Spunti per una riflessione sulla storia della scuola

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di Raimondo Giunta, Aetnanet  21.2.2016

bandiera-persone1–  La storia della scuola occupa un posto marginale nei manuali; è considerata, forse, una storia piccola, minore; ma non è una storia insignificante, perchè aiuta a comprendere processi più grandi e ci proietta nelle dinamiche delle relazioni della società a cui appartiene. Attraverso la scuola si puo’ leggere la storia delle istituzioni, la storia del costume, la storia della cultura, la storia economica di una società. Si dimentica spesso che le scuole che popolano la nostra vita quotidiana non sono fatti naturali, dati ovvi dell’organizzazione sociale, ma una conquista di civiltà che bisogna sviluppare e difendere e tramandare alle nuove generazioni. Ogni sistema scolastico è condizionato nella sua organizzazione e nella sua cultura dalla storia che l’ha creato. Storia di conflitti sociali, storia di speranze, storia di idee. Idee di società, di cultura, di uomo.Molti sono i fatti e le decisioni che hanno segnato il percorso storico della scuola italiana e per necessità la riflessione è opportuno che ci si soffermi solo su quelle innovazioni che hanno inciso su un’istituzione che ha tenuto cara la propria stabilità ed hanno avuto una lunga durata e su quei tratti che l’hanno quasi sempre contraddistinta. La scuola è, infatti, un’istituzione in cui naturalmente convivono scontrandosi conservazione e innovazione, perchè tenuta per un verso a trasmettere saperi, valori e cultura del passato, ma anche ad adeguarsi ai cambiamenti e alle esigenze della società e del mondo del lavoro. Ovviamente più di 150 anni di storia non si raccontano con poche parole.
Nell’Europa dell’Ottocento, periodo in cui in diverso modo e con diversi scopi si cerca di avvicinare all’istruzione fasce della popolazione che da sempre ne erano state escluse, i sistemi scolastici assumono dimensione nazionale e si configurano secondo modelli funzionali alle caratteristiche della storia culturale, sociale, economica delle nazioni a cui appartengono e secondo le intenzioni politiche delle loro classi dirigenti. Sommariamente alcuni secondo il modello della scuola -istituzione, come quello che nasce e si sviluppa in Francia a partire dalla Rivoluzione, altri secondo il modello della scuola servizio della comunità-locale.

La legge Casati: il primato del liceo e la specificità dell’Istruzione Tecnica
La scuola italiana è stata per molto tempo e fin dagli inizi vicina al modello francese: pensata e organizzata come istituzione predisposta alla formazione della coscienza nazionale in alternativa alle scuole confessionali, in una nazione che fino al 1870 aveva lo Stato Pontificio e in cui il mondo cattolico era all’opposizione dell’appena costituito Stato Unitario.
A partire dalla Legge Casati del 1859, nata in Piemonte e subito estesa alle Regioni Italiane annesse, la scuola italiana ha avuto un impianto stabile, riordinato in modo sistematico con la Riforma Gentile del 1924; è stata una scuola accentrata e per necessità progressivamente laica per contrastare le tendenze antiunitarie. La laicità della scuola è un problema non interamente risolto nemmeno ai nostri giorni, a dire la verità, e solleva questioni fondamentali come quello della cultura dei curricoli scolastici, quello del pluralismo religioso e culturale e quello del ruolo dello Stato nei processi di formazione delle nuove generazioni.
La Legge Casati disciplinava l’istruzione superiore, l’istruzione secondaria classica, l’istruzione tecnica, l’istruzione elementare normale. L’istruzione professionale era lasciata nelle mani degli enti locali e avrà una prima organica sistemazione nel 1931; di fatto non rientrava nelle preoccupazioni del Ministero della Pubblica Istruzione come alcuni indirizzi dell’istruzione tecnica, affidati alle cure del Ministero dell’Agricoltura dell’Industria e del Commercio. L’indirizzo, al quale venivano dedicate maggiori attenzioni, era quello liceale. Nettamente differenziato da quello tecnico e l’unico che conduceva i suoi alunni all’Università per l’apprendistato da classe dirigente. Un vincolo quello degli studi liceali per l’accesso all’Università, che salterà solo nel 1969.
