Recuperare l’esercito fantasma

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di Antonio Napoli, il Sussidiario, 6.11.2021.

Occorre recuperare l’esercito dei Neet. Sono 2 milioni di giovani. Non basta investire nell’eccellenza, bisogna farlo anche nella normalità.

Gilda Venezia

Siamo entrati in una specie di dopoguerra, dove la vittoria è a portata di mano ma ancora non è stata raggiunta completamente. Siamo alle prese, come in altri momenti della storia dell’umanità, con la ricostruzione dalle fondamenta della nostra società e delle nostre economie. Un lavoro immane, che i nostri avi svolgevano molto più frequentemente di noi, ma che oggi è difficile considerare un passaggio “normale” della nostra esistenza, anche se ricco di opportunità oltre che di insidie.

Per ricostruire – è la prima fondamentale regola – abbiamo bisogno di tutti. Si, proprio di tutti. Cioè del 100% della popolazione. Occorre uno sforzo corale e prolungato. Nessuno può essere ignorato, nessuno può tirarsi indietro. C’è un tema di opportunità, ma anche un’esigenza molto concreta, un bisogno materiale: come in un gigantesco gioco al tiro alla fune – permettetemi la citazione di Squid Game – si vince se a tirare siamo tutti e tutti dalla stessa parte e nello stesso momento.

Questo per dire che non possiamo lasciare che 2 milioni e 100mila giovani italiani tra i 15 e i 29 anni se ne stiano con le mani in mano. Una cifra enorme, oltre il 25% di quella fetta di popolazione. Più del 50% sono concentrati nel Sud Italia. Metà donne e metà uomini. Sono quelli che vengono comunemente definiti Neet, l’acronimo coniato dai nostri amici anglofoni, not in education, employment or training, con cui identifichiamo i giovani che “non vanno più a scuola, non cercano un lavoro e non partecipano ad alcun programma di formazione”.

In realtà non sappiamo bene perché essi decidano di “astenersi” da ogni attività di studio e di formazione o dal cercare un posto e un reddito. Né conosciamo nel dettaglio come questi giovani utilizzano il loro tempo libero (praticamente tutto quello che hanno a disposizione). Possiamo fare delle supposizioni. Immaginare che alcuni siano in giro per il mondo a riflettere, viaggiando verso mete lontane grazie alle opportunità offerte dai viaggi low-cost. Altri, in preda alla depressione, stanno chiusi in casa, su un divano davanti alla tv, accuditi da genitori premurosi che non sanno che fare. Altri stanno per strada, a riempire i muretti delle periferie, dei comuni del Sud, di quei paesini dimenticati e vuoti di cui è ricco il nostro entroterra montuoso.

 Nel mondo di oggi, in cui tutti sanno tutto di tutti, appare un po’ paradossale doversi interrogare su cosa fanno e su dove siano finiti oltre due milioni di persone. Ma è così, dobbiamo prenderne atto e sarebbe molto utile organizzare prima di ogni altra cosa una “grande ricerca” sul problema, per andare in profondità e provare a capire le motivazioni e le ragioni reali di queste scelte. Si potrebbe chiedere aiuto ai social network, unica attività tracciata da cui probabilmente essi non si astengono.

Sicuramente la famiglia sta svolgendo – come spesso accade – un compito che è allo stesso tempo positivo e negativo. Molti di questi ragazzi vivono sulle spalle dei loro genitori e nonni, di fatto costringendoli a sostenerli economicamente ed emotivamente. Come però non vedere che queste persone si nascondono proprio grazie alle famiglie, che spesso minimizzano, giustificano, assecondano.

 La scuola ha accettato anche questa sconfitta. In questo caso si tratta infatti del fallimento della sua missione storica. Cos’è la scuola se non lo strumento di cui si dota la società per occuparsi del 100% dei suoi giovani, al di là del censo, del territorio, del contesto culturale da cui essi provengono? La scuola italiana non può non essere al centro del progetto di recupero di questo esercito fantasma. Dobbiamo dotarla di strumenti, mezzi, idee, ma soprattutto dobbiamo smetterla di guardare alla scuola solo dalla parte opposta a quella in cui si trovano questi ragazzi, con tutto questo parlare di eccellenze, di talento, di numeri primi.

Quando poi finiscono di essere in età scolastica i Neet dovrebbero andare a cercarsi un lavoro. I centri per l’impiego sono il vero buco nero del nostro sistema di gestione delle politiche attive per il lavoro. L’ultimo posto dove un giovane vorrebbe mettere piede. Un enorme spreco di denaro che abbiamo tollerato perché il welfare nel nostro paese lo fanno le famiglie, le pensioni dei nonni, il lavoro nero. Dobbiamo mettere un punto a questo andazzo, premere il tasto reset e ricominciare daccapo.

In altre parole c’è qualcosa di molto profondo da correggere nel nostro sistema. Oggi tutto deve essere al di sopra della media, altrimenti è da buttare. Se un territorio non è il posto più bello del mondo non lo curiamo, se una università non scala le classifiche internazionali non serve a niente, se un salame non è un pezzo raro fatto a mano neanche lo affettiamo, se una pizza non è gourmet la scartiamo. Insomma, tutti abbiamo contribuito in questi anni a ridicolizzare la normalità, a disprezzare il lavoro ordinario e fatto bene, a disconoscere la serietà che è dentro le cose semplici, i valori di cui una società di milioni di esseri umani si nutre. L’eccellenza non ha senso se non esiste una buona e diffusa normalità. Abbiamo bisogno di moltissimi idraulici bravi e di pochi scienziati in ingegneria idraulica.

Questi ragazzi devono essere chiamati a dare il loro contributo in base a ciò che possono e sanno fare. Non saranno dei talentuosi, ma sono altrettanto utili alla società. Bisogna chiamarli a gran voce, far sentire loro che sono indispensabili, dire loro che non possono girare la faccia dall’altra parte. Le famiglie devono sapere che così le cose non vanno bene, la scuola deve sapere che le spetta andarli a recuperare, i centri dell’impiego o chi per essi devono sapere che su questo obiettivo sarà misurato la loro efficacia. Tutti noi dobbiamo sapere che ogni ragazzo riconquistato alla causa del lavoro è un piccolo contributo al futuro di tutti noi.

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Recuperare l’esercito fantasma ultima modifica: 2021-11-07T06:18:18+01:00 da Gilda Venezia
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