Le proposte di autonomia differenziata verso un’organizzazione della scuola di tipo regionalistico

intervista di Fabrizio Reberschegg a Massimo Villone,
Professione Docente, Numero I, anno XXXI,  gennaio 2021.

Le proposte di autonomia differenziata del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia: spingono a un’organizzazione della scuola di tipo regionalistico, con l’organizzazione scolastica della regione, addirittura con gli organici scelti dalla regione.

Gilda Venezia

In Veneto, ed un po’ meno in Emilia Romagna, si sono spinti avanti su questo terreno, in modo molto forte. E’ stata ipotizzata, anche in modo minaccioso, da qualche governatore aspirante separatista la volontà di arrangiarsi e di crearsi da soli l’autonomia regionale. Dopo la sanità, vediamo governatori che spingono molto sulla scuola e qui bisogna essere chiari in un punto: l’interesse della politica regionale è nella possibilità di gestire i docenti, perché i docenti sono un esercito che entra nelle case delle famiglie. Chi amministra le regioni gestisce i medici, e se ci aggiungessimo anche i docenti, noi avremmo delle regioni che gestiscono le due categorie, che entrerebbero direttamente nelle case delle famiglie. Questo uno strumento potentissimo di gestione.

Questa è la vera ragione di una spinta così forte sulla scuola, la vera ragione di chi fa politica sul campo : la scuola è uno strumento di estrema utilità per chi fa politica.
Per esempio, si punta ad orientamenti della scuola per territori, progetti che vengono dall’impostazione di stampo aziendalistico della scuola, verso la quale io sono molto contrario.

Penso che la scuola debba essere innanzitutto uno strumento di formazione culturale civile, poi all’ultimo posto debba venire l’impostazione aziendalistica.

Purtroppo quest’ultima è stata molto esaltata da strumenti come la Buona Scuola, per esempio, dall’impostazione dei dirigenti scolastici, per cui si si determina questo processo: dal potere regionale si arriva al dirigente scolastico che gestisce poi in concreto, secondo criteri di efficienza e di rapporti costi/benefici, che oltretutto con la scuola non so come si possano applicare. Nella crisi Covid specificamente, è mancata la percezione di una mera priorità della scuola.

Mi sconvolgo nell’ assistere al conflitto che nasce sull’apertura delle piste di sci, che magari sono importanti, però non c’è stato lo stesso tipo di conflitto sulla scuola,
Di conseguenza, adesso stiamo arrivando a quello che per me è una condizione inaccettabile : di due studenti che vivono in due comuni, diversi ma vicini, uno va a scuola e l’altro no; uno partecipa alla didattica in presenza e l’altro no.

Tutto questo ha un impatto che va ben oltre l’edificio della scuola nel quale si svolge la prestazione del servizio. Vi sono famiglie che non sanno più come gestire i figli che rimangono o meno a casa; genitori non sanno se hanno ancora un posto di lavoro o come rapportarsi con il datore di lavoro perché non sanno se devono stare a casa o no, mentre alcuni dirigenti pensano che il “loro” edificio scolastico non offra le dovute garanzie. Il sistema Paese non può funzionare in questo modo. Il sistema scuola non può funzionare in questo modo. Questa è stata una palese debolezza, probabilmente anche della ministra anche se non voglio fare critiche particolari. Mi sembra che dall’inizio non ci sia stata chiara una vera percezione dei problemi: per esempio hanno citato quello del trasporto, ma questo problema era già presente da prima, si sapeva della sua esistenza, non c’era bisogno di risollevarlo adesso, ugualmente per il problema di rapporto con le ASL. Credo che si sarebbe potuto, avendo una percezione chiara della priorità scuola nel suo complesso, avere dall’inizio un approccio più efficace, però questo è un’opinione probabilmente politica. Credo anche che sulla scuola e sulla sanità, con la crisi Covid abbiamo visto quanto i due servizi siano veramente fondamentali, perché interessano a tutti, dal primo fino all’ultimo, attraverso i figli o attraverso la nostra condizione di salute.

