Le strade dell’istruzione restano «disoccupate»

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di Antonio Bisaccia,  Il Sole 24 Ore, 5.11.2019

Un pensiero ricorre ormai da tempo nell’opinione pubblica: abbiamo ancora bisogno dell’istruzione?

L’Opinione è -com’è noto- qualcosa di diverso dalla conoscenza in sé. Lo sapeva già il Platone de “La Repubblica”, dove Socrate dimostra al giovane Glaucone che conoscenza (gnosis) e opinione (doxa) abitano sfere di un approccio al mondo completamente differenti. La prima porta alla verità (o alle verità), la seconda conduce alla mutevole pelle della (delle) verità. Non che l’una debba necessariamente essere meglio dell’altra, ma esse conducono alle cose per vie tanto diverse da non potersi -a volte- mai incontrare.

La prima volta che si è registrata l’espressione “public opinion” in un dizionario (Oxford Dictionary) è del 1781. Durante parte di quel secolo l’espressione aleggiava anche come “public esprit” che indica un connotato dell’opinione tratteggiata e discussa all’interno degli organi di stampa. Discussa, appunto, pubblicamente. E’ questa la nuova dimensione del pensiero che necessita di feedback e anche, diremmo oggi, di consenso.

L’opinione pubblica forse lo sa, ma un tempo il ministero della Pubblica istruzione, nelle sue varie determinazioni di congiunzione o di disgiunzione tra i due dicasteri di settore, era un ministero strategico e fondamentale che le forze politiche facevano a gara ad avere. Oggi meno. Molto meno. Oggi l’economia, nelle sue illimitate declinazioni, è diventata una sorta di logica della cultura con cui fare i conti, pena un’eiezione immediata dal corpus del pubblico pensiero mediatico.

A ogni modo, tra scorpori e accorpamenti con il dicastero dell’università e della ricerca, molti dei ministri dell’Istruzione succedutisi dal 1946 in poi furono di area democristiana: 25 ministri su 43 nella storia della Repubblica furono democristiani. Del resto perché stupirsi? Quei Governi non potevano che esprimere quei frutti dal proprio albero. È un semplice dato di fatto, senza commento.

L’opinione comune registra che esso, oggi Miur, è sostanzialmente un ministero “di spesa” come altri ma che, nell’immediato, non produce nulla di concretamente percepibile in termini immediati di azione di governo e reazione dei mercati. Un carrozzone, il Miur, con molti inquilini che salgono e scendono -a seconda dei concorsi a cattedra, dei ricorsi ai Tar, delle graduatorie bizantine, delle alchimie politiche del momento e della burocrazia cosiddetta difensiva- e pochi cavalli trainanti. Insomma un peso per tutta la nazione che ancora si attempa ad assistere a un incredibile traffico di opinioni sul punto da parte di tanti Ct della nazionale dell’istruzione.

Non appena un nuovo ministro si affaccia nel mondo delle dichiarazioni pubbliche, esso entra nel tritapensieri della pubblica opinione: e questa non lascia scampo, anche quando le intenzioni sono alte e competenti, attivando tutta una serie di strumenti di tortura ormai noti: spezza-ossa per pensieri illuminati, cilicio stringente per proposte di buon senso, gogne per contenere idee ritenute risibili, gabbia sospesa per intuizioni troppo spinte, maschera di ferro per visioni anti-lobby, etc…

Con il verso « We don’t need no education », la canzone “Another brick in the wall” contenuta nel disco The Wall dei Pink Floyd divenne una delle canzoni più caratteristiche dei primi anni ottanta nel mondo intero. Esprimeva la diffidenza, se non addirittura il rigetto da parte di molti giovani dei sistemi educativi vigenti, il rifiuto dell’autorità, dell’arbitrio, dei contenuti imposti. In questa canzone, la “education” era associata al “thought control”, al controllo del pensiero. L’educazione, e l’educazione scolastica in particolare, cosi pensavano in molti, serviva a inculcare i valori della generazione precedente nelle teste e nei cuori dei giovani: una sorta di macchina che scolpisce individui (educati) con un calco che funge da denominatore comune, che fa comunità e conoscenza condivisa.

Il maestro, il professore erano i prolungamenti della società esistente, erano i luogotenenti dello Stato e del capitale e l’organo sociale perfino della religione. Secondo la psicoanalisi, l’insegnante faceva parte delle varie figure del Super-Io, un sostituto del padre che induce i giovani a identificarsi con la società e i suoi valori, per disprezzabili che fossero.

L’educazione, così si pensava, non era dunque “neutra”. Ribellarsi alla scuola, all’idea stessa di essere “educati” o “formati” dalla generazione precedente era perciò essenziale per chi si sentiva un “ribelle”. Sul lato opposto della ribellione, nel giardino della condiscendenza, s’insisteva sulla necessità dell’educazione come trasmissione dell’autorità: come strumento necessario per la continuazione della specie, in cui -per paradosso- ogni specificità veniva limata fino a renderla un semplice ornamento. Del resto essere educati è essere condotti verso qualcosa, verso quel grumo di conoscenza che perpetua se stessa. Ma può anche voler dire essere trascinati in un punto da cui ciascuno può ripartire con gli strumenti che è in grado di rielaborare: persino all’interno di un sistema chiuso che si auto-conserva.

Quarant’anni più tardi, la situazione si è curiosamente rovesciata. Nel mondo intero, gli studenti manifestano per il “diritto allo studio”, spesso insieme ai loro insegnanti. Chi invece pensa che non c’è nessun bisogno di educazione, di formazione, di cultura sono in genere le forze politiche che, dopo aver condotto campagne elettorali volte a scrivere ricette di soluzioni epocali per l’istruzione, non usano gli ingredienti delle loro stesse ricette per cucinare il sogno di un’istruzione che sia meglio del nostro stesso paese.
Ogni riforma, di solito, peggiora con metodo scientifico quanto di funzionante è sopravvissuto alle drammatiche intemperie che l’istruzione pubblica ha attraversato nel tempo.

