Scuole paritarie. Il “costo standard” va in pensione, subentra il “patto statali-paritarie”

di Vincenzo Pascuzzi, Qui non si banna! / Te deum / Scuole private paritarie / Vaticanerie, 21.11.2020.

Ovviamente tra compari non serve il galateo indicato dalla Costituzione
né la buona creanza della legge di parità (l. 62/2000)!
Gilda Venezia
A 5 anni dal suo debutto eclatante e incredibile (con la promessa del risparmio di ben 17 miliardi di euro, pari al 30% del budget del Miur!) e allo scadere dei 3 anni di vigenza del DM Fedeli n. 917/22.11.2017, proprio oggi, sabato 21 novembre, termina la durata del “Gruppo di Lavoro per la definizione del costo standard”; così in pratica l’iniziativa o progetto “costo standard” viene anche formalmente archiviato, il costo standard va in pensione, o in soffitta, o rottamato.
Da notare o ricordare che il citato Gruppo di lavoro, presieduto da L. Berlinguer, dopo la prima riunione di insediamento (20.12.2017) non si è mai più riunito, non ha mai lavorato; mentre il costo standard ha continuato ad essere, con insistenza, proposto ed esaltato come se avesse superato verifica e ottenuto conferma della sua validità, praticabilità, risparmiosità; e ciò fino a poche settimane fa.
Da sempre (1° gennaio 1948), le scuole private paritarie, e ora per esse anche il c.d. “gruppo di pressione pro-paritarie”, si prefiggono, puntano ad essere sostenute economicamente dallo Stato, integralmente proprio come le scuole pubbliche statali; aspirazione loro preclusa dall’art. 33, Cost.; in Parlamento (e anche nel Paese) le condizioni e i numeri per modificare detto art. 33, non ci sono, né ci sono mai state nel corso dei 72 anni dal 1948 ad oggi.

Escamotage o invenzione machiavellica

Il costo standard venne escogitato come escamotage (v. Andrea Gavosto/FGA, 2014) o invenzione machiavellica (v. Pasquale Almirante/TdS, 2018), per aggirare o gabbare appunto il citato art. 33 (“senza oneri per lo Stato”), evitando di ricorrere a un ddl costituzionale privo di maggioranza (nel 2018 ne è stato presentato uno da Silvana Comaroli/Lega), ma modificando la Legge di Bilancio tramite un emendamento (magari aggiunto nottetempo da un’ignota e benemerita manina); questa ipotetica procedura non ebbe successo già nel 2015, malgrado la ministra di allora, Stefania Giannini, sembrasse favorevole e disponibile.
Due anni dopo, a fine 2017, alla vigilia delle elezioni politiche, il ”gruppo di pressione pro-paritarie” riuscì ad ottenere dalla nuova ministra, Valeria Fedeli, il DM citato, partorito in fretta, non vitale o nato già morto.

