Imposimato: aumento stipendi spostando risorse da difesa a scuola. No discrezionalità valutazione docenti, prossimo anno referendum contro 107

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Orizzonte Scuola,  1.10.2015.  

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Per il magistrato che ha indagato sui casi più scottanti della storia d’Italia i docenti sono “moderni eroi della democrazia”. Così, in difesa della libertà di insegnamento (garanzia degli studenti, non privilegio dei docenti ) e della funzione pubblica della scuola, ci ha rilasciato questa vibrante intervista.

Giudice Imposimato, lei si è espresso ripetutamente contro la riforma della scuola voluta da questo Governo perché essa, introducendo per esempio una discrezionalità del dirigente nello scegliere o nel premiare i docenti, intaccherebbe diversi principi costituzionali, primo tra tutti forse la libertà di insegnamento. Tuttavia questa classe politica di cui tanto ci lamentiamo è o no figlia della scuola di Stato finora espressione coerente degli articoli delle nostre leggi fondamentali? Forse è necessario un qualche cambiamento? Lei che ricetta suggerirebbe a questa classe politica?
«Nella legge sulla buona scuola i poteri di gestione della scuola sono stati affidati a un organo collegiale. A scegliere gli insegnanti più meritevoli sarà un “Comitato di sette membri, tra cui il preside, tre docenti insediati dal Consiglio di Istituto e per metà dal collegio dei docenti, un membro esterno, un genitore e uno studente, che individueranno i migliori e più impegnati tra i docenti da valutare”. Tutto ciò avrà conseguenze inaccettabili sulla armonia tra i docenti e sulla imparzialità nella gestione della scuola. Inaccettabile è che un membro esterno, un genitore e uno studente concorrano a decidere arbitrariamente l’attribuzione del beneficio economico al docente individuato come meritevole. Questa norma si pone in contrasto con l’insegnamento di Aristotele di Stagira, secondo cui “E’ preferibile, senza dubbio, che governi la legge più che un qualunque cittadino. Chi raccomanda il governo della legge raccomanda il governo della ragione; mentre chi raccomanda il governo dell’uomo vi aggiunge quello della passione che sconvolge anche gli uomini migliori. Mentre la legge è ragione senza passione… quelli che stanno ai posti di governo (anche nel governo della scuola, nda) sono soliti fare molte cose per dispetto o per favore” (Aristotele, Politica).
I criteri di valutazione del merito dei docenti vanno definiti e stabiliti per legge e non attribuiti a scelte discrezionali di comitati di cui fanno parte membri esterni che non possono essere né ben informati sul rendimento dei docenti né imparziali.
Questa norma va contro l’art. 97 che stabilisce che “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. Non è accettabile che un docente con anni di carriera venga superato nel merito da persone inesperte e senza altro titolo che il favore del dirigente scolastico e del comitato.
Ma si viola anche l’art. 33 della Costituzione sulla libertà di insegnamento. Un docente che dovrà essere giudicato da un comitato scolastico come quello appena descritto non sarà più libero, ma condizionato dal timore di vendette e dispetti. E questo non agevola la libertà di insegnamento, garanzia degli studenti, non privilegio dei docenti.
Quanto alla osservazione che i nostri governanti sono figli della scuola di Stato, a parte che non sappiamo quali sono le scuole di provenienza, è certo che purtroppo altri fattori, e non il merito scolastico, concorrono alla scelta dei governanti: il denaro, la TV, la stampa, il consenso mafioso e le clientele; il merito solo in pochi casi vale. Quanto ai rimedi, credo che per eliminare la degenerazione dalla politica non basti la scuola di Stato libera e ben retribuita, ma occorra una lotta seria alla corruzione e alla criminalità, per l’eguaglianza dei diritti sociali prevista dalla Costituzione (art. 3) che consenta a tutti di frequentare la scuola pubblica. E occorre l’aiuto alle famiglie dei non abbienti, dei pensionati e dei disoccupati involontari (art. 38), che nel Sud mandano i bambini a lavorare o a spacciare droga, in mancanza di reddito sociale.
Inoltre, è necessaria una legge sul conflitto di interessi in attuazione dell’art. 51 per fare in modo che “tutti i cittadini possano accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”. Oggi questo non accade: i ricchi e chi appare in TV, pur non essendo meritevoli, prevalgono su chi è bravo ma sconosciuto ai cittadini votanti».