L’istruzione tecnica, sia quella affidata al Ministero della Pubblica Istruzione, sia quella affidata ai Ministeri economici, aveva sbocchi solo nelle mansioni esecutive e aveva per fine quello “di dare ai giovani che intendono dedicarsi a determinate carriere del pubblico servizio, alle industrie,, ai commerci ed alla condotta delle cose agrarie, la conveniente cultura generale e speciale”(art. 272 della Legge Casati). Insomma quanto basta. Non oltre. Era più o meno la situazione che si riscontrava in altre nazioni europee, nè si deve dimenticare che ancora oggi esistono sistemi scolastici precocemente dualistici e canalizzati. I diplomati degli Istituti Tecnici non potevano andare all’Università, ma quelli erano tempi in cui era difficile andare non solo nelle scuole tecniche ma anche alla scuola elementare. C’è da dire anche che l’istruzione tecnica così stabilita non era percepita come strumento di esclusione sociale, ma come grande opportunità. Non è un caso che le formazioni progressiste e il movimento dei lavoratori si battessero per la diffusione dell’istruzione tecnica e professionale.
Se l’istruzione liceale nei suoi assi culturali è rimasta identica a se stessa, l’istruzione tecnica è stata sottoposta di volta in volta a quelle modifiche che la potevano rendere funzionale alle crescenti esigenze di una nazione che faticosamente si andava industrializzando e modernizzando. Diversa da quella liceale per composizione e destinazione sociale, l’istruzione tecnica era molto diversa dal punto di vista amministrativo e gestionale, con punte di modernità interessanti, che sembra giusto dovere ricordare. Questo perchè se il liceo era e doveva essere la scuola dell’intera nazione, gli istituti tecnici dovevano essere ed erano le scuole del territorio, legate alla sua vocazione, alle sue necessità, alle sue prospettive.
“Le varie sezioni onde si compone ciascun istituto sono determinate dai bisogni dei luoghi ove esso ha sede”(art. 4 del Regolamento degli Istituti Tecnici del 1885) “Il piano degli studi per la sezione industriale è speciale nel secondo biennio secondo i bisogni e le particolari industrie del luogo ove essa ha sede”(R. D. n. 3454 del 1885). Solo così si spiega il prolungato pendolarismo di queste scuole dal ministero dell’Istruzione a quelli economici e viceversa; segno della volontà di qualificare le scuole tecniche con un deciso profilo di funzionalità alle realtà locali in cui sorgevano. E per dare il senso dell’appartenenza al territorio le norme stabilivano che la Provincia dovesse provvedere al 50% delle spese del personale docente, al 100% delle spese del personale non-docente, al 100% delle spese per l’impianto dei laboratori, dell’azienda agricola e del materiale di consumo; stabilivano anche che il Comune dovesse procurare i locali, le palestre, gli arredi, acqua, luce, riscaldamento e anche il custode dell’edificio.
Governavano gli istituti tecnici(generalmente, fino ai primi anni del novecento, non più di uno per provincia) le Giunte di Vigilanza, un organo collegiale molto diverso da quelli con cui ci si misura oggi e da quelli che si pensa di istituire. Vennero istituite con R. D. del 15 Giugno 1865 e vissero felicemente fino alla Riforma Gentile. Erano costituite da due commissari governativi scelti dal Ministro, tramite il Prefetto, da uno nominato dalla Provincia e facente parte della Deputazione (Giunta Provinciale), da un assessore comunale e dal Preside dell’istituto. Uno dei commissari di nomina governativa poteva essere indicato dalla Camera del Commercio, se questa contribuiva alle spese di funzionamento della scuola.
La Giunta di Vigilanza era un’articolazione delle istituzioni, ma non un apparato degli uffici pubblici, come il Provveditorato. Ne facevano parte uomini di istituzioni che dovevano saper leggere le esigenze del territorio e sapere individuare i suoi bisogni formativi. Approvava la pianta organica del personale non docente, le nomine di tale personale deliberate dalla Provincia, gestiva lo stato giuridico del personale docente e dello stesso preside. Un organo collegiale a metà strada tra Provveditorato e Consiglio di Istituto.
