I compiti a casa? Vanno “restituiti” alla realtà

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di Angelo Lucio Rossi, Rossella Viaconzi,  il Sussidiario, 24.10.2016

– I compiti a casa fanno discutere: sono un peso per i bambini, un fattore di conflittualità tra genitori, figli e scuola. Come ripensarli?

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“Caro genitore, volevo avvertirla che oggi in classe non abbiamo fatto un c… perché ieri, invece di preparare la lezione, ho vissuto”. Firmato: “La maestra di suo figlio”. Il foglio bianco a righe delle elementari riporta la risposta piccata ed elegantemente schietta di un’insegnante ad una lettera analoga di un genitore che giustificava i mancati compiti del figlio per i medesimi motivi. Questo il fake che è girato su Facebook negli ultimi giorni. Perché di falso si tratta, ma le riflessioni scatenatesi possono rivelarsi molto interessanti. L’unica verità è che la vita risulta sempre da un’altra parte, mai a scuola.

 I compiti a casa fanno discutere. Sono un peso per i bambini, un fattore di conflittualità tra genitori e figli e tra genitori e scuola. Il discorso è complesso e insidioso perché mette a nudo il nostro sistema scolastico considerato come un “compitificio” e non centrato su compiti reali e significativi che sviluppano apprendimenti stabili e competenze spendibili.

E’ arrivato il momento — ed è questo — di rinnovare l’alleanza educativa tra scuola e famiglia sul senso dello studio e dell’apprendimento come introduzione al mondo reale. Se persistono approcci allo studio eccessivamente formalizzati, decontestualizzati, cui fa specchio un insegnamento tradizionalmente disciplinarista, a casa si riportano una montagna di compiti, si riempiono valanghe di quadernoni e si alimenta uno studio mnemonico, meccanico e ripetitivo fino alla noia e al disfacimento del bambino e della famiglia stessa. I compiti diventano così un supplizio quanto più lunghi sono i periodi di vacanza, perché aumenta la loro quantità e perché risultano spesso di limitata significatività per tutti — bambini e adulti compresi — mancando del riferimento all’esperienza personale e a pratiche didattiche connesse con problemi reali.

Ciò che, invece, affascina bambini e ragazzi è sempre un affondo vero a quanto vivono in prima persona. Nulla li attrae quanto la prossimità sempre maggiore al loro mondo e a quello degli adulti.

Affidare loro compiti di realtà significa, infatti, stimolarli sul piano del reale perché offrano prestazioni in situazioni problematiche e significative ponendo attenzione a contenuti, processi e abilità dei singoli. Lavorare per compiti di realtà significa farli lavorare in gruppo a scuola e a casa, favorendo così la socializzazione, l’apprendimento cooperativo e per scoperta.

Non tutto può e deve necessariamente diventare compito reale, così come però, di pari passo, non tutto può e deve essere compito avulso dal reale. Spesso i compiti frustrano e mortificano chi li fa proprio perché la logica che vi sottostà è quella quantitativa, unita alla mancanza di significatività percepita dall’allievo: “quanti più compiti danno, tanto più saranno preparati” si sente spesso dire da alcune mamme preoccupate delle scarsità di compiti già in prima media quasi fosse un vanto poter frequentare a quell’età un “piccolo liceo” ed essere sommersi da compiti che apriranno magicamente le porte ad un lavoro ben retribuito.

Peccato che il mondo del lavoro sia cambiato rispetto a 20, 10 anni fa e che la merce più rara e ricercata sia proprio quella di persone competenti in più ambiti, aperte al cambiamento, al lavoro di gruppo, alla flessibilità intellettuale, caratteriale, umana. Costa meno alle aziende formare in proprio persone competenti dando loro specifiche conoscenze di settore piuttosto che avere persone altamente formate, ma prive di competenze relazionali, caratteriali, umane.

Il mondo è cambiato e la scuola nì: è in atto un processo di cambiamento verso l’insegnamento e la valutazione per competenze in una palude tradizionalista che punta ancora tutto ed esclusivamente sulle conoscenze. Per riconquistare il suo prestigio la scuola dovrà ripartire dal basso, rispondendo ai bisogni reali della gente e formare persone realmente competenti per il mondo del lavoro. Per questo è necessario ristabilire un nuovo patto educativo scuola­famiglia che si fondi sulla progettazione e valutazione per competenze. Competenze che è possibile valutare solo in situazione e in contesti quotidiani e reali. Portare avanti una didattica per competenze presuppone l’assegnazione di “compiti reali” che tocchino situazioni problematiche, complesse e nuove utilizzando conoscenze e abilità già acquisite e trasferendo procedure e condotte cognitive che chiamino in causa più discipline.

La risoluzione della situazione/problema (compito di realtà) viene a costituire il prodotto finale degli alunni su cui si basa la valutazione degli insegnanti. Arrivare ad affidare compiti reali e non più esercizi decontestualizzati significa comunicare ipotesi interessanti e credibili sul come e sul perché studiare. Vuol dire anche tornare alla radice dello studio appassionando sempre più al reale attraverso le discipline. Vuol dire, infine, rimette in evidenza lo stretto legame tra due libertà insostituibili: quella dell’allievo e quella del maestro. Vuol dire rifondare la scuola mettendo al centro la persona.

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