Due piani, o ambienti, di confronto e di azione

Quanto premesso serve a introdurre una considerazione relativa ai rapporti e ai confronti fra “gruppo di pressione pro-paritarie” più mondo di centro-destra, ora all’opposizione (compreso qualche parlamentare transumante) da una parte e, dall’altra, il “gruppo pro Costituzione e status quo” più mondo di centro-sinistra, ora al governo.
Ebbene questi rapporti e confronti risultano difficili, contrastati, anche verbalmente conflittuali, sia nei riguardi della interpretazione della Costituzione che della l. 62/2000 perché i due gruppi operano, ragionano, argomentano con riferimento a due piani (o ambienti) diversi.
Il “gruppo pro Costituzione e status quo” interpreta semplicemente sia la Costituzione che la l. 62/2000, tiene conto anche della realtà concreta, consolidata ormai da 72 anni per la Costituzione e da 20 anni per la legge di parità; fa riferimento, si muove e argomenta secondo leggi e realtà esistenti e verificabili, cioè su un piano o in un ambiente REALE e concreto.
Il “gruppo di pressione pro-paritarie”, per quanto riguarda la Costituzione, deve ricorrere a interpretazioni contorte e improbabili della stessa e che, in particolare, ribaltano addirittura il senso dell’art.33; deduce un “principio costituzionale di libertà di scelta educativa”, inesistente se inteso con oneri a carico dello Stato; rivendica un pluralismo educativo alternativo alla scuola pubblica che è laica, accoglie tutti e ha libertà di insegnamento; presenta le scuole cattoliche come libere, mentre sono confessionali e devono perciò rispettare sia la dottrina che le indicazioni dello Stato Vaticano, della CEI, dei vescovi, anche dei parroci; inoltre, parla impropriamente di monopolio statale.
Ancora il “gruppo di pressione pro-paritarie”, per quanto riguarda la legge di parità, ebbene la considera una legge incompiuta, monca, disattesa, incompleta, lacunosa, provvisoria e perciò da implementare; fa riferimento a una mai esplicitata parità completa, vera, sostanziale; insiste ossessivamente ad attribuire alle scuole private paritarie l’aggettivo “pubbliche”, quasi che il riconoscimento della parità modifichi le caratteristiche della proprietà e della gestione che sono private; ancora è usuale e ricorrente il riferimento a “sistema pubblico integrato che ingloba sia le realtà statali che quelle paritarie” e anche “sistema scolastico pubblico italiano”, o “sistema integrato della formazione scolastica pubblica”, o “identità di funzione pubblica”, o “al pari di quelle statali”, oppure “istituti scolastici pubblici paritari (ex L. 62/2000)”; tutte espressioni improprie, ambigue, ingannevoli; mentre l’espressione corretta è “scuole private paritarie che svolgono un servizio pubblico e sono inserite nel sistema nazionale di istruzione”; incidentalmente, non è specificato quali sono le implicazioni dell’appartenenza a detto sistema.
Infine, per quanto riguarda il trattamento del personale docente e amministrativo, il gruppo di pressione e le stesse paritarie sistematicamente omettono, tacciono, glissano sul fatto che è più sfavorevole di quello praticato dalle scuole statali e che la legge di parità accantona l’art. 36, Cost. e prevede che “in misura non superiore a un quarto delle prestazioni complessive, possono avvalersi di prestazioni volontarie di personale docente” (questa possibilità è attualmente praticata nella misura di circa il 9%).
Per quanto detto, questo gruppo fa riferimento e argomenta su un piano o in un ambiente VIRTUALE o ipotetico, o immaginario, non reale, non (ancora?) esistente ma considerato tale; succede allora che quando gli appartenenti a questo gruppo discutono, si confrontano pubblicamente fra di loro tutto fila liscio, appare coerente, conseguente e confermato; anche per questo effettuano riunioni e incontri quasi esclusivamente fra loro, dove tutti sono già d’accordo; ugualmente accade in rete, i loro siti e social sono frequentati solo da membri omogenei, sono assenti o rare le eccezioni; l’esistenza di questo piano o ambiente virtuale rappresenta qualcosa di simile a un atto di fede, per il quale c’è consuetudine, familiarità, ma esistono anche limiti e confini oggettivi.
Meno attivo e vivace, quasi passivo il gruppo pro Costituzione, sta defilato, quasi sulla difensiva, contrasta e ribatte poco le numerose iniziative e attività dell’altro gruppo, attività che forse considera effimere, solo propaganda e baccano, prive di gambe per accedere al piano reale e poi procedere; il comportamento di questo gruppo è condizionato e frenato dai possibili effetti negativi sul piano politico ed elettorale del resistere o contrastare apertamente i desideri e le aspettative provenienti dalla Chiesa, dalla CEI, da vescovi e parroci; atteggiamento simile – quasi pilatesco – hanno alcuni Sindacatoni (sindacati rappresentativi ammessi alla contrattazione e alle informative ministeriali).

L’incontro dei due piani, quello reale e quello virtuale

La costituzione del Gruppo di lavoro con la citata OM Fedeli è stata un’occasione e una possibilità episodica ma importante, purtroppo subito sfumata o abbandonata, di un primo incontro e confronto ufficiale, formalizzato con una OM e perciò reale – anche se in un ambito limitato e improprio, perché mono-ministeriale e non già parlamentare – fra chi fa riferimento al piano reale esistente e chi invece fa riferimento al piano virtuale, ipotetico, rivendicativo; ne poteva scaturire un chiarimento sia sulla costituzionalità che sulla validità tecnica e sulla fattibilità e praticabilità del costo standard.
Invece il ministro Bussetti – peraltro senza reazioni o proteste – congelò il Gruppo di lavoro, che ora è arrivato al termine stabilito del triennio di vigenza, ed è improponibile una sua proroga.

