La scuola reazionaria

di Francesco Rocchi, iMille, 12.11.2018

– Bussetti ed il governo, è notizia freschissima, hanno deciso di semplificare brutalmente le modalità di assunzione dei futuri insegnanti: ci si laurea, si fa un concorso, e morta lì. Forse avremo insegnanti molto giovani che entrano in cattedra prima dei 30 anni, come sostiene il ministro Bussetti a conforto di questa contro-riforma.
Ma l’idea rimane mediocre e superficiale. Come si è arrivati ad un governo che opera attivamente per avere in cattedra docenti meno preparati? La cosa è davvero paradossale: fino a ieri l’altro ce la si prendeva ferocemente con la Buona Scuola, che avrebbe svilito il ruolo della scuola pubblica in favore di un approccio aziendalistico, privatistico e anti-civile, ma ora si accetta questa riforma senza battere ciglio. Dove è il corto circuito? Che è successo?
Di primo acchitto verrebbe voglia di citare il classico bis-pensiero orwelliano di chi riesce a dire tutto e il contrario di tutto senza avere neanche mezza esitazione, e forse non sarebbe nemmeno sbagliato. Però di sicuro non sarebbe sufficiente. Bisogna capire cosa succede nel ventre profondo della scuola, ed in primo luogo del corpo docenti (che hanno votato massicciamente il M5S).
Tanto per cominciare, è probabile (ovviamente di qui in poi non posso che ragionare sulle mie personali impressioni e convinzioni di docente statale) che il concorso puro e semplice non sia vissuto come un arretramento dal mondo della scuola.
Da Berlinguer in giù, il “reclutamento” è stato sempre una spina nel fianco. A dire il vero lo era anche prima, ma negli ultimi trenta anni la cosa si è fatta più evidente. Le graduatorie permanenti di Berlinguer, poi “ad esaurimento” con la Gelmini, hanno segnato la generazione dei docenti formati nelle scuole di specializzazione (SSIS), passati attraverso un calvario non solo lento ed incerto, ma pure costosissimo. A loro è succeduta la generazione non meno travagliata dei tieffini (formati nei Tirocini Formativi Attivi), salvo poi arrivare negli ultimi anni alla stratificazione dovuta al susseguirsi di numerosi e variamente concepiti concorsi, a cominciare da quello del 2012 del ministro Profumo.

La Buona Scuola del 2015 voleva chiudere questo caos e ripartire da zero con un nuovo sistema. Questo proposito però si è scontrato con una realizzazione pratica a dir poco tribolata. Senza ritornare sui dettagli della vicenda (e senza voler minimamente cedere alla sciocca retorica della “deportazione”), basterà dire che la routine della scuola ne è uscita sconvolta, con effetti spesso pesanti sulle scelte dei singoli docenti e delle singole scuole.
Esaurito il caos di questa transizione (amplificato dal fatto che la Buona Scuola ha presentato tutte insieme anche altre profonde innovazioni), sul piatto è rimasto un processo di reclutamente poco comprensibile nella sua ridondanza: 24 crediti psico-pedagogici prima della laurea, concorso a cadenza biennale e tirocinio pagato sì, ma poco e per la durata incomprensibilmente lunga di tre anni. Prima si pagava anche moltissimo tra scuole di formazione e aggiornamento, ma una volta entrati a scuola si prendeva subito lo stipendio pieno, e con solo un anno di prova (vale la pena di notare il sistema del concorso secco ha l’unico vantaggio di essere il più economico in assoluto, per i candidati).
A fronte di più di sette-otto anni di continuo stato di eccezione, questo ritorno all’antico sembra -a tanti, a troppi- una sorta di tregua lungamente attesa. Ma è bene dirselo chiaramente: è una sconfitta in piena regola per le famiglie e per gli studenti che verranno.
La seconda ragione per cui non c’è grossa reazione ai tagli del governo è che negli ultimi trent’anni si è cercato di dare all’istruzione italiana una fisionomia che ad una buona parte, forse maggioritaria, degli insegnanti italiani non è mai particolarmente interessata. L’avvicinamento al mondo del lavoro, la modernizzazione della didattica, il passaggio dai programmi ministeriali all’autonomia delle scuole e le altre innovazioni non hanno mai scaldato il cuore dei docenti italiani.
Questo è dipeso forse da diverse ragioni intrecciate: da un lato la pedagogia italiana, almeno quella veicolata dai canali istituzionali, è sempre stata spesso evanescente e poco pratica. Da un altro lato, tutte le innovazioni più importanti degli ultimi trent’anni sono state calate dall’alto con approccio iper-burocratico (nonostante l’enfasi sull’autonomia) e pochissimi fondi: un continuo “armiamoci e partite” in grado di indispettire anche i docenti meglio intenzionati (figurarsi la grande platea dei tradizionalisti).
E infine un’altra cosa, per quanto possa suonare agro e polemico: un corpo docente di dimensioni enormi (quasi un milione di docenti), poco selezionato, poco pagato e poco formato in servizio, difficilmente poteva accogliere con entusiasmo una nuova organizzazione che, sia pure con la migliore delle implementazioni, avrebbe comunque richiesto un grosso sforzo di adattamento.

