L’interrogazione? Datata. Ora è l’era delle microconferenze

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di Valentina Santarpia,  Il Corriere della sera, 17.12.2019

– Il progetto di un professore della Basilicata per far diventare il discorso pubblico una prassi dell’attività didattica.

«Guardate questa immagine. Cosa vedete? Un puntino? Bene, questa è l’origine del mondo»: così Vincenzo Adamo (foto) ha affascinato una platea intera tenendola col fiato sospeso e dimostrando di aver capito appieno il senso del nuovo progetto. Chiamatele Ted, chiamatele public speaking, chiamatele talks. Lui, il suo professore della Basilicata, ha voluto chiamarle microconferenze. Nome brutto, ma italiano, per parlare delle presentazioni attraverso cui gli studenti possono trasformare la propria esposizione ai professori: «È un nuovo modello di apprendimento che stiamo cercando di diffondere in tutta Italia e che sta riscuotendo grande successo- assicura Pino Suriano, docente di Lettere dell’istituto superiore IIS Enrico Fermi di Policoro, in provincia di Matera- Si ribalta il modello dell’interrogazione: lo studente guarda all’ascoltatore come all’oggetto principale della sua attenzione, e attraverso gli strumenti della retorica elabora un discorso che unisce lo studio e l’espressività, e punta a catturare e affascinare l’interlocutore».

Da Cicerone ad Alberto Angela

I riferimenti? Si parte da quelli storici come Marco Tullio Cicerone a quelli più squisitamente attuali: Roberto Benigni per la capacità di lettura e interpretazione di un testo poetico; Roberto Saviano per la scrittura di monologhi espressivi; Alberto Angela per la capacità di trasferire il valore culturale di luoghi, opere d’arte o contenuti scientifici con stile brillante e divulgativo; Federico Buffa per la narrazione sportiva o eroica in senso generale. Le regole sono poche. La microconferenza deve durare dai 5 ai dieci minuti e deve fare riferimento a qualche ambito di apprendimento, utilizzando possibilmente slide esemplificative: dalla scienza alla storia, sono tanti gli argomenti toccati dagli studenti delle 70 scuole di tutta Italia che hanno partecipato al concorso indetto proprio dal Fermi, grazie alla dirigente scolastica Giovanna Tarantino che ha supportato il progetto, che a giugno ha premiato con 500 euro un ragazzo di 18 anni di Taranto e una ragazza di 17 di Pompei . E Suriano non si ferma: sta costruendo una rete di scuole- per ora sono una decina- con cui condividere le esperienze, sta trasformando il suo metodo in un percorso di formazione e lo ha promosso al ministero per diffonderlo nelle scuole.

Il lavoro di gruppo: oltre il Ted

Ma cosa c’è di nuovo rispetto al Ted, ormai diventata un marchio di conferenze statunitensi, con la formula «Ideas worth spreading», idee che val la pena diffondere? « Il percorso, a differenza del consueto public speaking, si concepisce come percorso di scrittura- spiega Suriano, che l’anno scorso ha lanciato un concorso nazionale a cui hanno partecipato 70 scuole- Il testo, che sarà poi esposto con libertà interpretativa e possibili elementi di improvvisazione, è il frutto di una precedente scrittura e una organizzazione strutturata delle parti del discorso, in continuità con la grande tradizione oratoria occidentale. La costruzione del testo, avviene, su un argomento scelto dallo studente, in collaborazione con gli altri studenti del gruppo classe o gruppo di lavoro. Il testo di ciascuno, in altri termini, è continuamente emendato attraverso il contributo degli altri studenti e dell’insegnante». La microconferenza diventa così anche elemento di autovalutazione e di condivisione. In linea, del resto, con il decreto dell’agosto 2007, che prevede che tra gli obblighi di istruzione ci sia quello di «leggere, comprendere e interpretare testi di vario tipo, produrre testi di va rio tipo in relazione ai differenti scopi comunicativi , padroneggiare gli strumenti espressivi e argomentativi necessari per gestire l’interazione comunicativa verbale in un contesto predefinito». Ma qual è l’utilità, al di là di quella didattica? «I giovani oggi si ritrovano a parlare in pubblico non prima della fine degli studi universitari- spiega Suriano- confrontandosi con limiti e blocchi spesso paralizzanti. È davvero importante perciò anticipare l’esperienza, in un ambito educativo, aiutando gli studenti a superare le difficoltà emotive, e a entrare in contatto con il pubblico già in età adolescenziale. Con la microconferenza, ragazzi dai 14 ai 18 anni si ritrovano a parlare di fronte a platee più o meno ampie, con un proprio testo, frutto delle proprie ricerche e dell’approfondimento: così si supera la timidezza».

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L’interrogazione? Datata. Ora è l’era delle microconferenze ultima modifica: 2019-12-17T21:12:51+01:00 da Gilda Venezia
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