La lezione dei nostri figli: mai smettere di imparare

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di  Giovanni Lo Storto,  Il Corriere della sera, 9.8.2019

Ogni mamma e ogni papà sa quanto possa essere snervante rispondere alle domande dei bambini:«perché…?». Un team di ricercatori inglesi ha appurato che i piccoli pongono ai genitori, in media, 73 domande al giorno, iniziando non appena articolano qualche parola e raggiungendo l’intensità massima a quattro anni. «Perché…?» è parola magica che esprime la meraviglia della curiosità, la percezione, tutta nuova, della realtà. Padri e madri salutano dapprima con favore lo scemare dei perenni «perché…?», di solito ai primi giorni di scuola, rimpiangendo col tempo però quella magica stagione: smettere di chiedere, infatti, non significa sapere tutto, bensì avvertire meno la fame di conoscenza.

Come mantenere l’innocenza, il metodo, di quei «perché» ingenui da filosofi in erba? Cosa significa, di preciso, conoscere per noi adulti? Come continuare ad apprendere, finita la scuola? Per capirlo, partiamo dal concetto di «eccellenza», da tempo associato a concetti come «formazione» e «apprendimento». Eccellere significa esser bravi in qualcosa, svolgere un’attività meglio di tanti, grazie a duro lavoro, dedizione, doti personali, circostanze, fortuna. Da adulti l’eccellenza professionale e formativa è spesso associata alla specializzazione, il dominio del sapere in campi definiti.

L’eccellenza così intesa, diventa, a ben guardare, nemica dell’innovazione. Una formazione tradizionale, mirata a creare professionisti-specialisti, inibisce la creatività, virtù cardinale per governare il lavoro del XIX secolo. L’eccellenza del voto massimo, che induce gli studenti a considerare la formazione come una gara di performances, va maneggiata con cautela. Da secoli concepiamo parametri esatti per il successo all’università o al lavoro, ma la creatività si trova spesso giusto in coloro che in inglese si definiscono misfits, individui che mal si adattano a format sociali precostituiti. Non conformiste o poco comprese, queste personalità generano di frequente innovazioni radicali. Trovarsi a disagio con le regole prestabilite permette, di riflesso, di mettere alla prova ciò che è dato per scontato dai più. La presunta «debolezza», vedi i geni introversi Wittgenstein, Turing e Nash, diventa forza che supera i limiti banali dell’ordinario.

Secondo il Ceo di Cisco, John Chambers, un quarto dei grandi manager soffre di una qualche forma di dislessia, compresi Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea, e Richard Branson patron di Virgin. L’Antico Testamento offre la stessa morale, Mosè, balbuziente, ha bisogno del fratello Aronne per dialogare con il Faraone. Gli studiosi contemporanei ritengono che, data una barriera oggettiva, per esempio un disturbo che impedisca di leggere speditamente, ciascuno di noi sviluppi in parallelo modi alternativi per esprimere creatività.

Riferendosi a sua volta al mondo biblico, lo scrittore canadese Malcolm Gladwell analizza la vittoria di Davide sul gigante Golia, frutto di una strategia che trasforma la debolezza in forza. Davide vince perché elude il corpo a corpo in cui sa di non potere aver scampo, ma gioca sull’agilità, spogliato dalla pesante armatura. Davide vince per fede in Dio e facendo leva sulle abilità che possiede, senza fingersi il guerriero che non è.

Golia dei nostri tempi è la macchina, costruita dall’uomo stesso: insaziabile nel divorare valanghe di dati e informazioni, digeriti in un baleno a produrre «Intelligenza artificiale». Homo Sapiens e computer hanno due curve diverse di crescita, lineare l’uomo, esponenziale la macchina. Come Davide noi non potremo più competere con la potenza del machine learning, capace di accrescere senza limiti il patrimonio di cognizioni digitali. Resteremo invece determinanti nel metter in partita quel che Dov Seidman, studioso di etica, definisce moralware, mettere in gioco valori morali contrapposti all’intelligenza del software.

Le macchine intelligenti devono sempre esser bilanciate da maggiore, non minore, componente umana, salda nel collegare i dati a relazioni ed emozioni. Chiave del futuro sarà il Qe, quoziente emotivo, parallelo al Qi, quoziente intellettivo. Tocca dunque a noi che agiamo nella formazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca, ripensare i criteri di valutazione dei nostri ragazzi, imparando a premiarli quando escono dagli schemi fissi, con inediti ragionamenti creativi. Il voto secco non ci basta da solo, non ci racconta la persona intera, oltre al compito assegnato. Il cerchio si chiude infine e, a differenziarci dalle macchine, sarà la capacità di domandarci il «perché…?» delle cose, come da bambini. Per riuscirci non ci servirà una formazione statica, ma dinamismo e flessibilità.

Dopo la scuola, toccherà al lavoro subire metamorfosi turbolente, con la scomparsa delle antiche professioni e l’emergerne di sconosciute. Se la formazione avrà il coraggio di premiare con l’eccellenza anche la creatività, se oltre alle nozioni di base daremo in ogni classe gli strumenti originali per generare interazioni creative, gli studenti saranno i nuovi cittadini dell’epoca della trasformazione. Apprendere senza soste: a questo futuro dobbiamo avvezzare i nostri figli, tenendoli capaci dello stupore creativo perenne di un «perché…?». Non potranno competere con le macchine su calcolo ed esecuzione, ma risulteranno vincenti grazie a creatività e innovazione, come Davide contro Golia.

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La lezione dei nostri figli: mai smettere di imparare ultima modifica: 2019-08-10T21:37:25+01:00 da Gilda Venezia
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