Questi servizi sono ridotti in una condizione nella quale l’eguaglianza dei diritti, che dovrebbe essere parametro assolutamente primario di ogni politica e di qualsiasi governo, è sostanzialmente svanita, è diventata un miraggio in questo Paese.

Per non parlare del divario tra Nord e Sud, che è aumentato a dismisura. La scuola lo dimostra in maniera chiarissima, dove la grande disponibilità di strumenti in certe famiglie si contrappone alle tante che non dispongono di un tablet che hanno difficoltà di avere il collegamento Internet, perché non c’è la rete a banda larga.

Queste sono cose che dividono il Paese, i territori, e le aree metropolitane.

In principio fu l’autonomia scolastica. Poi venne la riforma del Titolo V della Costituzione. Fino a giungere al tempo, funestato da forti perturbazioni provenienti da Nord, da Sud e dal Centro, della Babele istituzionale. E così i semi piantati nel 1997, poi nel 2001 diventati alberi dalle fragili radici, nell’era del Covid-19 hanno generato i frutti bacati di un sistema dell’istruzione che procede in ordine sparso, in virtù (sic!) dell’indipendenza decisionale conferita a livello periferico e che ogni presidente di Regione e ciascun dirigente scolastico interpreta e declina senza curarsi eccessivamente delle disposizioni impartite a livello centrale. Una sovrapposizione di poteri che in qualche caso provoca una battaglia a colpi di ricorsi alla giustizia amministrativa tra Governo ed Enti locali. Oggetto del contendere: proseguire o sospendere le lezioni in presenza, per quali ordini di scuola attivare la didattica a distanza e per quanto tempo.

Con la nota n. 1990 del 5 novembre, il Ministero dell’Istruzione fornisce alle scuole le indicazioni applicative del DPCM del 3 novembre, fissando la Didattica Digitale Integrata al 100% in tutte le scuole secondarie di secondo grado, fatta salva la possibilità di svolgere in presenza le attività di laboratorio, purché contemplate nei piani di studio e nei quadri orari degli specifici ordinamenti. Nelle cosiddette zone rosse, il provvedimento emanato da viale Trastevere stabilisce lo stop alle lezioni in classe anche per gli studenti del secondo e terzo anno delle secondarie di primo grado. Se sussistono condizioni critiche e motivi urgenti, però, le Regioni possono derogare alle disposizioni del Mi, intervenendo con misure più restrittive. Lo stesso vale per i Comuni dopo l’abolizione a luglio del decreto legge con cui all’inizio della pandemia a marzo si era stabilito che i sindaci non avrebbero potuto assumere decisioni in contrasto con quelle dello Stato.

A fare da apripista nello scompaginare le carte in tavola, e anzi a giocare di anticipo rispetto alle decisioni assunte a Roma, ci pensa Vincenzo De Luca che

in Campania, con un’ordinanza emanata a metà ottobre, dispone la chiusura delle aule scolastiche per tutti i gradi di istruzione dal 5 al 14 novembre. Periodo prorogato, poi, fino al 23 novembre. La decisione di tenere a casa tutta la popolazione studentesca, presa dallo “sceriffo” di Santa Lucia quando la Campania è ancora in zona gialla, scatena la protesta di un’ampia frangia di genitori che si rivolge al Tar per ottenere la ripresa totale delle lezioni in presenza. Ma i giudici amministrativi respingono il ricorso e decretano la legittimità dell’ordinanza firmata da De Luca. Fino al 7 dicembre, dunque, restano sospese le attività didattiche in presenza delle classi della scuola primaria diverse dalla prima, quelle della prima classe della scuola secondaria di primo grado nonché quelle concernenti i laboratori. Sono consentite le attività in presenza dei servizi educativi e della scuola dell’infanzia ma anche delle pluriclassi della scuola primaria che comprendano la prima.

