Le linee pedagogiche ministeriali per il sistema integrato “zerosei”

di Francesco Provinciali, il Domani, 8.5.2021.

Le linee pedagogiche ministeriali per il sistema integrato “zerosei” Il percorso 0/6 non è un pre-scuola.

Gilda Venezia

Il Documento licenziato dalla Commissione insediata presso il Ministero dell’Istruzione – ai sensi dell’art.10 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65 – per l’elaborazione di una bozza di indicazioni pedagogiche riguardanti il cd. “sistema integrato di istruzione zerosei “, ha radici lontane.

Occorre andare a ritroso di almeno trent’anni e più e risalire a quel gruppo di ispettori scolastici che iniziò ad occuparsene, su incarico dell’allora Capo servizio per la scuola materna del Ministero, dott.ssa Giuseppina Rubagotti, che all’epoca dirigeva anche la segreteria del Ministro Sergio Mattarella.

Un cenacolo di uomini e donne di scuola che avevano superato il vaglio di una prova concorsuale selettiva, che prevedeva il superamento di tre prove scritte e di un lungo colloquio orale con la media minima di 8/10. A differenza di quanto sarebbe accaduto anni dopo quando gli ispettori – di norma esperti di scuola militante avendo passato per gradi il ruolo di docente e di dirigente scolastico – cominciarono ad essere nominati ‘per chiamata’ dalla politica, in nome di un “merito” nuovo che non è mai stato chiarito. Non è una premessa polemica ma necessaria perchè quella generazione di ispettori, al pari di altri dirigenti della P.A., si era formata studiando e lavorando ‘in situazione’. D’altra parte siamo un Paese dove gli stessi Ministri non hanno quasi mai una competenza specifica del settore di cui si occupano: nella fattispecie della scuola abbiamo avuto chi non ha superato neanche un concorso da operatore scolastico (leggasi: bidello, senza offesa per questa categoria di lavoratori).

Per anni e anni si scrivevano articoli sulla Rivista “L’Educatore”- inserto “zerosei” , appunto, diretta dal mitico Sergio Neri, ispettore a Modena che con la sua esperienza e le sue intuizioni didattiche aveva reso le scuole dell’infanzia di quella città, per ammissione di tutti, le “migliori al mondo”, si partecipava a seminari di studio, si redigevano le circolari che lo stesso Ministero emanava. C’era un grande fervore attorno a questo Progetto che nacque allora: l’idea si perfezionava di anno in anno e prendeva corpo un vero impianto pedagogico-didattico per la scuola dell’infanzia. L’ispettore Giancarlo Cerini, di cui piangiamo la recente scomparsa, raccolse l’eredità di Neri e la portò in sede di questa Commissione ex DL 65/2017, di cui è stato fino all’ultimo Presidente, esprimendo una competenza di alto livello poiché aveva dedicato l’intera vita professionale a questo Progetto.

Per queste premesse si tratta di un testo di notevole spessore pedagogico, con una visione d’insieme che delinea un percorso scolastico dal nido fino alla scuola dell’infanzia, dai 0 ai 6 anni di età dell’utenza scolastica. La cornice entro cui si inquadra questa ipotesi di nuovo livello formativo parte dai principi espressi dalle Carte degli Organismi internazionali sui diritti dell’infanzia e attraversa gli Orientamenti educativo-didattici del 1991, raccogliendo esperienze via via maturate nel territorio: questa sinergia tra riferimenti culturali e prassi didattiche ha permesso di passare, in pochi decenni, ad un livello di riflessione e consapevolezza tale da creare un orizzonte educativo 0-6 dalle solide fondamenta e di sviluppare le premesse per la creazione di un vero sistema integrato. Questo è in sintesi il senso della Bozza licenziata dalla Commissione: raccogliere le migliori indicazioni pedagogiche e le best practices più avanzate e consolidate, nella consapevolezza che questo segmento iniziale del processo formativo è parte integrante a pieno titolo dell’intero sistema scolastico, ne è la base.

