Siamo un Paese di ignoranti. Ed è questo il primo problema dell’Italia

linkiesta_logo2di Francesco Cancellato,  Linkiesta,   24.2.2018

– Il rapporto sulla conoscenza in Italia dell’Istat è una fotografia talmente brutale dei nostri problemi con cultura e sapere da lasciare sconfortati. Bisogerebbe prenerne atto e ripartire da lì, ma a quanto pare preferiamo far finta che il problema non esista.

Se aveste una sola scelta, se vi chiedessero qual è IL problema dell’Italia, uno solo, cosa rispondereste?Pensateci bene. Probabilmente il molti parlerebbero di tasse e burocrazia, altrettanti di mafia e corruzione, qualcun altro punterebbe il dito sugli stranieri o sull’Europa, qualcun altro ancora direbbe la disoccupazione. Nessuno – o pochissimi, perlomeno – parlerebbero di scuola, formazione e conoscenza. Eppure è proprio lì che sta il problema dei problemi, quello che genera tutti gli altri: che siamo un Paese che non produce conoscenza, che non trasmette conoscenza e che non sa che farsene di quella che ha. E delle due, una: o non ce ne rendiamo conto. O, peggio, ce ne vergognamo talmente tanto da negarlo.

Lo diciamo partendo da un dato empirico abbastanza incontrovertibile. Che siamo tra i pochi Paesi al mondo, forse l’unica tra le economie sviluppate, che non considera il sapere e la conoscenza come valore aggiunto, ma che al contrario fa sfoggio della sua ignoranza, che irride i “professoroni” e i giovani che se ne vanno all’estero. L’unico che durante la più feroce crisi economica che abbia mai passato, decide di tagliare le poste di bilancio dedicate all’istruzione cinque volte più – il 10%, contro una media di tagli del 2% – di quanto non l’abbia fatto per tutti gli altri capitoli di spesa. L’unico in cui gli investimenti a doppia cifra finiscono in tutti i capitoli di spesa possibili tranne in quello della ricerca e della formazione, cui se va bene toccano le briciole.

Siamo ultimi in Europa – ultimi, lo ripetiamo – per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea, l’unico in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro la Grecia e la Romania

In quest’ottica, il Rapporto sulla Conoscenza 2018 dell’ISTAT è una specie di museo degli orrori, che mette in scena quarant’anni almeno di politiche scellerate, di malagestione e incuria. Di sopravvalutazione del nostro sistema formativo – che ancora ci ostiniamo a ritenere il migliore di tutti, nonostante i disastri nei test di valutazione comparati Pisa dell’OCSE. Di tutti i dati ne abbiamo scelti quattro, che raccontano meglio di qualunque altro come siamo messi.

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Il primo: siamo ultimi in Europa – ultimi, lo ripetiamo – per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea, l’unico in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro la Grecia e la Romania. Dietro agli Stati Uniti e il Regno Unito, Paesi in cui alla laurea ci è arrivato il 46% della popolazione. Ripetete insieme a noi: il problema delle imprese italiane si chiama Europa, si chiama globalizzazione. E cercate di non ridere, mentre lo dite. O di non piangere.

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Se la domanda è scarsa – secondo punto – l’offerta lo è ancora di più: i laureati in Italia non li vuole nessuno, perché abbiamo un sistema produttivo che non sa che farsene. E che se li assume li demansiona. Anche qui, due dati:l’Italia è l’unico paese tra i grandi d’Europa ad aver visto decrescere, negli ultimi dieci anni, gli occupati in posti ad alta specializzazione. Uno di quelli in cui le professioni a media alta qualifica non arrivano nemmeno a coprire il 40% dei posti disponibili. Gli stranieri ci rubano il lavoro? La Slovacchia ci ruba le imprese? No, a rubarcelo è la nostra ignoranza.

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Il terzo dato è quello relativo alle risorse umane impiegate nella scienza e nella tecnologia, che ci posiziona al terzultimo posto, davanti alle sole Romania e Slovacchia. Curioso, no? Ci raccontiamo ogni due per tre che viviamo nell’era digitale, nel tecnocene e poi, ops, non siamo in grado né di formare addetti in questi ambiti, né di orientare gli studenti in quella direzione? Applausi. E il bello è che ce ne vantiamo pure, scrivendo sui programmi elettorali che la scuola non deve formare al lavoro, che giammai lo sterco del diavolo contamini il sacro monte del sapere.

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Sarà, ma intanto – quarto dato – la scuola ha smesso di essere un ascensore sociale, come per altro ha raccontato il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini nel suo ultimo libro “La maestra e la camorrista” (Mondadori Strade Blu, 2018). Fa specie e orrore vedere che per diamo tra le famiglie con più laureati, se i genitori lo sono. E uno di quelli con meno studenti universitari, se i genitori non lo sono stati. Ergo: quei pochi ragazzi che laureiamo qua in Italia rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi uno strato sociale che già era ricco o benestante. E poi venite a parlarci di bomba sociale, per colpa di quattro sfigati fascisti.

Un piccolo suggerimento: i venti miliardi all’anno che volete buttare per abolire la Legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, buttateli nella scuola, una volta in Parlamento. Fatelo per innovare corsi e materiali didattici, per far crescere la formazione lungo l’arco della vita, per adattare programmi e metodologie al presente, per fare del sistema scolastico italiano un’eccellenza mondiale per la preparazione degli studenti. Poi vedete se le cose non cambiano davvero.

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Siamo un Paese di ignoranti. Ed è questo il primo problema dell’Italia ultima modifica: 2018-02-24T18:20:02+00:00 da Gilda Venezia

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