Patto tra statali e paritarie

Proprio in previsione dell’imminente esaurirsi dell’ipotesi costo standard, è già partita per tempo l’alternativa, concretizzata nella proposta di un “patto tra statali e paritarie”; l’obiettivo delle paritarie rimane sostanzialmente immutato e inalterato (cioè finanziamenti statali come le scuole pubbliche, non ostante il “senza oneri per lo Stato”), cambia solo l’approccio, il nome, le modalità di richiesta e di pressione.
Già a fine maggio 2020, Virginia Kaladich (presidente Fidae) in una intervista lanciava l’idea: “Per riaprire (bene) a settembre serve un patto tra statali e paritarie”; idea molto generica ovvero “la campagna #vogliamofarescuola, un’iniziativa per approfondimenti e proposte su contenuti, spazi e tempi, con il supporto di massimi esperti nell’ambito antropologico cristiano, pedagogico, didattico, economico, urbanistico e sanitario”.
Pochi giorni fa, il 16 novembre, USMI e CISM con un comunicato congiunto (risultato piuttosto mediocre di un lavoro di copia e incolla di documenti precedenti), agganciavano alla Legge di Bilancio l’idea o la richiesta di “patti educativi di Comunità che coinvolgano Ministero, Regioni e Comuni generando un’alleanza tra fra le 40 mila scuole statali e le 12 mila paritarie”. Con evidente abbondanza di burocrazia e di soggetti da coinvolgere, ma senza quantificare né indicare gli aspetti economici.
In estrema sintesi, il costo standard (ripetiamo: mai validato né approvato, ma ciò poco importa!) viene riproposto questa volta …. spacchettato ovvero “da declinare in convenzioni, voucher, buono scuola, deduzione”; ciò con insolita e anomala procedura costituzionale a carico del Presidente della Repubblica, tramite la Presidente del Senato ed il Presidente del Consiglio, ignorando il Presidente della Camera; in proposito abbiamo letto quanto segue: “Cosa fare? Il presidente Mattarella inviti caldamente il presidente Conte a riunire le aule del parlamento”, con evidente sprezzo del ridicolo oltre che della Costituzione.

L’invito a cena del compare calabrese spilorcio

Per meglio capire la situazione si può richiamare la strofetta dell’ignoto compare calabrese spilorcio che fa un invito a cena:
“Caru cumpari stasira ti mbitu
porta a carna ca iu mintu u spitu
porta u pani ca u miu è mmucatu
porta u vinu ca u miu è acitu”.
Ecco le scuole private paritarie formulano l’invito e forniscono lo spiedo, mentre le scuole pubbliche statali dovrebbero provvedere a fornire carne, pane, vino e poi anche ringraziare. Ovviamente tra compari non serve il galateo indicato dalla Costituzione né la buona creanza della legge di parità (l. 62/2000)!
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Scuole paritarie: ora vogliono patti educativi e costo standard

