Il piano digitale? No agli esperimenti del Miur sulla pelle degli studenti

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di Raffaela Paggi  il sussidiario,   14.12.2015.  

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“La vostra è una scuola Apple o una scuola Microsoft?”. Questa la domanda che anni or sono mi pose un padre, appena trasferitosi dagli Stati Uniti in Italia, durante il colloquio per l’inserimento della figlia nella scuola media di cui sono preside. Allora rimasi spiazzata dal quesito e portai il discorso su ciò che ritenevo essere il cuore dell’identità della nostra scuola, considerando il contenuto della domanda assolutamente irrilevante. Certo, non mancai di illustrargli i nostri laboratori di informatica: tre dotati di macchine che funzionano con il sistema operativo Windows e uno con Mac. Negli anni, anche grazie a una serie di incentivi ministeriali, tutte le aule sono state dotate di lavagne interattive multimediali con proiettore e pc, è stato introdotto il registro elettronico, sono state effettuate sperimentazioni nei vari livelli scolari, dalla primaria ai licei, relative all’utilizzo di tablet nella didattica, di libri misti, di dispense multimediali prodotte dagli stessi docenti. Consapevoli della natura strumentale della tecnologia, anche informatica, le scelte dei presidi e dei docenti sono state sempre motivate dal desiderio di utilizzare le novità al servizio della didattica e dell’organizzazione della scuola, senza particolari entusiasmi e senza particolari preconcetti.

Ora però dal ministero arriva una spinta molto più decisa verso la digitalizzazione della scuola, che richiede qualche riflessione. Con il Piano Nazionale Scuola Digitale (Pnsd) il ministero dell’Istruzione ha avviato infatti un programma “per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”, finanziato da fondi strutturali europei (Pon Istruzione 2014­2020) e dai fondi della legge 107/2015 (Buona Scuola).

Un piano che non vuole semplicemente incrementare la dotazione tecnologica delle scuole, ma innovare la scuola dal punto di vista epistemologico e culturale: “si tratta prima di tutto di un’azione culturale, che parte da un’idea rinnovata di scuola, intesa come spazio aperto per l’apprendimento e non unicamente luogo fisico, e come piattaforma che metta gli studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per la vita”.

Definire la scuola come “spazio aperto” o “piattaforma” mette in discussione almeno due aspetti che attualmente la caratterizzano: le aule, luoghi notoriamente chiusi, e il rapporto asimmetrico studente­docente come via maestra di introduzione dei giovani alla realtà e di orientamento nella complessità del mondo attuale. È evidente la necessità di superare certi stereotipi e certe rigidità che effettivamente ostacolano l’apprendimento: pensando agli studenti delle medie, l’età da tutti percepita come più critica, è sicuramente auspicabile la possibilità di muoversi in spazi meno angusti dell’aula, di organizzare l’aula diversamente a seconda delle attività, di non limitare la possibilità di condividere il percorso scolastico al gruppo classe, di diventare protagonisti del proprio lavoro, utilizzando vari linguaggi e strumenti diversificati per compiere il proprio cammino conoscitivo e comunicare le proprie scoperte.

Ma occorre essere molto prudenti e riflessivi nell’attuazione di un piano che intenda adeguare la scuola all’era digitale, osservando attentamente sia gli studenti e le loro effettive esigenze, sia le richieste di una società in veloce trasformazione. Tale riflessione non può che essere condivisa con chi ha la responsabilità dell’educazione dei giovani: docenti e famiglie. Per questo propongo alcune delle domande sorte in dialoghi, riunioni, seminari sul tema.

Nella presentazione del Piano, ad esempio, si legge: “Dobbiamo passare dalla scuola della trasmissione a quella dell’apprendimento”. Su quali presupposti si fonda tale esortazione? Su un’opposizione data per scontata tra trasmissione del sapere e apprendimento? O forse si intende sottolineare quanto suggerisce la celebre frase di Goethe: “per possedere davvero quello che i padri hanno lasciato devi riconquistarlo”, ovverosia, non vi è inimicizia tra trasmissione e apprendimento, purché sia favorita l’attività critica, il paragone tra sé e quanto si è ricevuto?