Il percorso 0/6 non è un pre-scuola poiché il curricolo successivo procede nell’ottica della continuità educativa: le mutate condizioni ed esigenze del quadro sociale, l’affinamento di una didattica mirata per i più piccoli, l’esigenza di superare la mera assistenza custodiale facendo germinare proprio nella scuola dell’infanzia i due assi che si sviluppano lungo tutto lo sviluppo verticale  – cioè la socializzazione e l’apprendimento – descrivono un luogo educativo che è già scuola, pur rispettando le condizioni oggettive dell’età dell’utenza, senza ansie anticipatorie. I servizi che accolgono i bambini sotto i tre anni sono denominati servizi educativi per l’infanzia, distinti in nido e sezioni primavera, dai 3 ai 36 mesi. I bambini tra i 3 e i 6 anni sono accolti nelle scuole dell’infanzia che propongono a partire dai tre anni un’esperienza organizzata di “vita, relazione e apprendimento” che si svolge in continuità con i servizi educativi per l’infanzia e sollecita ulteriori processi di conoscenza dei bambini e di incontro con i diversi linguaggi, proiettandosi anche verso il successivo primo ciclo di istruzione. Viene così a delinearsi un “sistema pubblico-privato accreditato e paritario”  secondo un disegno istituzionale complesso che esige coordinamento, integrazione, collaborazione tra Stato, Regioni, Enti locali, soggetti pubblici e privati per l’attuazione dei diritti e il benessere delle nuove generazioni a partire dai tre mesi di età. Interessante il passaggio in cui vengono considerate le varianti del contesto epocale, le diseguaglianze sociali, le famiglie oggi, la dimensione interculturale e multilingue, la presenza dei media e della cultura digitale, i disagi del mercato del lavoro. Questo resta sullo sfondo e non intacca l’aspetto didattico, anzi offre spunti di riflessione per puntualizzare il contesto in cui il progetto dovrebbe prendere corpo: la centralità dell’infanzia, l’alleanza con le famiglie, l’ottica dell’accoglienza e  dell’inclusione.

Oltre queste buone intenzioni che radicano in una cultura aperta e democratica, vanno rimosse e chiarite difficoltà e insidie. Quando ci sono progetti da gestire in partnership occorre accreditare precise competenze: il sistema 0/6 si qualifica come integrato ma non possiamo rinunciare ad una scuola dell’infanzia statale. Nata come legge 444/1968 con una crisi di Governo non può esserne ora decretata la fine. Buona l’idea del già descritto “sistema pubblico-privato accreditato e paritario”, con pari dignità ma le competenze dello Stato e della sua governance del sistema vanno rimarcate.

Lo stresso documento lo conferma: “Nel nuovo sistema viene ribadita la competenza sovraordinata dello Stato, che svolge funzioni di indirizzo, coordinamento e promozione del sistema integrato, approntando dispositivi specifici, quali il Piano di azione nazionale e il relativo finanziamento, il Piano nazionale di formazione continua del personale, il sistema informativo dei servizi educativi e scuole dell’infanzia, i criteri per il monitoraggio e la valutazione”. Ad una scuola dell’infanzia statale non si può rinunciare: la parte finale della bozza è confusiva e lascia spazio a discrezionalità inopportune.

Infatti il nodo da dirimere con precise attribuzioni di ruoli e funzioni è ciò che il decreto legislativo 65/2017 definisce “modello di governance multilivello” prevedendo che il sistema integrato sia programmato, realizzato e qualificato con il concorso dei diversi livelli di governo, dallo Stato alla Regione all’Ente locale, ciascuno dei quali si vede affidate competenze specifiche, ma da svolgersi in sinergia e con spirito di collaborazione20. “A tal fine, la Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali rappresenta la sede appropriata per comporre le diverse istanze partecipative e decisionali”.

L’esperienza di gestione sanitaria della crisi pandemica ha evidenziato in questo ambito di confronto, collaborazione, competenze e intese più distonie che sintonie. Esiste un gap funzionale tra Stato e Regioni che va chiarito in via generale prima che esso venga declinato sul sistema integrato 0/6.

Forse meno parole enfatiche e indicazioni più precise gioverebbe ad evitar contese.

Sarebbe un guaio se oltre la sanità anche la scuola avesse troppi pretendenti al trono o più sommessamente alla cabina di regia. Preoccupa soprattutto il tema della formazione: in ambito istituzionale ogni Regione o ente Locale può promuovere iniziative al riguardo, ma va tutelata la titolarità dello Stato secondo il Piano di Governo che la Bozza prevede. Idem per la gestione del personale statale e del suo stato giuridico, assoggettato alle supervisioni regionali e insidiato dalle avances degli Enti Locali. Le scuole statali finiranno per essere gestite da un assessore regionale?

Le scuole polo territoriali e la figura del ‘coordinatore pedagogico’ introducono novità non definite istituzionalmente, veri e propri ibridi confusivi che si sovrappongono ad un esistente funzionante e consolidato. Da qui partono alcune contraddizioni suscettibili di conflitti di attribuzioni: poiché come è d’uso in Italia prima si ripartiscono i poteri e poi subentra il modello Hegel “della notte in cui tutte le vacche sono nere”. Responsabilità precise richiedono competenze precise e viceversa.

Vengono i brividi quando si comincia a parlare di sinergie, tavoli di concertazione, piani locali, intersezioni e variazioni funzionali, circolarità (di cosa?) , interventi compensativi o surrettizi.

Ecco: su questi aspetti che riguardano il funzionamento del sistema integrato ma anche i contratti di lavoro del personale, le gerarchie , le interferenze, i “concorsi convergenti” bisogna dire e scrivere parole chiare. Tirare quattro paghe per il lesso come scrisse Carducci e gli insegnanti-Arlecchini servi di due padroni non vanno proprio bene.

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