Valutazione, antipatie e simpatie dei docenti: effetto alone e stereotipia. I limiti della media aritmetica

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di Eleonora Fortunato  Orizzonte Scuola,  27.10..2015.  

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In che modo la simpatia degli insegnanti verso gli allievi condiziona il giudizio che essi si fanno di loro? Quali sono i limiti della media aritmetica? Torniamo a parlare di effetti distorsivi della valutazione con la Dottoressa Luisa Piarulli, docente e presidente dell’Anpe (Associazione nazionale pedagogisti italiani).

Dottoressa, quando è che si verifica il cosiddetto effetto di ‘alone’?
“L’effetto “alone”, che assuma una forma positiva o negativa, indica in ogni caso una situazione relazionale particolarmente invalidante per lo studente. Esso descrive un fenomeno per cui il docente può provare maggiore o minore simpatia verso l’allievo; nel caso di maggiore simpatia gli errori sono considerati come semplici sbagli dovuti a fattori estemporanei, nel caso di minore simpatia gli errori vengono ascritti a probabili condizioni intellettive, cognitive e comportamentali dello studente, favorendo così atteggiamenti di demotivazione, di sfiducia, di disistima, con conseguente disequilibrio emotivo anche nel sistema familiare. Il rischio ulteriore è di creare l’immagine del capro espiatorio il quale, di fronte allo sforzo, all’impegno, alla volontà di migliorare, non riceverà adeguata gratificazione e riconoscimento del proprio valore. Ma non pensiamo che chi subisce l’effetto alone in positivo abbia maggiori vantaggi! Anzi. Questo alunno, grato alla scuola, agli insegnanti, alla vita, in taluni casi non compirà sforzi per alimentare e coltivare il proprio potenziale”.

In che modo un docente può rendersi conto di queste dinamiche e diminuirne, così, l’effetto condizionante?
“Valutare è un’azione per conoscere e per comprendere: due categorie pedagogiche essenziali. La logica della conoscenza e la logica della comprensione permettono di ricavare dati il più possibile oggettivi. Alla conoscenza e alla comprensione segue sempre la categoria dell’interpretazione, che è un fatto soggettivo, quindi, condizionato dalle emozioni, dai sentimenti, dalle immagini, dai desideri, dalle nostre proiezioni. Etimologicamente “valutare” significa riconoscimento, attribuzione di valore e comporta l’esplicitazione di un giudizio. Tutto ciò è l’esito di una riflessione teorica, di una progettualità intenzionale che richiede un approccio rigoroso e ordinato verso la realtà che viene conosciuta e dunque valutata. Nella prassi didattica conosco l’individuo attraverso l’osservazione, una delle competenze pedagogiche più complesse da raggiungere. D.Pennac nel romanzo “Signor Malaussène” scrive “…L’insegnante non ha solo occhi per vedere, ha occhi che fanno vedere, sa vedere con gli occhi degli altri”. L’osservazione consente di vedere l’alunno in maniera olistica, di raccogliere dati e informazioni che creano le basi della relazione interpersonale, elemento essenziale per una efficace azione didattica. Attraverso l’osservazione mirata, affiancata da esperti quando è possibile, con una formazione pedagogica di base, con la consapevolezza dell’influenza delle dinamiche inconsce più o meno prevedibili, è possibile contrastarne l’influenza. S. Freud sosteneva che fare l’insegnante è un mestiere impossibile. Certo, così come per il genitore; tanta è la letteratura, ma si tratta di mestieri speciali, che nascono anche da una spinta del cuore, l’unica a lasciare tracce educative”.

C’è chi vede l’effetto di alone anche nell’abitudine a usare la media aritmetica per l’assegnazione del voto di fine quadrimestre o di fine anno. Lei che cosa ne pensa?
“Personalmente ritengo che la media aritmetica non abbia alcun senso dal punto di vista educativo. Se l’apprendimento è un processo volto a produrre cambiamento, valutare significa accertare il cambiamento e chiedersi: il cambiamento è reale? Un alunno che abbia studiato a memoria un capitolo e lo sappia rendere perfettamente, ha appreso in modo autentico? Certamente no, perché la sua struttura cognitiva non ha subito alcuna modificazione, non ha “accomadato” il nuovo sapere, come dice Piaget. Si tratterà di mero condizionamento e assimilazione passiva di contenuti preconfezionati. Quindi non c’è Conoscenza. Quell’alunno probabilmente riceverà un buon voto. Un alunno che abbia sbagliato o non studiato un capitolo, avrà una grave insufficienza. Ma poi s’impegna per comprendere, per studiare, per capire, recupererà ma rischia di portarsi dietro “gli errori del passato”! E la “pedagogia dell’errore” di montessoriana memoria, che considera l’errore un momento decisivo nel processo di apprendimento, che fine ha fatto? A fronte di tali considerazioni è chiaro che la media aritmetica spegne la motivazione e uccide il desiderio di Sapere. Tutti i docenti, ripeto, dovrebbero essere consapevoli che la valutazione consiste nell’elaborare un giudizio, ed è una attività intellettuale influenzata inevitabilmente da aspetti affettivi: per sua natura la valutazione è un fatto soggettivo. Pertanto è necessario imparare a conoscere il tipo di relazione e le relative strategie difensive che ciascuno mette in atto (elusive, seduttive, aggressive). Solo in questo modo potrà tutelare gli alunni e garantire il loro diritto all’apprendimento”.

Passiamo a parlare di un altro effetto distorsivo, la stereotipia. In che cosa consiste esattamente e in che cosa si differenzia dal primo?
“L’effetto stereotipia agisce ancora più rigidamente rispetto all’effetto alone in quanto il docente assume una posizione di rigidità verso l’alunno e ciò che ritiene sia in grado di fare. Neppure le emozioni possono intervenire ad attenuare l’idea che una data situazione potrebbe modificarsi adottando magari altre strategie”.