di Vincenzo Pascuzzi – 10 settembre 2020
La pandemia covid ha reso necessari contributi statali anche per le scuole paritarie, giustamente motivati da spese contingenti e impreviste, dall’interruzione parziale dei pagamenti delle rette, dal possibile calo di iscritti e conseguenti rischi di chiusure di scuole.
Cei, Cism e Uspi ad aprile lanciarono l’allarme per la possibile chiusura del 30% delle scuole paritarie (v. Scuole paritarie: Cism e Usmi, “il 30% destinato alla chiusura senza un intervento serio dello Stato”) – cioè ben 4.000 scuole sul totale di 12.000! – e, con questa previsione esagerata e catastrofica diffusa, amplificata, anzi gridata sui social, il risultato è stato che i fondi per le paritarie sono stati raddoppiati ben due volte (cioè quadruplicati) durante l’iter del Decreto Rilancio: prima da 75 a 150 mln a maggio, poi da 150 a 300 mln a luglio; mentre la scuola statale – senza rette non onorate, ma dieci volte più numerosa come iscritti – ha avuto 1,3 mld (v. “Decreto Rilancio: stanziati oltre 1,6 miliardi per il ritorno in classe”).
In questi giorni, ad a.s. già iniziato, si sta verificando il bluff annunciato (v.Il bluff delle 4.000 scuole paritarie che rischiano di chiudere) delle 4.000 scuole a rischio chiusura; ne risultano infatti chiuse o a rischio appena 100, pari allo 0.08% delle 12.000 totali e a meno dello 0,03% delle 4.000 (v. Noisiamoinvisibili.it)!
Da notare che la chiusura attuale delle paritarie risulta a) in linea con quelle degli ultimi sei a.s. (2013-14: -222; 2014-15: -127; 2015-16: – 231; 2016-17: – 301; 2017-18: – 344; 2018-19: – 85), e b) coerente con il calo di 137 mila nascite nel decennio 2008-2018. Infine alle 100 paritarie chiuse o a rischio chiusura corrispondono solo 3.800 alunni!
Perciò (100 chiuse invece di 4.000) qualcuno dovrebbe ammettere l’errore grossolano (o l’inganno?) commesso e scusarsi, invece questo qualcuno si sta forse compiacendo del risultato ottenuto (i 300 mln) e già pensa di ripetere il giochetto (v. “Paritarie: è strage. Quest’anno 4.000 chiuderanno”).
In proposito, qualche considerazione può essere utile. Se la pandemia non ha affatto ridotto le iscrizioni alle paritarie, ciò può essere dovuto al fatto che i contributi statali sono stati sufficienti, o che le famiglie che le scelgono risultano in condizione economica adeguata (abbienti o quasi ricchi), oppure al fatto che sono comunque costrette a scegliere le paritarie per reale mancanza di alternative.
Ancora da notare che sia l’articolo di Giuseppe Adernò (v. Mascherine e sussidi anche alle scuole paritarie) , sia quello – appena citato – che rinnovella e ripropone la strage e anche altri recenti sui social considerano i 300 mln del Decreto Rilancio, concessi o conquistati per situazione contingente, come trailer alla annosa e strategica pretesa o richiesta del “costo standard per allievo”, qualcosa come 6 miliardi/anno, in palese deroga e violazione dell’art. 33, Cost. Propongono non solo locali ma anche “offerta formativa” La richiesta del costo standard è ben congegnata e tempestiva; il collante, il ponte tra soluzione contingente e quella strategica dovrebbe essere costituito dai “patti educativi”.
Infatti possiamo leggere nei documenti delle stesse paritarie:
1) “Patti educativi di comunità tra scuole statali e paritarie, dove alle famiglie sia assicurata la possibilità di scegliere la scuola paritaria ritenuta più sicura per il figlio, senza dover pagare rette aggiuntive, attraverso una quota capitaria, che abbia come tetto massimo il costo medio studente o il costo standard di sostenibilità per allievo” (v. Patti educativi territoriali: un appello perché vengano sottoscritti al più presto).
2) “i patti educativi, stipulati tra scuole pubbliche statali e scuole pubbliche paritarie sono propedeutici ad un sistema scolastico integrato, equo, pluralista, di qualità” (v. Cosa succede se la scuola non riparte).
3) “ …. patti educativi con le scuole paritarie disponibili a mettere a disposizione spazi e offerta formativa” (v. Scuole paritarie: Cism e Usmi, “disponibili ad agire in cordata per la ripartenza” attraverso “patti educativi” con le statali).
Proporre “offerta formativa” e “sistema integrato” significa concretamente voler provare a scippare alunni alla scuola statale, riducendone di conseguenza il personale docente e ata! “Bel risultato”.
In questo modo la Costituzione vigente – in particolare l’art. 33 – verrebbe letta, interpretata e applicata semplicemente capovolta.
Vincenzo Pascuzzi
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Scuole paritarie. Il “costo standard” va in pensione, subentra il “patto statali-paritarie” ultima modifica: 2020-11-22T06:32:15+01:00 da Gilda Venezia
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