Lei come lo misurerebbe il merito nella scuola?
«Occorre eliminare la discrezionalità di giudizio e stabilire criteri oggettivi e trasparenti, come accade in ogni amministrazione dello Stato: i titoli, gli esami, l’anzianità, i curricula, il comportamento tenuto in anni di insegnamento. Occorre un’apposita commissione la quale formuli una graduatoria di merito valutando titoli ed esami con criteri chiari, univoci ed oggettivi; viceversa, con una novità che non conosce eguali nella Pubblica Amministrazione, si dà al comitato scolastico la libertà di ignorare qualsiasi graduatoria pubblica, con scelte che possono essere fondate sulla decisione di persone non imparziali come rappresentanti dei genitori e di studenti, non vincolate a elementi oggettivi e verificabili».

I premi economici di cui ha parlato nella prima risposta sono stati definiti da più parti ‘mancette’. Come giudica il fatto che la Buona Scuola per introdurre il concetto di ‘merito’ non abbia optato per una carriera vera dei docenti di scuola?
«Le mancette sono un obolo demagogico, una offesa alla dignità dei docenti e vanno rifiutate. Grave è invece l’umiliazione professionale, con la conseguente dequalificazione sociale, inflitta ai docenti di ruolo e ai precari da una retribuzione lontanissima dai livelli delle altre nazioni europee sviluppate. Più in generale, non viene dal Governo alcuna svolta nel senso di adeguati investimenti in istruzione e cultura come vuole l’art. 9 della Costituzione. L’art. 36 stabilisce che i lavoratori, e tra questi gli insegnanti, hanno “diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro svolto e comunque tale da garantire una vita libera e dignitosa”, cosa che non è garantita dagli attuali stipendi».

Come portare a livelli più dignitosi i redditi di quasi un milione di lavoratori?
«Non c’è dubbio che gli stipendi da fame incidono sulla qualità dell’insegnamento, cui molti docenti si dedicano con amore e disinteresse a costo di enormi sacrifici. Ed io esprimo a questi moderni eroi della democrazia la mia solidarietà e la mia stima. La verità è che le risorse destinate alla scuola sono minime rispetto a quelle destinate ad altri comparti, come la difesa e le cosiddette grandi opere. Occorre spostare le risorse dalle grandi opere, spesso inutili e dispendiose, alla scuola di Stato. Pensi che il Ministro delle infrastrutture Delrio appena insediato lamentava, in una intervista dell’aprile 2015, la mancata utilizzazione di 280 miliardi di euro nelle grandi opere, come TAV Expo e Mose, che in Italia, secondo l’UE (rapporto 3.2.2014), costano il seicento per cento in più di quello che costano in Francia, Germania, Spagna e Giappone. Sono risorse che potrebbero essere destinate alla scuola. Il ministro Delrio nell’intervista a Francesco Bei di Repubblica del 12 aprile 2015, dopo lo scandalo dell’arresto del capo delle Infrastrutture Ercole Incalza, annunciava una inversione di rotta: “Finirla con le procedure speciali e le varianti in corso d’opera”, e aggiungeva: “Le uniche grandi opere sono quelle utili, che significa anche riparare una scuola o mettere in sicurezza un monte”.
In realtà erano parole al vento, niente è cambiato. Il Governo Renzi ha approvato una legge che lascia ai docenti di ruolo lo stipendio immorale di 1800 euro al mese dopo 30 anni e ai precari il ricatto di sedi disagiate e lontane per non perdere il lavoro. E non sono contrastate le diseguaglianze dovute agli enormi e ingiusti stipendi attribuiti a caste privilegiate, tra cui i dirigenti di enti pubblici, mentre il Governo è inerte contro la corruzione, che costituisce una tassa immorale di 70 miliardi di euro ogni anno (Corte Conti) su tutti gli italiani. Tutto questo ignorando che la scuola è, cito Calamandrei, “un organo costituzionale come Parlamento, Governo e Magistratura, anzi ancora più importante, poiché l’insegnante ha un compito ancora più difficile, istruire e formare i giovani”. La scuola è “organo centrale della democrazia”, “da essa parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, giorno per giorno” (A. Moro, Lavori Costituente). Molti docenti vivono in uno stato di bisogno, se non di povertà. Essi sono privati di dignità e libertà; la libertà senza eguaglianza non esiste, è una falsa libertà. Il docente che non ha un lavoro stabile e una retribuzione dignitosa non ha la serenità necessaria per educare i nostri amati giovani alla vita e alla lotta per i diritti civili e politici. E’ persona in apparenza libera, ma di fatto schiava, è una non persona. E noi cittadini abbiamo il dovere di ribellarci a tutto questo».