E’ vero che le prove orali sono maggiormente esposte ai rischi della distorsione? E’ forse per questo che nei paesi anglosassoni le verifiche avvengono tutte per iscritto?
“Una prova orale è una forma di comunicazione nella quale convogliano varie dimensioni: verbale, non verbale, paraverbale, prossemica. Le informazioni che passano attraverso il canale della voce sono molteplici e le dinamiche consce e inconsce degli interlocutori sono molto meno controllabili; sia l’alunno che il docente, posti l’uno di fronte all’altro hanno modo di scoprirsi e di porre in essere strategie difensive di vario genere. Gli insegnanti sanno bene che possono “salvare” un alunno dall’insufficienza o al contrario metterlo in difficoltà. Mentre l’alunno sa come sedurre l’insegnante soprattutto se ha la fortuna di “essere entrato nelle sue grazie”. Le prove scritte consentono di liberarsi dai vari effetti di distorsione se il docente ha l’accortezza di leggere il nome dell’alunno al termine della correzione. In alcune scuole, qualche tempo fa, era stata realizzata una ricerca che prevedeva lo scambio tra i docenti dei lavori scritti da correggere: nella maggior parte dei casi le valutazioni si discostavano sensibilmente e ciò aveva creato un certo disagio negli insegnanti coinvolti nell’esperimento.
Non credo che in generale si possa risolvere il problema adottando solo prove scritte, anche perché dobbiamo tutelare le situazioni di difficoltà che prevedono l’adozione della valutazione orale in sostituzione della prova scritta (DSA…). Piuttosto il focus va posto su una questione scientifico-pedagogica annosa: la valutazione. Non è un caso che in Italia ne siano state sperimentate svariate tipologie attraverso le riforme che hanno investito soprattutto la scuola primaria e secondaria di primo grado (dai voti, ai giudizi, alle lettere e nuovamente ai voti). Ritengo che una formazione pedagogica adeguata rivolta ai docenti sui temi della relazione educativa, sulla comunicazione efficace, sulla sfera emozionale e affettiva di ciascun attore, sulle metodologie da adottare finalizzate a creare un clima empatico in classe, possano rappresentare la condizione per affrontare il tema della valutazione nel migliore dei modi possibili. Considero fondamentale la figura di un pedagogista nella scuola che possa anche accompagnare i processi d’insegnamento, di apprendimento e di valutazione con un ruolo di supervisione, che non sarà mai giudicante ma di sostegno: I care, scriveva Lorenzo Milani”.

In considerazione di tutto quello che abbiamo detto, parlare di valutazione realmente oggettiva sembra un’utopia. Lei che opinione ha su questo punto?
“Da sempre sostengo che l’intersoggettività condiziona inevitabilmente la valutazione. Alcuni filosofi hanno dedicato molte riflessioni al tema a partire da I.Kant con la sua domanda: “Che cosa posso conoscere?”, da E.Husserl quando parla di rischi della soggettività inconsapevole e sostiene “le cose come le vediamo noi non necessariamente sono le cose come stanno”, da H.G.Gadamer che scrive “ …nessuno conosce se stesso. Portiamo da sempre in noi impressa una traccia e nessuno è un foglio bianco”, come a dire che in ognuno c’è una sorta di memoria culturale ed è impossibile liberarsi dai nostri pre-giudizi, o dagli “idola” come pensava Bacone. Si tratta di sostituire i pre-giudizi con altri, esponendoli al dubbio, alla replica dell’Altro. Ecco perché da sempre sostengo che la cura della relazione educativa, l’attenzione alla comunicazione pedagogica sono alla base di qualunque altra formazione. Nella scuola gli alunni sperimentano la vita e dunque le relazioni umane, i valori che ne stanno alla base. M. Buber diceva “… all’inizio è relazione” e con essa il riconoscimento della PERSONA e … gli allievi sono Persone.
Un giudizio valutativo non potrà mai essere completamente oggettivo. Le cosiddette prove oggettive hanno certamente dei vantaggi, ma non renderanno mai la misura del valore di un alunno. La tendenza all’oggettivismo fa perdere di vista la reciprocità: una competenza squisitamente pedagogica: non arrivo mai a cogliere un evento, una persona, un oggetto se non grazie ai miei sensi, alla mia capacità di elaborazione intellettuale, alla mia affettività. Conosco l’Alterità solo attraverso la mia identità. La soggettività può essere superata solo aprendosi ad altri orizzonti che conducono all’intesa, concetto caro a J. Habermas e in tal senso la soggettività diventa potenzialità. Come affrontare l’utopia? Attraverso la conoscenza, il confronto, l’ascolto, l’osservazione, l’epoché – sospensione del giudizio- consapevoli che un giudizio può paradossalmente inficiare il corso progettuale della vita delle persone che ci vengono afFidate. Tutto ciò non significa dare “il sei politico” a tutti o essere “buoni”: non c’è modo peggiore per offendere la dignità dell’alunno! Concludo queste mie riflessioni con una citazione: Uno sguardo svagato, disattento e distratto….uno sguardo incapace di considerazione costante… uno sguardo sbrigativo…impaziente… prevenuto… si rende incapace di quell’interesse e di quel rispetto che soli rendono possibili l’attenzione necessaria per interpretare… (L. Pareyson, Estetica e teoria della formatività)”.

Valutazione, antipatie e simpatie dei docenti: effetto alone e stereotipia. I limiti della media aritmetica ultima modifica: 2015-10-27T08:42:13+00:00 da Gilda Venezia

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