Quelle pagelle inquinate da buonismo e ipocrisia

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di Valerio Capasa,  il sussidiario,  1.2.2016.  

– A scuola è tempo di pagelle. Come spesso accade gli scrutini sono la festa dell’ipocrisia e del buonismo. Ogni scuola dovrebbe dire in anticipo in quale idea di persona crede.

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Una volta la preside mi gridò nei corridoi che non capivo niente, perché volevo dare un debito in latino ignorando che il mio alunno era già abbastanza depresso in quanto grasso; per non parlare di quell’altro poveretto a cui mi ostinavo a rifilare insufficienze ma che già era tramortito dai complessi in quanto suo padre era più bello di lui.

La mia insensibilità per la psicologia del diciassettenne allo specchio scopriva l’antica saggezza secondo cui per mettere un 4 devono verificarsi improbabili circostanze astrali: ignoranza crassa, corporatura non grassa, mostruosità paterna eccetera.

L’anno dopo cambiai scuola, e riuscii nell’impresa di mettere un sacrosanto debito in geostoria. Tra lo sconcerto generale, ovviamente, perché non si rovina per una materia così inutile l’estate di un quindicenne. Il ragazzo si presentò all’esame beatamente abbronzato, e non aprì bocca su alcun argomento del medioevo fin quando mi rise in faccia con un “Seeeeee, mo’ veramente uno si mette a studiare per il debito!?!”. Ma anche questa volta la mia crudeltà medievale fu addolcita dalle più raffinate filosofie postmoderne, quando appresi dai colleghi che per una sola materia, in ogni caso, non si può bocciare.

Troppi voti, dietro patetiche griglie di valutazione meno leggibili di una bolletta dell’Enel, nascondono pregiudizi, sbalzi d’umore, freudismo delle patatine, pressioni esterne, pressione arteriosa, se fa caldo o se fa freddo, se vieni prima o dopo in ordine alfabetico, se tuo padre è bello o un poveraccio, se la classe è numerosa o la scuola è in calo di iscrizioni, se ripeti quello che vuole sentirsi dire l’insegnante o ancora resisti al plagio.

Forse vanno sfatati alcuni equivoci. Il primo si chiama buonismo. Al contrario dei duri e puri, inchiodati all’inappuntabile sillogismo del professor Mortillaro del film La scuola («Ho insegnato io francese? Sì. Lo sa Coffaro il francese? No. E allora perché dobbiamo discutere?»), i buonisti non scendono più in giù del 5 se non in caso di ripetute flatulenze in pubblico, e spacciano dei normali poveracci per geni rifilando 9 e 10 a tromba, fin quando i suddetti non vanno a sbattere contro il muro della realtà. Ritengono che il cielo abbia concentrato il talento tutto nello stesso lembo di terra, generando abnormi statistiche che le prove Invalsi e i test d’ingresso universitari puntualmente smentiscono: nel 2015 un 100 e lode ogni 10 studenti in Puglia, uno ogni 33 in Lombardia, uno ogni 141 in Trentino. La loro patologia consiste in una irrimediabile incapacità di valutazione, dal momento che più alzano i voti meno stimano la persona, considerandone il valore talmente irrisorio da credere di potersela comprare con due punti decimali.

Qui nasce il secondo equivoco, che è la coincidenza della persona con i risultati delle proprie performance. Non si hanno ormai effettivi riscontri della propaganda studentesca secondo cui “se porto a casa un voto basso, mia madre mi mena”. Non è chi prende un voto basso, ma è chi lo mette a dover affrontare la coalizione armata mamma + colleghi + preside + bidelle. Estinguendosi la razza della madri manesche, trionfa oggi la Mother dei Pink Floyd: «Mamma ti terrà al sicuro sotto la sua ala: certo non ti farà volare, ma forse ti farà cantare, mamma terrà il suo bambino al caldo e coccolato. Oh piccolino oh bimbo mio oh, non ti preoccupare, ti aiuterà mamma a costruire il muro». L’idea galoppante è che l’autostima del bebè vada protetta da ogni urto, perché un 4 traumatizzerebbe la pargoletta cresciuta nel mondo di Frozen, e perciò coprire ogni limite è sempre meglio che puntare in alto, secondo l’opzione profilattica di Christof con Truman nel famoso film.

Terzo equivoco: la demagogica tesi che i voti non contano. Il voto invece conta quanto il risultato di una partita di calcio, e né l’uno né l’altro può essere ritoccato in virtù del “va be’, comunque si è impegnato”. I consigli di classe che “danno fiducia” — così dicono — all’unica interrogazione davvero importante, quella del 7 di giugno sulle ultime quattro pagine del programma, sarebbero l’habitat ideale per la Federazione Italiana Cantanti Afoni inventata da Maccio Capatonda, che manifestava per le ragioni dell’emozione oltre a quelle della voce. La sconfitta invece esiste, a salvaguardia della libertà e del merito: salvare Paolo e Francesca dall’inferno perché in fondo sono bravi ragazzi vuol dire impedire loro di scoprire il vero amore.

Il fatto è che tu non sei un voto. In astratto sarebbero anche tutti bravi a dirlo, ma davvero: se non sei solo un voto, cosa sei? Quando prendi un 4, lo capisci che non sei quel 4? e quando prendi un 8, lo capisci che non sei quell’8? Non sei quello che fai, vali più del tuo 3 e anche più del tuo 10. Non ti realizzi per quello in cui riesci, e non è che non vali niente per quello in cui non riesci: sei un io! Non sarebbe meglio che ogni scuola si incontrasse con largo anticipo per mettere a tema che idea di persona, concretamente, la muove?

Solo un io è capace di stare davanti a un voto. Troppi invece rimangono soli davanti ai propri eterni limiti: non sanno con chi studiare, a chi chiedere una mano quando non ce la fanno o quando si annoiano. Per colpa di questa solitudine si aggira l’ostacolo taroccando i voti e mentendosi con i buoni propositi, perché prendere 3 è insopportabile se nessuno ricomincia con te, e mettere un 3 è insensato se non sei pronto a sederti affianco al tuo alunno per ricominciare con lui.

Che liberazione guardare in faccia quello in cui facciamo fatica, che liberazione quando qualcuno ti cor­regge (regge con te)! Un giorno di giugno la mail di un mio alunno mi schiantò: «vorrei ringraziarla per avermi rimandato. Finalmente dopo 4 anni. Questa per me sarà una grande opportunità di crescita». Non volevo offenderlo e non volevo comprarlo: ed era venuto fuori il suo io. Proprio come il bambino dei Pink Floyd, che alla fine rimprovera sua mamma: «Mamma, era necessario che io fossi così protetto?».

Il Buonconte dantesco aveva sbagliato tantissimo, ma quando, nell’ultimo istante, gli uscì «una lagrimetta», Dio lo perdonò (col debito del purgatorio, a scanso di equivoci): perché l’uomo non coincide con quello che non sa fare, ma con le sue lacrime. Teseo invece era un eroe, ma se Arianna non lo avesse aspettato, sarebbe rimasto imprigionato nel labirinto del suo successo: perché l’uomo non coincide nemmeno con quello che sa fare, ma con uno che lo aspetta.

Tempo di pagelle: tempo per vedere se sai ancora piangere, e se c’è qualcuno che ti aspetta.

Quelle pagelle inquinate da buonismo e ipocrisia ultima modifica: 2016-02-02T05:49:11+01:00 da Gilda Venezia
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