In questi giorni si è pronunciato energicamente a favore del referendum per l’abrogazione della Legge 107. Dopo anni di paralisi istituzionale del nostro Parlamento, bloccare le riforme può essere ancora una soluzione?
«Sono un fervido sostenitore del referendum popolare, che è una forma di democrazia diretta da utilizzare contro la legge sulla buona scuola. Ma occorre fare quesiti mirati sui singoli punti incostituzionali, come la norme sul comitato scolastico e sulla delega genericaal Governo a fissare i criteri sulle “scelte didattiche e formative e la valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti”, non è possibile un quesito su tutta la legge o su un solo punto. E occorre essere prudenti: i quesiti vanno preparati consultando docenti, studenti, associazioni impegnate seriamente in difesa della scuola, lavoratori e disoccupati. I quesiti non devono essere imposti dall’alto da chi non conosce i problemi della scuola. Se andiamo con la memoria sull’insuccesso dei 12 referendum radicali, depositati qualche anno fa in Cassazione, ci rendiamo conto che essi non hanno raggiunto il numero di 500.000 firme. Significa che già adesso, per allestire un referendum, serve la mobilitazione di docenti e studenti e un movimento organizzato e ben determinato. E occorre valutare la opportunità di proporre altri quesiti referendari, come sulla legge sblocca Italia, pericolosa e devastante. Credo che dobbiamo prepararci al referendum per il prossimo anno. Intanto dobbiamo batterci per fare dichiarare la incostituzionalità di singoli punti della legge attraverso ricorsi al TAR e al giudice ordinario e poi alla Corte Costituzionale».