Altri interrogativi nascono dalla constatazione di una diffusa convinzione che il digitale risolva problemi quali la dispersione scolastica o le difficoltà di apprendimento. Sono frequenti in rete articoli che propongono l’informatizzazione della didattica come fattore di motivazione per gli studenti, che troverebbero nei tablet, nell’utilizzo dei social, nel superamento degli strumenti tradizionali, quali libri e quaderni, dispositivi più familiari per imparare e per comunicare. Così come pc, tablet, audiolibri sono invocati quali strumenti compensativi per studenti con difficoltà specifiche di apprendimento da associazioni del settore, specialisti, genitori. In un questionario proposto agli studenti di terza media nella mia scuola sull’utilizzo del digitale nella didattica, sono però emersi aspetti interessanti, da prendere assolutamente in considerazione, quali la consapevolezza della tentazione continua di navigare e chattare quando nello studio personale si utilizzano tali dispositivi, a fronte di una maggior possibilità di concentrazione nello studio su libro; la dispersione che spesso provoca la ricerca di informazioni nella rete rispetto alla possibilità di orientarsi nella conoscenza di un argomento offerta da un libro “scelto per noi dal docente”; la preferenza per il digitale quando si tratta di studiare discipline quali geografia e scienze, per gli strumenti tradizionali quando si debbono affrontare altre discipline in cui l’aspetto visivo è meno importante; l’insofferenza di alcuni studenti dislessici per gli audiolibri: “molto meglio se me li legge una persona”, o l’imbarazzo per l’utilizzo del pc quando gli altri studenti possono farne a meno per scrivere i temi…

Insomma, una riflessione sulla didattica digitale non può non fare i conti con gli studenti, che vanno interpellati, perché, in fondo, l’innovazione ha senso se lo scopo che imparino di più e meglio è raggiunto. Inoltre non è ma proficuo generalizzare: ogni disciplina ha un suo metodo per raggiungere la conoscenza dell’oggetto.

In alcune sono utili alcuni strumenti, in altre meno; in alcuni momenti di apprendimento è auspicabile un’indagine personale dello studente, se ha già i requisiti per poterla condurre ed è giunto il momento di verificare la sua capacità di analisi, in altri occorre una spiegazione da parte del docente, la sua narrazione, la sua argomentazione per introdurre lo studente nella conoscenza e nella comprensione dell’oggetto. Un tema importante legato all’innovazione digitale è poi quello più tecnico. E qui si capisce, finalmente, la domanda del padre americano. La scuola è fatta almeno da quattro componenti in dialogo tra loro: studenti, docenti, amministrazione e famiglie. Affinché il dialogo possa avvenire ed essere proficuo, occorre parlare lo stesso linguaggio. E la digitalizzazione della scuola pone non pochi problemi in tal senso: i programmi utilizzati dall’amministrazione possono non essere compatibili con quelli del pc di famiglia; i file caricati sulla piattaforma della scuola dai docenti non sempre riescono a essere aperti a casa dagli studenti; un docente prepara le sue lezioni su Mac e il pc in classe non le supporta perfettamente… Saranno banalità, ma capitano. Per non parlare della necessità di avere uno (o più) tecnici a disposizione per far funzionare i dispositivi: basta una lampada fulminata nel proiettore e tutte le lezioni preparate per la Lim quella mattina non si possono fare! Solo per dire che digitalizzare una scuola comporta molto più lavoro che installare delle macchine con i fondi del Pon o della Buona Scuola.

Dunque, occorre una riflessione seria e approfondita per decidere dove si vuol portare la scuola affinché possa essere luogo di crescita della ragione e della libertà dei giovani che le sono affidati. Tenendo conto di più fattori possibili (non ultimo la piaga dilagante delle videodipendenze) e il bisogno che gli studenti hanno di sviluppare competenze quali la capacità di dialogare, condividere, argomentare e di rispondere agli interrogativi sul significato del vivere. E solo il rapporto con un suo simile può mettere in moto un uomo in tale sviluppo e in tale ricerca.

Il piano digitale? No agli esperimenti del Miur sulla pelle degli studenti ultima modifica: 2015-12-14T07:27:11+00:00 da Gilda Venezia

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