Le “squole” ignoranti: il commento di Mario Giordano

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di Mario Giordano, Panorama, 26.12.2018

– Se gli studenti parlano, e scrivono, inanellando orrori grammaticali, gli insegnanti spesso non fanno meglio. Allora, dopo le vacanze natalizie, caro ministro dell’Istruzione, proviamo a cambiare qualcosa?

Eppure avremmo bisogno di studiare di più. Ma tanto di più. Le nostre scuole, purtroppo, stanno sfornando troppi asini, intere generazioni che si diplomano convinte che il congiuntivo sia una malattia degli occhi e la consecutio un insetto pericoloso da cui è meglio stare alla larga. Si aggirano per le nostre strade torme di giovani convinti che l’angolo a 90 gradi sia eretto, che all’alba si senta il cigolio degli uccelli, che in Turchia si parli il turchese e che Pirandello abbia scritto il Fu Mattia Bazar. E che resti circonciso tra noi, altrimenti diventiamo lo zimbellino di tutti.

Lo diciamo perché la proposta del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti di dare meno compiti delle vacanze agli studenti non può essere che accolta con favore da ogni genitore: passare Santo Stefano e l’Epifania a correre dietro ai figli oberati e malmostosi non piace a nessuno. Ed è giusto che le famiglie si godano le feste, magari trovando il tempo per visitare qualche museo, o ascoltare qualche concerto (possibilmente non Sfera Ebbasta) o persino leggere qualche libro. Magari tutti insieme. Non sarebbe fantastico?

Inoltre c’è un altro punto a favore del ministro. È piuttosto assurdo vedere quello che succede abitualmente nelle scuole, dove per mesi si tollerano ritardi, assenze, professori mancanti, occupazioni, autogestioni, giorni perduti, escursioni inutili, salvo poi scaricare pagine e pagine da studiare durante le vacanze per tentare di recuperare il tempo perduto. Sarebbe meglio fare il contrario, non vi pare? Usare il tempo del riposo per riposare e quello della scuola per fare i compiti. A questo proposito: un plauso agli studenti del liceo Plinio di Roma che da soli, nel giro di pochi minuti, hanno posto fine all’occupazione della scuola, al grido di «vogliamo studiare». Musica per le nostre orecchie.

Però, ecco, caro ministro, bisogna anche stare attenti che, in nessun modo, possa passare il messaggio sbagliato. E cioè quello della tolleranza al fancazzismo. Di quest’ultimo, in effetti, ce n’è fin troppo. Avremmo bisogno di segnali esattamente contrari. Nei giorni scorsi mi ha molto colpito, per esempio, una notiziola passata inosservata ai più: al concorso nazionale per diventare maestri sono stati bocciati sette candidati su 10, tutte persone che insegnano da anni, precari, molti laureati. E nei loro compiti sono saltati fuori errori incredibili: «L’alunno a bisogno di» (senza acca), oppure «gli strumenti utilizzati ha un’importanza» (singolare), doppie dimenticate («la strutura»), apostrofi messi a caso («un’evento»), orrori grammaticali vari (da «aquistato» a «discendente»), per non dire della lunga teoria di «qual’ è», «ogniuno», «cmq» e «xké». Una serie di abbreviazioni in stile smartphone da fare invidia a quel famoso concorso per magistrati in cui un candidato, sentendosi probabilmente molto intelligente, scrisse «veperata quaestio». Ma certo: veperata. La «x» si usa solo negli sms.

Ecco se questi sono i maestri, che cosa possiamo sperare dagli studenti? «Mi hai preso il quore», ha scritto qualche tempo fa un innamorato sul muro. «Anche la grammatica, però» ci ha aggiunto un animo sagace. Ma c’è poco da ridere, purtroppo. Lo sfascio della scuola, come è noto, è alla base dello sfascio del Paese. E per troppo tempo, al riguardo, sono passati messaggi lassisti, con promozioni facili, esami farlocchi, ricorsi al Tar contro ogni voto insufficiente, oltre che naturalmente contro la bocciatura, e con i genitori sempre pronti a trasformarsi nei sindacalisti dei figli asini. Ci piacerebbe che si invertisse la tendenza. E che dopo queste vacanze, ben godute e ben vissute, come chiede il ministro, alla ripresa della scuola ci fossero fin da subito segnali evidenti di disciplina, rigore, serietà e severità. Chiediamo troppo?

Ricordo che un giorno provai a fare la stessa domanda mentre parlavo con alcuni ragazzi. Mi guardarono un po’ storto. Poi uno di loro trovò il coraggio per replicare: «Il ragionamento non fa una griglia (sic: griglia), però noi studiamo molto e pensiamo di essere preparati. Non ci possiamo proprio amputare nulla». Ecco, proprio così: non ci possiamo amputare nulla. A parte il futuro, ovviamente.

(Articolo pubblicato nel n° 1 di Panorama in edicola dal 19 dicembre 2018 con il titolo “Le squole ignoranti”)

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Le “squole” ignoranti: il commento di Mario Giordano ultima modifica: 2018-12-27T05:02:19+01:00 da Gilda Venezia
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