Proprio a questo riguardo, negli ultimi anni sono aumentati in maniera esponenziale nei tribunali i contenziosi legati alla scuola. Visto che è un fine conoscitore di Aristotele, forse ricorderà che lo Stagirita riteneva che si dovesse sottoporre ai magistrati, che decidono sul momento, il minor numero possibile di casi particolari e che spettasse invece alle leggi, risultato di riflessioni protratte nel tempo, cercare di contemplare tutti i casi possibili. Qual è la sua riflessione in proposito?
«Il problema è che le leggi sbagliate quasi mai vengono riformate e sostituite da leggi giuste. Ed allora non resta che la via del ricorso ai giudici. Ma qui iniziano i problemi. In alcuni casi la giustizia impone al legislatore di adeguarsi alla sentenza. E’ questo il caso della decisione della Corte di Giustizia Europea. Dopo oltre 15 anni di assenza di regole sul reclutamento e di utilizzo del precariato, istituzionalizzato con la l. 143/2004 e con la l. 128/2013, la Corte di Giustizia Europea con sentenza del 26 novembre 2014 ha finalmente messo fine alle controversie che hanno visto opporsi le posizioni di coloro che legittimavano il precariato e quelle di coloro che, in ossequio agli art.li 4 e 33 della Costituzione, chiedevano l’intervento del Governo. L’Italia è stata condannata per violazione della Direttiva 1999/70/CE, per avere costretto al precariato un’intera classe di insegnanti privati del diritto al lavoro e alla libertà. Ad oggi nella scuola italiana ci dovrebbero essere circa 400mila precari, licenziati ogni anno il 30 giugno, prima delle vacanze scolastiche. Mentre gli altri vedono rinnovarsi continuamente i contratti di insegnamento a tempo determinato, senza possibilità di ottenere la regolarizzazione della posizione lavorativa. La moltiplicazione del precariato ha profondamente inciso sulla qualità didattica in primis per l’impossibilità di creare continuità e poi per aver spogliato la figura dell’insegnante della propria autorevolezza, lasciandolo privo della funzione sociale della scuola. Ad essere censurato è l’illegittimo sfruttamento del lavoro precario da parte del Governo; il ricorso a contratti di lavoro a tempo determinato si è trasformato in vero e proprio abuso, dal momento che gli insegnanti precari con il loro lavoro soddisfano esigenze di carattere permanente e durevole e non certo provvisorie, dovendosi riconoscere la funzione sociale della scuola pubblica.
Il mancato rispetto della sentenza della Corte di Giustizia da parte del Governo, condannato a regolarizzare la posizione dei precari, viola: 1) l’art. 10 della Costituzione secondo cui “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”, tra le quali rientra anche la direttiva 1999/70/CE, nonché 2) l’art. 117 1 c della Costituzione secondo cui “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”, tali essendo anche quelli derivanti dalla Sentenza della Corte di Giustizia europea relativa alla stabilizzazione dei precari. Il Governo italiano ha il dovere di adeguarsi alla sentenza della CGE, ma non lo ha fatto, anzi ha punito i precari, non richiamandoli come docenti stabili e impedendo loro di ripetere anche il lavoro precario. La mancata attuazione della sentenza della CGE è un grave abuso, che non ha sanzioni per il soggetto che non la esegue.
D’altra parte i giudici italiani spesso non risolvono in modo uniforme i problemi degli insegnanti vittime di leggi ingiuste. Questo dipende anzitutto dal fatto che il giudice decide su singoli casi e poi dalla oscurità delle norme, confuse e contraddittorie, come ha ammonito in una recente intervista al Corriere della Sera il presidente della Scuola Superiore della Magistratura Valerio Onida. Secondo Onida le leggi sono spesso incomprensibili e mettono in difficoltà i giudici chiamati ad applicarle per la loro scarsa chiarezza.
Ma anche quando i ricorsi dei docenti sono accolti dal Consiglio di Stato, i loro diritti non sono rispettati, come accaduto di recente in un caso di accoglimento di un ricorso straordinario da parte del Consiglio di Stato.
Un esempio di legge ingiusta non riformata è quella che riguarda anche i docenti di Quota 96, trattati ingiustamente e discriminati. La legge ha precluso loro il diritto di andare in pensione anticipata, come tutti gli altri impiegati dello Stato. I Quota 96 sono stati trattati in questo modo per il fatto che il legislatore ha dimenticato che il loro anno lavorativo iniziato a settembre si concludeva nel settembre dell’anno successivo. Sui loro ricorsi i giudici ordinari, amministrativi e contabili hanno preso decisioni contrastanti a partire dalla giurisdizione. La conclusione è stata che essi non hanno avuto giustizia. Una legge che stava per risolvere i loro problemi approvata alla Camera alla unanimità è stata bocciata al Senato. Conclusione: i docenti di Quota 96 sono in attesa di vedere risolti i loro problemi e riconosciuti i loro sacrosanti diritti».

Spostiamoci adesso dal particolare all’universale: di recente ha espresso disillusione e rammarico per la canalizzazione precoce dei ragazzi in percorsi di studio specialistici. Ci spiega i motivi per cui è, a suo avviso, sbagliato spingere gli studenti a una scelta dell’indirizzo di studio quando sono ancora molto giovani?
«Le rispondo con le parole di un altro grande, Albert Einstein, che dedicò all’istruzione molti suoi pensieri, evocando esperienze drammatiche da lui vissute come studente. Egli ritenne un errore imporre la scelta di un indirizzo di studio: “Si considera la scuola semplicemente come lo strumento con cui trasferire la massima quantità di conoscenze alla nuova generazione. Ma questo non è giusto. La conoscenza è morta, la scuola serve ai vivi. La scuola dovrebbe sviluppare nei giovani quelle qualità e capacità che risultano utili al benessere della Comunità. Ma questo non significa che la scuola dovrebbe distruggere l’individualismo e che l’individuo dovrebbe diventare un mero strumento della società, come un’ape o una formica. Una società di individui omologati, privi di una propria originalità e di propri obiettivi  sarebbe una comunità povera e senza possibilità di sviluppo. Al contrario  si deve tendere a una formazione di individui che agiscano e pensino in modo indipendente, pur vedendo nel servizio della comunità il proprio più alto compito vitale. Il metodo di educazione più importante si è sempre fondato su ciò che l’alunno era spronato a eseguire effettivamente. Questo vale tanto per i primi tentativi di scrittura  degli alunni della classi primarie quanto per l’elaborazione delle tesi del laureando universitario  o per la composizione di un tema, la  interpretazione o la traduzione di un testo, la soluzione di un problema matematico o l’esecuzione di esercizi fisici. Lo stesso lavoro può trarre la propria origine dalla paura o dalla costrizione, da un ambizioso desiderio di autorevolezza  e di distinzione o da un appassionato interesse per l’oggetto  del lavoro unito a un appassionato desiderio di verità  e di conoscenza,  e così dalla divina curiosità che appartiene a ogni bambino sano, ma che così spesso si indebolisce precocemente” (Einstein sull’istruzione, 1940/1941)».

