Pensioni, le novità della Manovra: 41 anni di contributi e 62 di età per uscire

la Repubblica, 21.11.2022.

Anche la materia previdenziale sul tavolo del Consiglio dei ministri. Per la Lega è solo il primo passo verso una Quota 41 secca, che per ora costa troppo.

Gilda Venezia

Una “quota ponte”, l’ha definita il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Per evitare il ritorno secco alla Fornero, ma spostare più in là nel tempo la riforma complessiva del sistema previdenziale che i partiti della maggioranza hanno invocato prima delle urne. Ecco Quota 103, il mix di 41 anni di contributi e 62 anagrafici, che per il 2023 regolerà – in sostituzione di Quota 102 – l’uscita dal lavoro in aggiunta ai requisiti ordinari previsti dalla norma Fornero, ma anche ai rinnovandi Opzione donna e Ape sociale.

Il primo passo verso Quota 41

E’ questa la soluzione temporanea che si delinea con la Manovrasul tavolo del Consiglio dei ministri. Per la Lega, grande sponsor per lo smantellamento della Fornero, si deve trattare solo di un “primo passo” che dovrebbe approdare poi alla Quota 41 secca, ovvero l’uscita con 41 anni di contributi senza requisiti anagrafici. Un disegno che per ora resta da libro dei sogni, soprattutto considerando il peso per le finanze pubbliche. E’ stato lo stesso Durigon a quantificare che senza limiti di età soltanto il primo anno la misura costerebbe 4 miliardi di euro e la cifra sarebbe destinata a crescere fino a quasi 10 miliardi nel 2029.

Con l’introduzione del requisito anagrafico a 62 anni, invece, il costo per una platea potenziale di 50mila persone dovrebbe esser contenuto nell’ordine degli 800 milioni di euro.

Possibile ritocco su indicizzazione pensioni

Ma potrebbe non esser l’unico intervento previdenziale di giornata. La legge di Bilancio ha un problema di coperture: troppe i desiderata della politica per un provvedimento che per la stragrande maggioranza (21 miliardi su poco più di 30) deve concentrarsi sulle bollette e l’emergenza dei rincari. E la linea Giorgetti-Meloni è chiarissima: serve credibilità e prudenza, perché il vento economico sta cambiando e non è il momento di far deragliare i conti pubblici già alle prese con necessità inderogabili visto il caro-energia.

Per questa ragione, filtra da alcune ricostruzioni di stampa, sempre nell’ambito previdenziale si starebbe pensando di metter mano di nuovo ai meccanismi di adeguamento degli assegni all’inflazione. Per il prossimo anno è previsto un maxi-rialzo degli assegni del 7,3%, che potrebbe poi esser ritoccato al rialzo alla luce del dato definitivo dell’inflazione 2022 (ipotesi tutt’altro che remota, visto il +11,8% di ottobre). La rivalutazione è piena per i trattamenti fino a quattro volte il minimo, cala poi al 90% tra 4 e 5 volte e al 75% sopra quelle cifre. In pratica, visto il +7,3% generale da 2.102 a 2.627 euro (ossia, tra quattro e cinque volte il minimo) si passa al 6,57% (il 90% del 7,3%) e al di sopra si scende al 5,475% (il 75% del 7,3%).

Ora, proprio per le fasce più alte si starebbe pensando di limitare gli incrementi in modo da risparmiare un po’ di risorse. Fu il governo Monti, nel 2011 in piena crisi dello spread, a bloccare del tutto la rivalutazione. In questo caso sarebbe una sforbiciata più mirata.

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Pensioni, le novità della Manovra: 41 anni di contributi e 62 di età per uscire ultima modifica: 2022-11-21T21:30:46+01:00 da

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