Che cosa ci dice la tragedia del piccolo Leo

di Valeria Ammenti, Arcipelago Milano, 28.10.2019

– Pensieri su educazione, sicurezza e sorveglianza –

Per un attimo il bambino è sfuggito alla sorveglianza dell’insegnante e della bidella e, secondo quanto è stato appurato finora, ha preso una sedia e l’ha usata per sporgersi dalla balaustra, facendo un volo di 11 metri. Adesso la magistratura dovrà accertare le responsabilità e trovare il/i colpevole/i dell’omessa vigilanza.

Questo luttuoso evento solleva due questioni: una riguarda le effettive condizioni in cui si esercita la vigilanza nelle scuole, l’altra la funzione educativa della scuola, che non può essere ridotta a custodia. Chi lavora nella scuola con i bambini sa che l’omessa vigilanza è un fatto in parte ineludibile, anche se l’insegnante fa di tutto per avere sempre i bambini sotto controllo. Anche perché la scuola non è un luogo di detenzione – né deve diventarlo.

La maggior parte dei dirigenti scolastici dispone i piani della sorveglianza in modo unilaterale e quasi sempre se la cava con circolari secondo cui bidelli e insegnanti dovrebbero avere il dono dell’ubiquità. Ma sappiamo che questo dono non è dato. In questi giorni di sgomento e dolore si è detto che non è il momento di recriminare, ma non si può non rilevare che nelle scuole l’omessa vigilanza è spesso la conseguenza dei tagli al personale che tutti i governi degli ultimi vent’anni, di qualsiasi colore e con singolare continuità, hanno attuato nella scuola. Mi spiace per il ministro Fioramonti e per le sue dichiarazioni di buona volontà, ma non vedo alcuna inversione di tendenza: basti pensare che le compresenze, che nella scuola primaria hanno qualificato il tempo pieno (che senza quelle è soltanto un tempo lungo, sempre meno servizio educativo e sempre più servizio sociale per madri lavoratrici), sono pressoché impossibili da realizzare, che i collaboratori scolastici continuano ad essere sottodimensionati e che, in caso di assenza, non possono essere sostituiti prima di 7 giorni.

Questa è la realtà della scuola italiana e in questi giorni di lutto e dolore ascolto tante lacrime di coccodrillo provenire dai piani alti del ministero e dei partiti. Preferirei una netta inversione di tendenza e scelte conseguenti.

Se sei in classe con 20 bambini e uno di loro ha bisogno di andare in bagno prima delle 10:30, quando sono in servizio due sole bidelle, le quali devono contemporaneamente presidiare l’ingresso, raccogliere le presenze per la mensa, rispondere al telefono, far firmare le circolari e rispondere alle necessità di 15 classi, cioè ad una media di 300 alunni, tu insegnante hai queste quattro possibilità: considerando che non puoi lasciare il gruppo incustodito per vigilare su un solo alunno, puoi suonare il campanello e sperare che una delle bidelle arrivi; se non arriva, puoi negare al bambino di uscire e sperare che il bisogno non sia così impellente e che i genitori non ti denuncino, dato che impedire di soddisfare questa necessità primaria è una forma di violenza; puoi lasciare andare in bagno il bambino da solo, tenendo la porta dell’aula aperta ma sapendo che ci sarà un momento in cui necessariamente lo perderai di vista; oppure, puoi portare tutti in bagno. In quest’ultimo caso devi sperare che le richieste nelle prime due ore di lezione siano contenute, altrimenti invece di fare attività didattica si fa toilette. Se invece il bisogno impellente ce l’ha l’insegnante, se lo dovrà tenere fino all’arrivo di un collega.

Tutto ciò premesso, non si può negare che esistano anche le tragiche fatalità. C’è tuttavia un tema che non può passare inosservato e riguarda le implicazioni educative su cui ci interroga questo evento drammatico, che ci devasta come educatori e – per chi lo è – come genitori.

Negli ambienti urbani il mondo adulto predefinisce, in modo pressoché totalizzante, le attività dei bambini, che avvengono quasi sempre al chiuso, con forme a volte quasi ossessive di tutela dell’incolumità fisica e il rischio di compromettere l’acquisizione di un vasto arco di competenze psicomotorie, cognitive ed emotive. I bambini di oggi sono stati privati della libertà di fare esperienza diretta tra loro e in spazi naturali, perché il “fare esperienza” comporta dei rischi. È la vita stessa ad essere rischiosa. I “bambini di una volta” sono cresciuti correndo questi rischi, misurandosi con essi ed imparando così a valutare le proprie possibilità e i propri limiti, scansando i pericoli. Potevano giocare da soli nei cortili, sguazzare, infangarsi, rotolare, arrampicarsi, altalenare, tenersi in equilibrio, cadere e farsi male. È in questo modo che i bambini, da sempre, hanno appreso ad appropriarsi di sé e del mondo.

I contesti educativi non devono sottrarre esperienze ai bambini, al contrario, devono proporgliele, promuovendone gradualmente l’autonomia. I bambini di oggi sono ipercontrollati, costantemente monitorati “al chiuso” dal grande fratello dello sguardo adulto; in questa costrizione si realizza il paradosso di una tutela estremizzata dell’infanzia, che conduce infine alla sua negazione. Lo spazio tra la promozione dell’autonomia e la necessità di tutela dal rischio è quindi molto sottile ed è lì che, a mio parere, si gioca la professionalità docente. Il tema della sicurezza non può essere ridotto alla sorveglianza, ma deve riguardare necessariamente e prioritariamente l’educazione.

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Che cosa ci dice la tragedia del piccolo Leo ultima modifica: 2019-11-13T05:51:53+01:00 da Gilda Venezia
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