Usura psicofisica dell’insegnante, qual è la causa principale?

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di Vittorio Lodolo D’Oria, Orizzonte Scuola, 11.12.2019

– Talvolta mi imbatto in docenti che contraddicono categoricamente le mie tesi sostenendo che la causa del loro malessere professionale non è provocata – come io affermo – dall’esclusiva tipologia di rapporto con l’utenza, ma “dal dirigente scolastico” oppure “dai colleghi”, “dalla 107”, “dal registro elettronico”, “dalla riforma Monti-Fornero” e via discorrendo.

Si tratta certamente di fattori importanti col loro peso specifico, ma non rappresentano altro se non il “contorno” anziché la pietanza. A riprova di ciò vi sono tre conferme macroscopiche: 1) anche negli altri Paesi occidentali gli insegnanti soffrono della medesima usura psicofisica; 2) l’incidenza delle patologie ansioso-depressive (più che doppia nelle donne rispetto agli uomini) si equivale nei docenti maschi e femmine; 3) l’incidenza delle malattie psichiatriche nei diversi ordini d’insegnamento è la medesima. Dunque, è la professione la principale responsabile del malessere ma nessuno sembra accorgersene, schiacciati come siamo – categoria professionale inclusa – dagli stereotipi sugli insegnanti. Il primo passo verso una vera consapevolezza della categoria professionale trae origine dall’eliminazione dei suddetti stereotipi con la diffusione dei dati circa le patologie che determinano l’inidoneità all’insegnamento per motivi di salute. Numeri e statistiche che, a tutt’oggi, l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze continua a rifiutare ai richiedenti quali università e sindacati. Staremo a vedere se in qualche modo saremo capaci di sfondare il muro di gomma.

La testimonianza che segue, di una docente vicina alla pensione, ci aiuta a comprendere come siamo sempre pronti a imputare la colpa del nostro malessere a un singolo interlocutore, rifiutando un’analisi organica e ignorando l’incidenza del preminente fattore professionale. Se poi la carriera lavorativa procede bene, capiremo che tanto maggiore sarà la gratificazione dagli alunni, tanto maggiore sarà stato il nostro investimento in termini d’energie. Comprenderemo inoltre come, coi molti anni trascorsi a lavoro per le recenti riforme previdenziali “al buio”, si avverte un inesorabile logoramento fisico che prescinde da un’eventuale freschezza emotiva. Ma il peggior modo per affrontare l’agognata pensione consiste nell’abbandonarsi a inutili recriminazioni anziché riprogrammarsi sapientemente una nuova vita.

Lettera: Gentile dottore, sono una maestra di scuola primaria di quasi 62 anni. Ho partecipato a un suo seminario sul “burnout” e ne sono contentissima perché, sentirla parlare, è stato un immenso piacere… ma poi mi sono sorti alcuni dubbi che mi piacerebbe chiarire. Mi spiego. Ho cominciato ad insegnare all’età di 18 anni in una scuola privata, poi anni di supplenze nella scuola statale ed infine con il concorso del 1982 sono passata di ruolo. Ho quasi sempre avuto ottimi dirigenti ed un buon rapporto con i bambini, con i genitori e, con la maggior parte dei colleghi, una costruttiva collaborazione. Al mattino andavo a scuola sempre contenta e durante le riunioni imparavo sempre cose nuove……un continuo piacevole arricchimento. Penso infatti che insegnare sia uno dei mestieri più belli e che non mi piacerà molto andare in pensione, anche se dovrò farlo. Negli ultimi anni però le cose sono cambiate e non ho mai pensato che il mio stress potesse dipendere dalla relazione costante con gli alunni, ma piuttosto dalle “cose storte” che avvengono nel mio istituto. Col mio dirigente la pensiamo diversamente e spesso siamo entrati in contrasto durante alcune discussioni. Ho dovuto frequentare un corso di aggiornamento sulla LIM quando non ne ho avuta mai una nella mia aula, sono stata spostata da una classe all’altra. Questa e altre situazioni mi hanno fatto percepire una continua tensione nell’aria e non le nascondo che quando ho dovuto assentarmi da scuola per assistere mio padre, operato più volte di cancro e in chemioterapia da tre anni, non mi è dispiaciuto dedicarmi del tempo. Sì, mi mancano i bambini e le attività che riusciamo a fare insieme, sentirmi dire da quasi tutti loro: “Mi piace venire a scuola”, “Che bella la matematica”, “Maestra, tu sei strana e ci fai ridere”. È’ davvero un immenso piacere ma sono stanca di dover mortificare la mia persona e forse andrò in pensione serenamente. Ora che è ricominciata la scuola, mi sento nuovamente mortificata e offesa come persona per il modo in cui siamo trattate noi docenti. Faccio ciò che devo in modo meno collaborativo e mi sento inadeguata in un ambiente che non è più quello di una volta. Sicuramente ho delle pecche che non sono capace di scoprire, sbaglio a pensare che se mi sento un po’ stressata non è per i bambini? Mi piacerebbe avere un suo parere se avrà un po’ di tempo per rispondermi.

Risposta: I bimbi dicono alla maestra: “Mi piace venire a scuola”, “Che bella la matematica”, “Maestra, tu sei strana e ci fai ridere”: ma quanta energia, attenzione, pazienza, coinvolgimento, autocontrollo, fortuna (intesa proprio come “buona sorte”) e tanto altro è occorso per arrivare a questo risultato? È forse costata più fatica la compilazione del registro elettronico? Oppure il consiglio di classe coi colleghi? O forse la discussione col dirigente? È ora di voltare pagina e di guardare avanti per godersi la meritata pensione. I bimbi usurano perché fisiologicamente pretendono molto, non si accontentano di poco e a loro non possiamo che dare molto. Ci restano poche energie per tutto il resto, talvolta insufficienti, per i nostri colleghi e per la nostra famiglia. Da questa spossatezza possono nascere pericolose incomprensioni che scatenano tempeste in un bicchiere d’acqua. Dobbiamo essere onesti e non dimenticare che ci troviamo di fronte alla prima generazione di maestre che arriva alla pensione a 67 anni, con tutto ciò che ne consegue in termini di età e malattie professionali che all’alba del terzo millennio non sono ancora riconosciute ufficialmente. I tempi poi si evolvono e vedono le famiglie sempre più scassate e piene di pretese, i genitori aggressivi, talora anche fisicamente, la scuola lasciata in balìa della Giustizia che entra a gamba tesa nella scuola primaria e dell’infanzia e via discorrendo. I docenti che arrivano alla fine della loro carriera senza traumi o inciampi hanno oggi ottimi motivi per festeggiare, non foss’altro perché sono usciti incolumi dal tritacarne. Non resta che congratularsi con la maestra, con la certezza che molti lettori si uniranno a me.

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Usura psicofisica dell’insegnante, qual è la causa principale? ultima modifica: 2019-12-12T05:49:31+01:00 da Gilda Venezia

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