Aggiungiamo a tutto questo l’istintivo tradizionalismo italiano (quello che ancora difende un liceo classico cui pure non si iscrive più nessuno) e vediamo che forse ora le cose cominciano ad essere un po’ più chiare. La scuola è al centro di una perfetta tempesta reazionaria.
Ma questo non vuol dire che questo nuovo equilibrio possa durare, o men che meno funzionare. Al di là di quel che si può pensare di riforme e controriforme, la necessità di una scuola valida e funzionante rimane. Non risulta che le famiglie italiane siano particolarmente soddisfatte della scuola italiana. Qualunque genitore entri in una scuola non può non notare come le scuole, in particolare quelle superiori affidate alle province, siano fatiscenti. E allo stesso modo è difficile non accorgersi di come sia difficile trovare una controparte istituzionale, tra dirigenti e docenti, in grado di dare risposte efficaci: “Quando arrivano i supplenti?”. “Non si sa”. “Potete rinnovare il contratto a quel docente?”. “Non dipende da noi”. “Che si può fare per quel docente sempre assente”. “Niente”. “Che si può fare per il bagno rotto?” “Aspettare la provincia”.

Per chi ancora crede nella scuola statale italiana il compito non è cambiato: continuare ad immaginare una scuola in cui i docenti siano felici di insegnare, gli studenti di studiare e i genitori di mandarci i propri figli.
Se vogliamo proporre delle innovazioni, come è necessario fare, dobbiamo ripartire da qui: di ogni innovazione dobbiamo sottolineare non il valore astratto o ideale, ma il vantaggio pratico. E le nostre proposte dovranno essere costruite in modo da produrre miglioramenti il prima possibile, per quanto difficile ciò possa essere. Non dobbiamo aspettare una palingenesi, bensì gettare semi.

Non possiamo più pensare, anzi nemmeno sperare, di cambiare tutto dalla cabina di regia, ovvero dal centro amministrativo ministeriale. Lo abbiamo già fatto e non ha funzionato, perché non si possono governare i cambiamenti sul campo da centinaia di chilometri di distanza. E poi oggi il ministero lo gestiscono -male ma legittimamente- la Lega e il M5S.
Però possiamo cominciare a proporre piccoli passi, isole di sperimentazione, a realizzarle dove possibile, a immaginarle dove non sia possibile. E a fronte di ogni problema -e ne verranno fuori tanti- dobbiamo far vedere che chi ama davvero la scuola sa come pensare a soluzioni reali e concrete.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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La scuola reazionaria ultima modifica: 2018-11-12T09:51:57+01:00 da Gilda Venezia
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