Autonomia compie vent’anni, com’è cambiata l’inclusione scolastica

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di Gianluca Rapisarda, Orizzonte Scuola, 8.3.2019

– Le profonde innovazioni di sistema che hanno investito la scuola italiana a partire dagli anni 90 dello scorso secolo si sono sviluppate attorno ad un evento legislativo “periodizzante”: il DPR 275/99, varato esattamente vent’anni fa e cioè l’8 marzo del 1999.

Tale norma “strategica” è stata emanata ai sensi dell’art 21 della legge 59 del 1997 istitutiva dell’autonomia scolastica e, proprio dell’autonomia costituisce il Regolamento, dettandone le specificità e le declinazioni.

Il DPR 275 del 1999, all’art 4 comma 2 demanda alle scuole l’autonomia didattica ed all’art. 5 comma 1 l’autonomia organizzativa, allo scopo di diversificare l’offerta formativa sulla base delle esigenze del contesto di riferimento e per rispondere in modo puntuale alle richieste formative dei genitori e degli alunni.

Il Regolamento dell’autonomia rappresenta il documento dei nuovi investimenti didattici, il nuovo “Statuto” della scuola italiana, che ogni istituzione scolastica deve adeguatamente “sfruttare” per garantire a ciascun alunno ampi spazi di autonomia e di flessibilità, ora per intervenire per rendere flessibile l’assetto organizzativo dei tempi, degli spazi, delle classi, dei gruppi d’apprendimento, per l’utilizzo funzionale dei docenti, ora per attivare insegnamenti opzionali, facoltativi ed aggiuntivi, ora per innovare il campo delle metodologie e delle risorse strumentali, ora per tentare efficaci protocolli di ricerca e sperimentazione.

Conseguenza diretta dell’autonomia scolastica è il Piano dell’Offerta Formativa (POF ex art 3 del D.P.R. 275 del 1999). Infatti, se la norma assegna a tutte le istituzioni scolastiche l’autonomia didattica ed organizzativa, va da sè che esse si debbano dotare di un documento costitutivo della loro identità culturale e progettuale che ne espliciti le scelte in materia di progettazione curricolare, extracurricolare, organizzativa e didattica.

La flessibilità organizzativa e didattica, rafforzata ulteriormente dalla recente Legge 107 del 2015, è, per così dire, la caratteristica “essenziale” della scuola dell’autonomia e quindi, potrebbe e dovrebbe essere il principale strumento a supporto del processo di inclusione degli alunni con disabilità, in quanto è il mezzo indispensabile per adattare il curricolo alle necessità formative dell’allievo, rendendo possibili articolazioni organizzative diverse, nell’ottica di una personalizzazione e specializzazione della didattica, sviluppando processi inclusivi di insegnamento-apprendimento e fornendo risposte adeguate a tutti e ciascuno.

In pratica, l’autonomia scolastica dovrebbe perseguire l’obiettivo di favorire la trasversalità delle prassi di inclusione nei diversi ambiti degli insegnamenti curricolari ed extracurricolari, delle strategie didattico-educative, della gestione delle classi, dell’organizzazione dei tempi e degli spazi, nella prospettiva di una presa in carico globale da parte dell’intera comunità educante di tutti gli studenti, ivi compresi quelli con disabilità.

E pur tuttavia e nonostante il recente Decreto attuativo della Buona Scuola sull’inclusione D. Lgs 66 del 2017, questa nuova prospettiva “inclusiva” della scuola italiana stenta ancora a decollare e, cosa ancor più grave, il più delle volte non è percepita adeguatamente neanche dai genitori dei nostri ragazzi. Essi, infatti, continuano erroneamente a ritenere che l’unica soluzione e “panacea” ai “mali” scolastici dei loro figli sia rappresentata dalla sola ed esclusiva risorsa del docente per il sostegno e non da un contesto più “flessibile”, dando per scontata l’equazione: + ore di sostegno = necessariamente + qualità dell’inclusione.

Ciò denota come il messaggio della “normale” didattica inclusiva sia solo in “nuce” nella scuola italiana e che la scommessa dell’autonomia è ancora tutta da vincere, perché non di rado ci capita di scontrarci desolatamente con interventi didattici inclusivi esclusivamente “episodici”, con il solo carattere dell’urgenza e dell’emergenza e non del “contesto”.

Voglio dire che la sola assegnazione dell’insegnante di sostegno (anche con un numero congruo di ore), agli alunni/studenti con disabilità non è sufficiente a garantirne il successo scolastico e formativo, se non affiancata da un contesto veramente “inclusivo”, capace cioè di rendere gli allievi disabili il più possibile autonomi ed indipendenti nello studio e nella vita, a prescindere dalla presenza o meno dell’insegnante di sostegno.

La nomina del docente per il sostegno con un numero adeguato di ore, pur rappresentando un sacrosanto diritto assolutamente esigibile dai nostri ragazzi e dalle loro famiglie, da sola rischia di essere quasi inutile e di ripetere le “distorsioni” e gli sbagli dell’attuale modello, rappresentati dai deprecabili fenomeni della deresponsabilizzazione dei docenti curricolari rispetto ai loro alunni con disabilità e della perversa delega al solo collega di sostegno dei loro insegnamenti e delle loro valutazioni. Proprio per tale motivo, il sottoscritto, già da tempo, rivendica per gli allievi disabili, oltre alla presenza dell’insegnante specializzato, anche e soprattutto l’indispensabile progettazione e realizzazione all’interno degli Istituti di ogni ordine e grado di ambienti veramente “autonomi e flessibili” (con l’apertura di classi aperte e parallele, l’utilizzo della metodologia dell’apprendimento cooperativo e l’attivazione di gruppi omogenei ed eterogenei, lo svolgimento di attività individualizzate di recupero, potenziamento e di laboratorio e di iniziative di continuità e orientamento scolastico e professionale, la fruizione di strumenti informatici compensativi, la creazione di strutture accessibili e prive di barriere architettoniche e sensoriali, l’uso funzionale e proficuo dell’organico dell’autonomia ed il supporto di assistenti alla comunicazione, pedagogisti e psicologi).

Soltanto se l’imminente Riforma del sostegno preannunciata dall’Esecutivo in carica promuoverà l’organizzazione di siffatti contesti accoglienti e inclusivi, dove tra l’altro il Piano per l’Inclusione (PAI) non sia un documento esclusivamente “sulla carta”, ma al contrario parte integrante della progettazione, della didattica e della valutazione delle Istituzioni Scolastiche e, dunque, anche dei loro Piani Triennali dell’Offerta Formativa, si potranno realisticamente garantire per ogni allievo (anche con disabilità) quelle condizioni di pari opportunità nel raggiungimento del massimo possibile dei traguardi individualizzati e personalizzati d’istruzione, tanto decantate dalla recente normativa italiana sull’autonomia scolastica.

L’autentica “rivoluzione” dell’autonomia, pertanto, sarebbe quella di sancire, nell’ambito dell’attuale sistema d’inclusione, il definitivo passaggio dal docente di sostegno al “sostegno del contesto”.

Consigliere della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi

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Autonomia compie vent’anni, com’è cambiata l’inclusione scolastica ultima modifica: 2019-03-08T06:38:50+02:00 da Gilda Venezia
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