Un’alternanza che non alterna

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di Maurizio Tiriticco, Educazione & Scuola, 1.6.2017

– Ho sempre avuto molti dubbi sull’alternanza scuola-lavoro, ma non li ho mai espressi, un po’ perché forse non sarebbero stati tutti giustificati, un po’ per scaramanzia. Però, qualche dubbio mi viene confermato quando leggo su “la Repubblica” di oggi quanto segue: “Alternanza scuola-lavoro, due anni deludenti. Il 57% degli studenti confessa che non funziona… In effetti, secondo un monitoraggio condotto dall’Unione degli Studenti, su 15mila liceali di nove Regioni, oltre la metà dice di partecipare a percorsi non inerenti ai propri studi e 4 su 10 ammettono di non essere messi nelle condizioni di studiare”.

In effetti studiare in alternanza con il lavoro – che io preferirei chiamare continuità – non dovrebbe costituire un’eccezione, un’aggiunta a un quadro orario determinato, bensì parte determinante del quadro stesso. In effetti, la legge 107/2015 dedica molti commi dell’unico articolo 1 all’alternanza scuola-lavoro (dal 33 al 41), ma cade in una grave omissione, almeno a mio parere. Al comma 33 leggiamo testualmente: “Al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, i percorsi di alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, sono attuati, negli istituti tecnici e professionali, per una durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, di almeno 400 ore e, nei licei, per una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio. Le disposizioni del primo periodo si applicano a partire dalle classi terze attivate nell’anno scolastico successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della presente legge. I percorsi di alternanza sono inseriti nei piani triennali dell’offerta formativa”.

In effetti, risulta che le ore di alternanza sono semplicemente aggiunte agli orari “normali” delle lezioni, di cui alle Indicazioni nazionali per i licei e alle Linee guida per gli istituti tecnici e per gli istituti professionali. Si tratta di orari annuali e settimanali già abbastanza pesanti! Ed è tale giustapposizione che, di fatto, rende poi difficile individuare ore aggiuntive da dedicare all’alternanza.

Oltre alla difficoltà suddetta, vanno considerate altre difficoltà. Il fatto è che da sempre la nostra scuola è “chiusa in se stessa”, potremmo dire. Tradizionalmente è un “luogo” a sé, separato e distinto da altri luoghi. In effetti tutti gli orari scolastici sono scanditi per materie, e rispondono ad un tetto annuale. Risulta pertanto molto difficile “inserire” o “aggiungere” in orari già “pieni” settimanalmente ore aggiuntive di alternanza scuola-lavoro, pur se la loro finalità si dimostra di un estremo interesse.

Insomma, le solite cose all’italiana, potremmo dire! Alternanza! Ottima iniziativa, ma… Copio dal testo citato: “Secondo il monitoraggio, il 57 per cento degli studenti intervistati ha partecipato a percorsi di alternanza scuola-lavoro non inerenti al proprio percorso di studi e 4 su dieci ammettono di essere caduti in situazioni in cui sono stati negati loro diritti, come quello di essere seguiti da un tutor o di non essere stati messi nelle condizioni di studiare.

E ancora: “In Sardegna o nel Molise – spiegano dall’Unione degli studenti – per mancanza di un tessuto produttivo sul territorio in grado di sopperire alla mole di studenti, le scuole si sono trovate costrette a far spostare gli alunni dalla Regione chiedendo a questi ultimi di sopperire alle spese per lo spostamento con somme che hanno raggiunto i 300-400 euro”. Per non dire che nell’87% dei casi le attività di alternanza sono state calate dall’alto senza alcun coinvolgimento dei diretti interessati. “Al Pacinotti di Taranto le studentesse e gli studenti hanno portato avanti il proprio percorso di alternanza scuola-lavoro all’Ilva, industria siderurgica famosa sul territorio per le gravi responsabilità di inquinamento ambientale. Per non dire poi di attività come quella che ha visto centinaia di studenti impegnati a prendere ordinazioni in una nota catena che vende panini con hamburger o impegnati a fare esperienza in una notissima catena di abbigliamento spagnola”. Di fatto gli studenti “hanno tralasciato lo studio delle materie scolastiche, sia di mattina sia nel pomeriggio. A confessarlo il 57 per cento dei 15mila entrati nel nuovo obbligo e per i quali il sindacato degli studenti spinge per uno Statuto a favore degli studenti in Alternanza scuola-lavoro”.

L’alternanza scuola lavoro non si inventa! Né si può aggiungere, giustapporre, intrecciare malamente con il “normale” orario delle lezioni. In effetti siamo di fronte a un vero e proprio vuoto normativo, che diventa poi un’imposizione. Vorrei solo ricordare che nell’Istruzione professionale con il “Progetto 92” – secolo scorso – figurava nel normale orario delle lezioni – se si può dir così – una cosiddetta Terza area, quella riconducibile appunto ad attività da realizzare in situazione di studio/lavoro debitamente concordato e attivato con imprese ad hoc, o per lo meno in larga misura corrispondenti per le loro attività produttive con gli indirizzi di studio.

Ho voluto ricordare questa esperienza, della quale occorrerebbe tenere il dovuto conto, per sottolineare che l’alternanza scuola-lavoro in primo luogo non si può attuare solo perché “lo dice la legge”! Perché in tal modo finisce solo con l’essere una iattura, come lo è nella larga maggioranza dei casi. In secondo luogo non si può “aggiungere” ad orari scolastici già di per sé abbastanza pesanti!

In conclusione, allora, alternanza sì, ma con juicio, parafrasando il nostro Manzoni… sempre saggio, come spesso non è il nostro Ministero!

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Un’alternanza che non alterna ultima modifica: 2017-06-05T03:49:16+02:00 da Gilda Venezia
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