Dunque, che cosa pensa dell’alternanza scuola-lavoro? La legge 107 ha ricevuto il plauso di una parte significativa delle forze sociali e dell’opinione pubblica perché introduce una concretezza maggiore di quanto avvenisse in passato nell’uso di questo strumento.
«Penso che sia un errore grave da respingere. Sarebbe sbagliata una strategia diretta ad assecondare una scuola che tenesse conto del mercato del lavoro e della disarmonia tra domanda e offerta di lavoro. Al riguardo il professor Guglielmo Forges Davanzati nota che il Governo ritiene che “Il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dal ciclo economico, ma dal disallineamento tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare e ciò che la nostra scuola effettivamente offre”. Tuttavia Forges Davanzati osserva ancora “che si tratta di una diagnosi basata su una ricerca del gennaio 2014” svolta “da una delle più importanti imprese multinazionali che operano nel settore della consulenza manageriale” e che “curiosamente, il Governo ha scelto questa fonte e non quella ufficiale UnionCamere-Ministero del Lavoro”. Da questa, in contrasto con la prima, risulta che la disoccupazione giovanile imputata alla “mancanza di adeguata preparazione e formazione è pari al solo 2% della disoccupazione giovanile complessiva”. Il Governo, insomma, tenta di far credere che la “riforma” innovativa risolverebbe il problema. In realtà l’alternanza scuola-lavoro, definita “formazione congiunta”, non è nuova, ma ripropone la riforma del Governo Berlusconi del 2010 per ridurre la disoccupazione giovanile. Ma al di là delle valutazioni di ordine pedagogico – sottolinea ancora Forges Davanzati – il punto in discussione è se questa strategia abbia probabilità di successo riducendo la disoccupazione giovanile, e “a quale modello di sviluppo dell’economia italiana essa sia funzionale”. Dall’ultima rilevazione sugli esiti dell’alternanza scuola-lavoro del XIV Rapporto ISFOL emerge che la quantità di contratti di lavoro in apprendistato è in continua riduzione: dai 492.490 nel 2011, ai 469.855 nel 2012, con una flessione del 4,6%. E che “la numerosità di contratti di apprendistato che si è maggiormente ridotta del 40% è relativa a giovani di età inferiore ai 18 anni”. Questi dati provano, secono Forges Davanzati, il fallimento delle politiche finalizzate a ridurre il presunto mancato incontro fra domanda e offerta di competenze per accrescere l’occupazione giovanile. “Un fallimento che deriva da una diagnosi errata delle cause del problema, poiché l’elevata (e crescente) disoccupazione giovanile in Italia dipende in percentuale irrisoria dalla non corrispondenza fra competenze offerte e competenze richieste. L’aumento della disoccupazione giovanile in Italia è innanzitutto imputabile alla caduta della domanda interna”.
Del resto non possiamo ignorare l’insegnamento di un altro insigne politico, Aldo Moro, che esalta la formazione generale e non specialistica degli studenti. In una delle prime lettere della sua vita politica il grande statista scrive: “Senza i giovani non c’è domani; essi soltanto, con la loro fede, con il loro amore, con la loro speranza, ci ridonano la vita pura, buona, disposta a conservarsi sopra se stessa in quei valori che la fanno grande. Se vogliamo che la vita si indirizzi verso alte mete umane, dobbiamo lavorare per i giovani e insieme con essi. Perché se è vero che i giovani sono la vita, è pur vero che essi hanno tutto di noi e sono quali noi li abbiamo formati. Così le responsabilità degli educatori vanno di pari passo con quelle dei giovani”. E aggiunge: “Chi può negare che essi siano così disorientati, senza alcun ideale cui accettino di votarsi con vero saldo semplice eroismo? Le lacune della cultura, della dittatura morale sono evidenti”. E qui Moro introduce, poco più che ventenne, il tema delle cause della crisi, “l’ambiente familiare e quello della scuola, per una disattenzione diffusa, sono decaduti di prestigio”. E certo della capacità di ripresa dei giovani, ricorda che “questo era compito della educazione, di quell’opera che comincia ai primi istanti della vita familiare e prosegue in ogni ordine di scuola, fino all’Università compresa”.
Ebbene, tenendo presente l’insegnamento di Moro, dobbiamo credere nella funzione sociale dell’insegnamento. Il quale è una risorsa della nazione, non lo strumento di un’azienda, quella scolastica, da asservire alle leggi della domanda e dell’offerta. Questa funzione sociale della scuola lo Stato deve soddisfare, ponendo a disposizione degli studenti docenti preparati e ben retribuiti, affinché possano migliorare la propria formazione culturale ed etica nell’interesse degli studenti (Atti Costituente, relazione Moro). Ed è questo dovere dello Stato, cioè organizzare la scuola come un servizio pubblico per preparare i giovani ad assumere funzioni sociali, che la riforma sembra aver violato, umiliando i docenti ma anche gli studenti che devono essere liberi di scegliere la loro strada al termine dei loro studi».

