Adesso Renzi ha poco da ridere

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Anna Maria Bellesia   La Tecnica della scuola   16  giugno 2015.  

++ Renzi, scommetto su Italia locomotore dell'Ue ++

Aveva esordito con la smargiassata che lo sciopero della scuola “fa ridere”, ma adesso ha ben poco da ridere. Non è andata bene questa tornata elettorale per Matteo Renzi. Impossibile bluffare, arduo minimizzare. La carica del rottamatore si è esaurita, e la verve del comunicatore è affievolita. Una riforma della scuola con numeri risicati o rosicati sarebbe un suicidio politico e un danno per il Paese.

 

Le ultime elezioni regionali e comunali questo ci dicono: due milioni di voti in meno al PD, una batosta nel Veneto, persa la Liguria, nei guai la Campania, persi molti comuni capoluogo, metà degli elettori disertano le urne.

Comunque la si racconti, i problemi si ingigantiscono se alle chiacchiere non seguono i fatti. I fatti sono le misure concretamente adottate, non i giochetti algebrici a colpi di fiducia come abbiamo visto in parlamento per far passare a tutti i costi la legge elettorale. Per due mesi non si è parlato d’altro. Il premier credeva di accreditarsi come uomo del fare, invece ha accumulato la polvere sotto il tappeto. Governare un Paese non è come giocare alla play station. Comunicare non è sparare fuochi d’artificio verbali.

Gli italiani hanno cominciato a capire, e a farlo capire, col voto o col non voto. Adesso i problemi tenuti sotto il tappeto sono diventati enormi: le tasse crescenti che proprio in questo periodo stanno prosciugando le tasche degli italiani, l’ondata migratoria non governata, la corruzione dilagante.

Sulla scuola Renzi finora ha tirato dritto, facendo finta di ascoltare. “Ascoltare non vuol dire assecondare” ha  twittato col suo piglio arrogantino. Ascoltare significa però saper recepire le buone ragioni altrui e, per un politico, mediare.

La riforma della scuola è la più contrastata degli ultimi 15 anni, lo dimostrano le continue manifestazioni, lo sciopero del 5 maggio, il rinvio degli scrutini (se pur limitato ai due giorni che la legge consente).

Perché tirare tanto la corda? Bisognava inimicarsi la grande maggioranza di chi nella scuola ci lavora? È pensabile far passare una riforma che in pratica piace solo ai dirigenti? Davvero si può credere che qualche migliaio di presidi (né reclutati, né formati per i nuovi compiti da super manager) siano in grado di governare e migliorare un settore che coinvolge milioni di persone fra lavoratori, studenti e famiglie?

Già adesso i capi di istituto non rispondono a nessuno, perché la valutazione del loro operato tuttora non esiste. Si sperimenta da 15 anni, ma non si è fatto niente. Da non valutati si vorrebbe che diventassero valutatori del lavoro altrui. Una anomalia tutta e solo italiana, tanto da rendere ridicoli i confronti con l’estero che spesso sentiamo fare.

E poi: davvero si può pensare di mandare avanti una riforma come quella della scuola con numeri incerti in Parlamento, risicati o rosicati? Magari col soccorso di qualche transfugo da Forza Italia? Ovvero con lo stesso metodo raccatta-senatori tanto deprecato dallo stesso Renzi quando a praticarlo era qualcun altro? Far passare la riforma della scuola come è passato l’italicum non sarebbe una vittoria, né per Renzi, né tantomeno per il Paese.

Se il premier non si ravvede, per lui sarà l’inizio della fine sul piano politico, perché l’elettorato ha già cominciato ad abbandonarlo. Per il Paese sarà un insanabile vulnus, perché si sta consumando una frattura proprio sul quel terreno dove la saggezza vorrebbe che si trovasse una solida base di consenso, evitando improvvide improvvisazioni.

Non sappiamo chi abbia messo in testa al premier questa idea di riforma, né perché egli insista così pervicacemente. È probabile che abbia voluto ottenere il massimo risultato (vantarsi di una riforma epocale in pochi mesi) col minimo sforzo (mettere in ruolo quei 100mila precari che è un atto dovuto).

Ma adesso qualcuno lo faccia ragionare.

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