L’esempio della Campania viene seguito a fine ottobre dalla Puglia, dove però la decisione del presidente Emiliano di chiudere tutte le scuole incontra maggiori ostacoli. Anche in questo caso, l’ordinanza viene impugnata dai genitori che presentano ricorso al Tar di Bari e a quello di Lecce. E qui la questione si ingarbuglia ulteriormente, perché il tribunale del capoluogo barese annulla il provvedimento mentre quello salentino lo conferma. A questo punto la Regione emana un’altra ordinanza con cui autorizza la riapertura delle scuole ma lascia alla discrezionalità delle famiglie e dei dirigenti scolastici la decisione ultima sulla ripresa delle lezioni in presenza.

In Calabria, colorata di rosso il 6 novembre, intervengono i singoli Comuni: scuole off-limits a Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e Paola. Singolare la situazione di quest’ultima città, dove la decisione del sindaco, come lui stesso ammette, non è supportata da dati specifici. Scatta il ricorso al Tar da parte delle famiglie che vincono e ottengono la riapertura. Ma non finisce qui: Antonino Spirlì, presidente della Regione facente funzione, emana l’ennesima ordinanza e chiude tutte le scuole sull’intero territorio regionale. Le

stesse famiglie non ci stanno e si appellano ancora una volta al Tar che dà loro ragione nuovamente. Ciononostante, gli studenti restano a casa perché i primi cittadini non vogliono saperne di ripristinare le attività didattiche in presenza. Un braccio di ferro che vede ancora il sindaco di Paola in prima linea con un’altra ordinanza che impone la chiusura degli istituti. Lo stesso copione va in scena in molti altri comuni calabresi.

In Basilicata, arancione dall’11 novembre, un’ordinanza regionale emanata il 15 novembre dispone la chiusura anche della scuola primaria e di tutto il ciclo della secondaria di primo grado. Pronta la replica dei genitori che fanno ricorso al Tar. Conclusione: i banchi si ripopolano fino alla terza media, come previsto dal Dpcm del 3 novembre scorso.

Le scuole piemontesi secondarie di primo grado, nonostante la promozione della Regione dalla fascia rossa a quella arancione, resteranno chiuse a docenti e studenti fino al 23 dicembre. A deciderlo, il presidente Alberto Cirio con un’ordinanza del 28 novembre motivata da ragioni prudenziali e dettata dal principio precauzionale “in considerazione di un possibile maggiore rischio epidemiologico relativo alle festività natalizie”.

Io non sarei affatto favorevole al procedere su questa strada perché la premessa è che siamo in un Paese che già è in tensione per una possibile frammentazione, quindi introdurre elementi ulteriori che vanno in quella direzione sarebbe esattamente un errore, dal mio punto di vista.
Però va capito che ci sono forze molto potenti che spingono nell’altra direzione, di questo bisogna essere consapevoli perché la politica è fatta così.

Un’idea che non avevo considerato è che si può studiare. Si tratterebbe di operare una modifica sulla forma delle norme generali dell’articolo 117 comma II, che già adesso sono di competenza esclusiva dello stato, salvo la sciagurata apertura fatta dall’articolo 116 terzo comma sull’autonomia differenziata.
Quindi il pericolo viene soprattutto da lì perché altrimenti ci sarebbe già lo strumento nel concetto di norme generali, però, per evitare forzature legittimate dall’articolo 116 III comma, forse si potrebbe valutare di inserire un elemento di precisazione per sottrarre almeno alcuni profili che si ritengono essenziali, come per esempio, il profilo del programma e dei contenuti della didattica, che giustamente si citava, per evitare il pericolo di una ulteriore territorializzazione.

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Le proposte di autonomia differenziata verso un’organizzazione della scuola di tipo regionalistico ultima modifica: 2021-01-08T04:18:58+01:00 da Gilda Venezia
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