La singolarità delle scuole dell’indirizzo tecnico è stata determinata dalla specificità dei curricoli, ma anche dalla diversità dei suoi organi di gestione e dalla diversità della sua organizzazione. Contro questa particolare identità si sono accaniti fno a quando non sono riusciti a cancellarla, riportando gli istituti tecnici dentro il modello scolastico liceale. Si è voluto normalizzare un indirizzo che ha sempre avuto bisogno per essere fedele alle sue promesse di molta libertà e di specifica dimensione gestionale.

Il difficile cammino dell’obbligo scolastico
La scuola primaria nel secolo della formazione degli stati nazionali veniva considerata fondamentale per la creazione della coscienza nazionale e per questo scopo non poteva non essere pubblica e obbligatoria. L’obbligo venne istituito nel 1859 e riguardava solo i primi due anni della scuola primaria, che durava 4 anni. E’ stata a carico delle amministrazioni locali fino al 1910 e queste non sempre facevano il loro dovere o non erano in condizione di farlo, se lo avessero voluto, per la consueta, secolare mancanza di risorse. Ragione per cui alla fine dell’Ottocento gli analfabeti erano ancora l’80% della popolazione, anche se l’obbligo con la legge Coppino (1877) era stato innalzato di un anno. Si fa presto a dire obbligo, se non si creano le condizioni per poterlo osservare e l’esperienza ci dice che non c’è minaccia che tenga, se una famiglia ricorre al lavoro minorile per sopravvivere, se vive in condizione di estremo disagio. L’obbligo scolastico ieri, come la lotta alla dispersione oggi, senza un netto miglioramento delle condizioni economiche -sociali, per alcuni settori della nostra società resteranno semplici parole d’ordine.
Stabilire per legge l’obbligo scolastico ed estenderlo, come si è fatto, portandolo fino a 16 anni non è per nulla inutile, perchè fa dello sviluppo umano e culturale di ogni persona un obiettivo di grande rilievo sociale e perchè impegna l’intera società a conseguirlo. L’obbligo scolastico sorge a tutela del diritto di tutti all’istruzione e ogni energia va impiegata per renderlo operante. Va sempre tenuto a mente che alcuni gruppi della società hanno sentito e ancora sentono come minaccia l’estensione di tale diritto e credono che per difendere il proprio status, si debbano respingere dalla scuola quelli che vi vogliono entrare e che non vi facevano parte e che si debba rendere difficile ai più l’accesso a certi gradi e livelli di istruzione. C’è gente che ancora passa il tempo a rimpiangere le braccia rubate all’agricoltura.
Si parla di società della conoscenza, dell’istruzione come bene primario e necessario, ma non se ne trae la conseguenza che tale bene non puo’ essere posseduto da pochi e che l’innalzamento per tutti del livello di competenza, di conoscenza e culturale è un prerequisito dello sviluppo economico sociale. Eppure si è arrivati qualche anno addietro (2003) a cancellare dalle norme la dizione “obbligo scolastico “per trasformarla in quella risibile di “diritto/dovere all’istruzione e alla formazione”.
L’obbligo scolastico è la strada maestra che conduce al godimento del diritto all’istruzione, ma non è solo un problema di vincoli e di sanzioni. E’ un problema di strutture scolastiche, di sostegni economici, di servizi, di curriculum, di organizzazione del tempo scolastico, di atteggiamenti professionali, di metodologie didattiche. Che di questo si tratti e non di altro, basti pensare che l’obbligo a 14 anni fu istituito ufficilamente nel ’23 da Gentile, che si è dovuto aspettare il ’60 per togliere l’esame di ammissione alle medie e che la scuola media unificata risale al’62 e che ancora oggi nel terzo millennio c’è una quota di popolazione giovanile che evade l’obbligo scolastico o che non dispone del sufficiente corredo di saperi e di competenze per non restare ai margini della società.

