato non può durare tanto di più. Del resto, dice sempre nella sua cartolina il mio amico presidente, in questa scuola non hanno nemmeno dato il consiglio orientativo nel mese di dicembre. No, hanno aspettato che gli alunni si iscrivessero, hanno registrato le loro scelte e hanno poi formulato il consiglio orientativo: presa d’atto, altro che consiglio. Un altro esempio da un’altra periferia? Questa volta dall’hinterland della capitale economica di quest’Italia unita dalla scuola, anzi dalla Buona Scuola. Il presidente accoglie con benevolenza uno studente che si presenta silenzioso con la sua chiavetta verde fosforescente, gli insegnanti fanno sorrisi di giubilo, informano il presidente che si tratta di un giovane venezuelano che ha preparato una bellissima tesina sulla fauna del suo paese d’origine. Ottimo, il presidente si predispone a gustarla: si accende lo schermo e passano in sequenza veloce fotografie di splendidi pappagalli e altri animaletti curiosi, fino a che non compare la parola fine, ma in spagnolo o in una qualche lingua dell’America del sud. Fine? il presidente chiede quasi incredulo. Sì, dicono i colleghi: sai, è un grandissimo miracolo già il fatto che si sia presentato all’esame, va sicuramente premiato per questo. E così il presidente vede comparire una sufficienza nella casella del colloquio e comporsi magicamente la sufficienza per la promozione del giovane studioso sudamericano.

Un altro esempio da una ridente scuola di un’altra cittadina del nord brianzolo, dove efficienza e dané la facevano da padroni. Nella sua cartolina il presidente racconta di un alunno già ripetente che nel corso dell’anno si è ritirato dalla scuola su consiglio degli insegnanti che gli hanno poi suggerito di presentarsi come privatista con un  programma reso maggiormente adeguato alle sue capacità: scritti da fare paura, tranne il tema in cui il giovane si è miracolosamente espresso in termini chiari ed efficaci; colloquio incerto, ma comunque ritenuto degno di una sufficienza che, nonostante l’Invalsi ballerina, gli consente di vivere da vincitore il suo rito di passaggio. Forse qualcosa non va in questi riti, forse quello che il legislatore aveva pensato come un elemento di omogeneità, come un’occasione di giudizio oggettivo non solo per gli alunni ma anche per le scuole, non riesce a raggiungere il suo scopo. Forse ogni scuola di ogni periferia ha preso così alla lettera l’idea dell’autonomia di cui da anni si parla che ognuna di queste realtà l’ha realizzata a modo suo, così come a modo suo ha fatto durante l’anno lasciando sulla carta tutte le belle storie delle indicazioni curricolari, dell’innovazione, delle competenze. Sarà per questo che qualcuno sta addirittura pensando di togliere la prova Invalsi dall’esame di terza media? Sarà perché questa prova non può essere trasformata, ridicolizzata, svuotata, come si fa invece delle altre in tutte le periferie del mondo scolastico italiano?

Forse il legislatore dovrebbe tornare a leggere Il piccolo principe, dovrebbe rivedere anche le righe successive a quelle già citate, le righe in cui il ragazzino biondo dice alle rose del roseto: ” Voi siete belle ma siete vuote. Non si può morire per voi. Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi… Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o ancora qualche volta tacere. Perché è lei la mia rosa”. E la volpe subito dopo rivela: “E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante…”. C’è bisogno di spiegarglielo al legislatore che è il lavoro, lo studio che rende davvero responsabile un alunno? C’è bisogno di spiegarglielo che il successo formativo non è quello raccontato in queste tristi cartoline dalle scuole italiane? C’è bisogno di dirglielo che la soluzione non è cambiare ancora gli esami, che la soluzione non è spianare la strada alla promozione eliminando tutti gli intoppi che si trovano sul percorso di questi poveri alunni? Forse c’è bisogno di ridirlo anche a tutti i presidi, a tutti gli insegnanti che il lavoro educativo non è necessariamente quello di premiare a tutti i costi, anche a costo di carte false?

PS. Una cartolina dalla Svizzera verde mi racconta di un insegnante che chiede l’equiparazione dei titoli acquisiti in Italia per potere essere inserito nel sistema scolastico cantonale. Riassumo la risposta. Bene la laurea, bene anche la laurea magistrale che le consente di insegnare nelle scuole superiori; ma ci spiace doverle comunicare che la certificazione Tfa acquisita col massimo dei voti — e con la modica spesa di 2500 euro — riconosciutale con tutti i crismi dal ministero dell’Istruzione Italiano non rappresenta per noi titolo sufficiente per insegnare nelle scuole medie: competenze pedagogiche e didattiche dovranno essere nuovamente acquisite nei corsi cantonali, con la modica cifra di 12.000 franchi. Ma il Tfa non doveva proprio fornire una formazione su specifiche competenze didattiche e pedagogiche? Basterà al legislatore italiano rileggersi Il piccolo principe? Quello che è certo è che deve sicuramente ricordarsi i versi del Leopardi: “Perché non rendi poi quel che prometti allor? perchè di tanto inganni i figli tuoi?”. Forse è l’ora di una scuola che non inganni, di una scuola vera.

L’alunno non ce la fa? Non è un problema, si falsano le carte ultima modifica: 2016-07-07T06:45:01+00:00 da Gilda Venezia

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