Classi di 15 studenti: si può

di Paolo Fasce, Blog’n’Roll, Il Secolo XIX, 15.1.2019

– Impazza sui social, almeno nella mia bolla che è ovviamente composta da molti insegnanti, un articolo che cita il filosofo Umberto Galimberti secondo il quale afferma che “Per educare e seguire davvero l’educazione servono classi di 12/15 ragazzi. Finché avremo 30/35 persone vorrà dire che abbiamo deciso che nelle nostre scuole non si educa. L’educazione è educare la parte emotiva dei ragazzi, vedere le differenze delle intelligenze tra i ragazzi. Altrimenti si resta al livello impulsivo”. Insegno e ho insegnato in classi con un numero vario di studenti. Dalle “classi pollaio” a classi di 16/20 studenti e, naturalmente, non posso che condividere la proposta che, tuttavia, rischia di rimanere improduttiva se le condizioni al contorno restassero le stesse. E’ infatti vero che in classi piccole si insegna meglio, ma la mia esperienza mi dice che non è sempre detto che si impari meglio. Questo per diverse ragioni, molte delle quali afferiscono a dinamiche di tipo motivazionale che la semplice riduzione del numero di studenti non altera. Ci sono condizioni al contorno che spingono l’insegnante alla lezione frontale e sono soprattutto di ordine organizzativo.

Gli impegni burocratici sono spesso ossessivi, così come quelli di certificazione. Il “congruo numero di voti” richiamato in ogni Piano Triennale dell’Offerta Formativa, nel paragrafo sulla valutazione, risale addirittura ad un Regio Decreto di probabile epoca gentiliana e la riproposizione asfittica di “scritto e orale” è ormai fuori dal tempo se è vero, come è vero, che l’interrogazione è spesso una mera riproposizione a pappagallo di conoscenze che saranno presto dimenticate e lo scritto, alla luce delle competenze richieste oggi dalla vita reale, è poco più di un rituale. Ci sono anche le aspettative dei genitori che sono assai variegate, andando dai cosiddetti “genitori elicottero” (quelli che giungono a scuola in copertura del giovanotto minacciato da qualsivoglia pericolo, vero o percepito) a quelli che chiedono un rigore che, spesso, neanche loro sono in grado di mantenere a casa. L’aria che si respira nelle aule docenti non è quella dell’innovazione metodologica, dello slancio ideologico/ideale, ma quella della mera sopravvivenza. Il clima è determinato da una percezione di ostilità generale che si può riassumere in una semplice ed esiziale mancanza di fiducia.

E allora proviamo ad immaginare una scuola diversa e mi avventuro, addirittura, a descriverla nelle prossime poche righe. Lezioni di mezz’ora, con intervalli di dieci minuti per recarsi da un’aula all’altra. Livello dei corsi a scelta degli studenti (livello base su tutte le materie dell’indirizzo della scuola, potremmo dire “obiettivi minimi”, e livello medio o avanzato per chi aspira a percorsi più approfonditi) e personalizzazioni sulle materie (una parte davvero scelta dallo studente, fosse anche “violino” in un alberghiero o “elettronica” in un liceo musicale). Naturalmente è necessaria una norma giuridica che rimuova le eccessive responsabilità civili e penali sul tema della vigilanza che uccide ogni innovazione. A titolo di esempio, potrebbe essere impedito ad un supplente che non abbia fatto il corso di preposto, l’accesso ai laboratori. Non quelli con tornii o motoseghe, quelli con le tastiere e i monitor. E invece ci vogliono tanti laboratori. Non quelli dove sono tutti seduti a fare ciò che dice l’insegnante, ma quelli dove si esplora un problema, con carta e matita o col tablet. Laboratori di recupero tra pari (per abbattere le ripetizioni pomeridiane, profumatamente pagate dai genitori che possono) nelle mezz’ore “buche”, governati da docenti supervisori (sostegno? potenziamento?).

Abolizione del consiglio di classe per un curricolo costruito per competenze certificate (se Tizio insegna a Caio e Sempronio, sarà Isacco a rilevare le conoscenze e le competenze su un curricolo progettato dai dipartimenti disciplinari nell’istituto). Orario esteso per incastonare queste cose, dalle 8 alle 16.30 (con intervallo del pranzo di un’ora e mezzo a mezzogiorno). Grazie a quest’organizzazione, nella quale si studia a scuola, fine dei compiti a casa. Burocrazia completamente demandata all’organizzazione. Gli studenti presenti sono presenti, gli assenti vengono rilevati all’ingresso come sulle piste di sci. Giustificheranno in segreteria, in orari predisposti all’uopo. Beninteso, dopo questa sperimentazione, un contratto di lavoro che consenta di commutare la professione insegnante in questa direzione se si dimostrerà di successo.

E fine della didattica del sugo (l’espressione mi è stata suggerita da una collega che criticava gli insegnanti che, suonata la campanella, fuggono a casa per preparare il pranzo). Si dirà: “nelle scuole non ci sono gli spazi”. Ma un qualsiasi architetto ci spiegherà che gli spazi si configurano attorno ai bisogni dell’ambiente e dentro il parallelepipedo scolastico (l’edificio) si possono riconfigurare alla bisogna. Non ci sono alibi.

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Classi di 15 studenti: si può ultima modifica: 2019-01-20T21:25:00+01:00 da Gilda Venezia
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