Da Gentile ai decreti delegati e dai decreti delegati alla scuola dei dirigenti
Gentile nel ’23 riordina e scarnifica il sistema scolastico, togliendo ciò che sembrava superfluo e riportando tutte le scuole di ogni ordine e grado dentro il modello del liceo, e se l’organicità diventava il suo tratto distintivo e anche vero che per l’istruzione tecnica e anche quella scientifica la sua riforma era una camicia di forza. Prevalenza della cultura umanistica, ruolo minoritario del sapere tecnico e scientifico, in controtendenza con gli sviluppi della società, ma non con gli indirizzi scolastici prevalenti anche in altre nazioni. Ha fatto crescere fino quasi ai nostri giorni come sua profonda eredità un sentimento di sufficienza o meglio”un ventaglio di posizioni che oscillano fra il disprezzo e la diffidenza verso la cultura tecnico-scientifica, il mondo e le sua esigenze”. (G. Gasperoni).
La riforma Gentile era una riforma di stampo conservatore e solo per gli interventi successivi degli altri ministri dell’istruzione la scuola diventerà una scuola di regime. Con Gentile non c’erano ancora gli insegnamenti della cultura fascista e della cultura militare, non c’era l’obbligo di iscrizione al PNF, non c’era l’obbligo a partecipare ai riti di regime e non c’era l’insegnamento della religione cattolica. Rappresentava e realizzava nel sistema scolastico lo spirito del tempo. Era una riforma della scuola che aveva davanti a sè un’idea di società.
Dal punto di vista organizzativo la scuola della Riforma Gentile è una scuola autoritaria, in cui non c’è posto per nessuna forma di rappresentanza elettiva della categoria negli organi di amministrazione e nelle commissioni di ricorso; scelte collaterali alla cancellazione dei sindacati degli insegnanti. Viene rinvigorito il ruolo del preside, fatto “capo dell’istituto” e reso forte anche per le note di qualifica, che annualmente deve stilare sul personale della scuola; note che si estendevano alla vita privata dei dipendenti della scuola.
L’orientamento nazionalistico dato ai programmi delle discipline umanistiche, la retorica della grande nazione che costituiva lo spirito della riforma, la demonizzazione di quanto potesse incrinare l’organicità del potere e delle istituzioni della società erano già, prima di altri interventi, gli ingredienti per fare della scuola uno degli strumenti più efficaci del consolidamento del regime fascista e di creazione del consenso di massa.
La Costituzione antifascista del ’48 non mutò la scuola gentiliana nella sua struttura, ma a tutela dell’insegnante scrisse parole che dovrebbero valere nella lettera e nello spirito per sempre: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Bisognerà attendere i Decreti Delegati del ’74 per liberare la scuola dai residui dell’autoritarismo che erano transitati dal fascismo nell’Italia repubblicana. La scuola andava dal Capo agli organi collegiali, dal controllo personale alla partecipazione, dalla gerarchia alla comunità scolastica, dalla conservazione alla sperimentazione. Anche i Decreti Delegati avevano davanti a sè un’idea di società: una società in cui si devono intrecciare libertà e collaborazione; efficienza e giustizia sociale; apertura sociale e successo formativo. Una società senza paure e senza esclusioni. Che non dovesse piacere a tutti, non c’è bisogno di doverlo spiegare e nemmeno che per combattere la scuola come comunità educativa partecipata si sia fatto ricorso a qualsiasi espediente e a qualsiasi calunnia.
La scuola è stata al centro di molteplici attenzioni specialistiche, da parte di pedagogisti, di sociologi, di sindacati di categoria, di consulenti di ministri, di commissionI di studi, ma non è stata mai, salvo rare occasioni, una questione nazionale; una questione popolare. Solo così si puo’ spiegare come negli ultimi 50 anni le riforme si contino con le dita di una mano:media unica, decreti delegati, la nuova scuola elementare, il riordino dei professionali, l’autonomia scolastica. La congerie dei provvedimenti adottati negli ultimi tempi non hanno mai avuto la parvenza di un progetto unitario e anche se gridati e glorificati da tutti i balconi mediatici hanno avuto come ispirazione la riduzione delle risorse finanziarie, l’attacco alla libertà di insegnamento, il ridimensionamento pubblico dell’istruzione. Si è voluto chiudere un mondo di libertà, per renderlo simile e succube di una società in cui ogni giorno si perde uno spazio di democrazia.

Spunti per una riflessione sulla storia della scuola ultima modifica: 2016-02-21T21:16:14+01:00 da Gilda Venezia
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