Il docente, figura -ripetiamo- una volta intermedia tra il parroco e il sottufficiale, è da molto tempo considerato essenzialmente un “povero privilegiato” inviso alle sinistre e alle destre – specialmente in Italia, che ha d’altronde gli stipendi più bassi in Europa per gli insegnanti. Esso ospita in sé il privilegio di una casta sterile, che non produce Pil, con la responsabilità -ormai perduta- di essere “instrumentum regni”.

Finanziare la scuola è come finanziare la ricerca sul cancro, sui sismi, sui sistemi sostenibili, etc… È un dovere di civiltà e, insieme, l’unico modo per prepararsi a una convivenza piena e radicata.

La prospettiva di raggiungimento del termine più bipartisan degli ultimi anni, il “futuro”, dipende da questa semplice variabile di sopravvivenza culturale ed economica. Ma, pagina dopo pagina, il futuro non arriva: oggi basta annunciarlo, tanto non c’è tempo per il suo manifestarsi. C’è tempo e dedizione per un altro annuncio.

Il contenuto non esplicito, non espresso a chiare lettere, ma comunque ben compreso dal pubblico (come succede anche quando il discorso verte, per esempio, sull’evasione fiscale) è questo: spendere soldi per l’educazione pubblica è uno spreco che fa solo aumentare le tasse. Se uno ci tiene all’educazione dei figli, o comunque ai diplomi, che li mandi in una scuola privata. Per questo ci sono i buoni-scuola. Per il resto, la scuola è un rituale alquanto noioso e inutile, come il vecchio servizio militare. Non è con un diploma o una laurea che si trova un lavoro nella vita, ma con uno zio.

E la ricerca? Non è sorprendente che c’è chi pensa che le scienze umane siano inutili. Ma le scienze naturali? Non servono come base alle innovazioni tecnologiche, indispensabili all’industria? Il Made in Italy non ha bisogno di continua ricerca e innovazione? Dipende. Giorni fa, il procuratore di Milano Francesco Greco ha dichiarato che «in Italia le imprese investono più in tangenti che nell’innovazione», soprattutto a livello internazionale. Sarà una pratica condannabile, ma assicura la sopravvivenza dell’industria. E allora bisogna permetterle di spendere i suoi fondi come meglio crede!

C’è anche da chiedersi che si intende per “educazione”. La trasmissione di un sapere codificato, di “conoscenze di base”? L’apprendimento della capacità stessa di imparare, anche da adulti? L’assimilazione di valori morali e di modalità di comportamento, incluse il rispetto del codice della strada? Tutto questo conterà sicuramente. Ma all’origine dell’idea occidentale di “educazione” troviamo la παιδεία (paideia) greca: la formazione della personalità stessa del futuro membro della comunità, del cittadino.

Un compito ben più ambizioso di una semplice trasmissione di saperi. La paideia rima con autoconoscenza, autocoscienza, autocontrollo. In essa, si tratta di dominare le proprie passioni – senza soffocarle – e di conoscere i propri limiti. In altre parole, si tratta di diventare un essere umano nel pieno senso della parola. Filosofia, letteratura e arte vi rientrano dunque a pieno titolo, anche se possono essere “inutili” dal punto di vista del mercato del lavoro e della “spendibilità” immediata di un titolo di studio. Un’educazione che non ha per scopo esclusivo di creare le condizioni perché l’educando possa guadagnare rapidamente più soldi possibili, ma che vuole mettere le varie parti della persona in un rapporto armonioso, presupposto indispensabile per una vita felice e per una partecipazione alla vita comune che non consista solamente nel tentativo di trarre più vantaggi possibili dalla vita comune stessa! Ma è chiaro che coloro che considerano una spesa inutile già il poco di educazione che abbiamo oggi saprebbero ancora meno di che farsene di una simile educazione alla “cura di sé”.

E con un po’ di “paideia” in più forse non ci sarebbe neanche bisogno di mettere una tassa sulle bevande zuccherate. Educare e sedurre sono due lati della medesima medaglia che ogni docente degno di questo lavoro eroico conosce creando, nella migliore delle ipotesi, quel mix appeal della conoscenza che ha tratto in salvo tante menti che poi hanno contribuito a rendere il mondo in cui l’istruzione vive un luogo in cui il desiderio è l’unica forma di contagio auspicabile.

Un altro pensiero cinico potrebbe serpeggiare nelle teste di coloro che fanno i bilanci dello Stato: sarà pure che l’Italia spenda nettamente di meno per l’educazione e la ricerca della media dei paesi sviluppati. Tuttavia, gli italiani sono sempre tra i primi al mondo nell’universo della scienza, delle arti, della ricerca, della cultura. Sarà la genialità innata. Sarà l’eterno dono dell’improvvisazione e del fare molto con poco, l’”arte di arrangiarsi” anche nel campo della educazione. Gli insegnanti italiani sono bravissimi anche se sono tra i meno pagati d’Europa. Dunque perché pagarli di più? I giovani fanno la fila per insegnare gratis all’Università come “cultori della materia”. Allora, perché spendere per dei risultati che si possono anche ottenere gratis?

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Antonio Bisaccia, Presidente della Conferenza nazionale dei direttori delle Accademie di belle arti italiane

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Le strade dell’istruzione restano «disoccupate» ultima modifica: 2019-11-05T07:00:21+01:00 da Gilda Venezia
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