Forse proprio nel solco di queste affermazioni si è espresso duramente anche contro i finanziamenti alla scuola paritaria, perché sottraggono risorse alla scuola di Stato. Eppure in molti altri Paesi europei la scuola non statale è regolarmente finanziata in quanto, erogando un servizio pubblico, permette un risparmio significativo allo Stato. In Italia perché non sono ancora maturi i tempi per la fine della contrapposizione (ancora troppo ideologica?) scuola statale – scuola paritaria?
«Non sono contrario alla scuola privata, che è prevista dall’art. 33 della Costituzione. La scuola privata svolge certamente un ruolo rilevante ed utile nella educazione giovanile, in un momento di crisi della scuola pubblica. Ma voglio ricordare che il problema degli stipendi riguarda anche i docenti della scuola privata, che spesso sono inadeguati a garantire una vita libera e dignitosa. E quei docenti sono ancora più esposti agli arbitri dei privati che controllano le scuole private, i quali mirano all’utile, e non hanno spesso la possibilità di difendere i loro diritti a un lavoro dignitoso e ben retribuito.
Secondo l’art. 33 la scuola privata può nascere senza oneri per lo Stato, ma è perciò costosa, mentre la scuola pubblica dovrebbe essere gratuita e aperta a tutti. Oggi purtroppo la scuola pubblica, pur essendo gratuita, ha un costo diventato insostenibile per milioni di lavoratori. Piero Calamandrei ammonisce che “il monopolio della ricchezza porta fatalmente al monopolio della cultura, sicché le scuole medie ed universitarie, sbarrate agli ottimi quando sono figli di poveri, si riempiono di mediocri, e anche di pessimi, figli di ricchi. Che diventano pessimi professionisti, pessimi magistrati, pessimi politici e pessimi governanti che pensano al loro vantaggio personale e non al bene comune. Verrà a mancare quel continuo ricambio attraverso il quale si verifica senza posa, nelle vere democrazie, il rinnovamento della classe politica di governo, che non deve rimanere una casta chiusa, come oggi, ma deve essere la espressione aperta e mutevole delle forze più giovani e meritevoli della società”. Ed è in questo cristallizzarsi del potere nelle mani di una minoranza inetta e ignorante la ragione delle diseguaglianze sociali e del declino della classe dirigente, esaltata da media asserviti e da intellettuali senza nerbo e senza dignità. Ed è qui la causa del trionfo del nuovo fascismo che si ammanta di democrazia, in questa fiacchezza, in questa anemia, in questa indifferenza popolare, narcotizzata dai grandi fratelli e dalle fiction».

Imposimato: aumento stipendi spostando risorse da difesa a scuola. No discrezionalità valutazione docenti, prossimo anno referendum contro 107 ultima modifica: 2015-10-01T08:48:01+00:00 da Gilda Venezia

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