Legge 107 “Buona Scuola”, quando il rimedio è peggiore del male. Due anni pieni di smentite

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di Ezio Delfino,  il Sussidiario, 14.8.2017

–  Sono passati due anni dal 13 luglio 2015, giorno di emanazione della legge 107. Diversi campanelli d’allarme dicono che qualcosa non ha funzionato. Due cose da fare subito per rimediare ad una cattiva legge.

Sono passati due anni dal 13 luglio 2015, giorno di emanazione della legge 107 della “Buona Scuola”. Un anniversario passato finora sotto silenzio: un profilo basso tenuto non solo dalla politica, ma anche dall’amministrazione scolastica ministeriale, impegnata in questo momento a gestire non senza difficoltà tante delle piste avviate proprio da quella legge. Dopo due anni di navigazione in alto mare, si può, ora, provare ad analizzare e a giudicare un pezzo di percorso, anche solo per riprendere la bussola?

Diversi campanelli d’allarme indicano che qualcosa non ha funzionato.
Innanzitutto le modalità di assunzione, di individuazione e di nomina dei docenti nelle scuole statali, punto forte della 107, che in questi due anni hanno rappresentato, in termini di procedure, di tempi, di contenziosi, quanto di più complicato ci fosse da gestire da parte delle singole scuole, senza, tuttavia, garantire stabilità di assegnazioni alle classi ed agli alunni. Ripartono, infatti, con il prossimo anno scolastico, le assunzioni dei docenti utilizzando il precedente sistema delle graduatorie di II e III fascia di istituto, riaprendo inevitabilmente una nuova stagione di precariato e di nomine annuali sulle classi.
Un’altra sirena d’allarme? La legge 107 era stata salutata positivamente perché introduceva alcuni principi innovativi: la chiamata diretta e la valutazione del merito dei docenti, la programmazione triennale dell’offerta formativa, l’introduzione di un organico dell’autonomia funzionale, sulla carta, alle reali esigenze dei singoli istituti con il “potenziamento” di alcune cattedre, la valutazione dei dirigenti scolastici, la triennalità dell’incarico dei docenti trasferiti in un nuova scuola, la costituzione di reti tra scuole per la realizzazione di piani formativi e la condivisione di servizi amministrativi; e altro ancora.
Le modalità di attuazione di tali principi, macchinose e complesse, ne hanno, però, nei fatti, rallentato la traduzione operativa se non addirittura svuotato la portata innovativa. Potrà sembrare paradossale, ma oggi molti presidi, che da anni attendevano l’introduzione di quei principi e di quegli strumenti, non faranno chiamate dirette, replicheranno l’assegnazione dei bonus premiali tra i malumori dei propri docenti, compileranno il portfolio propedeutico alla propria valutazione come puro adempimento formale, continueranno ad utilizzare docenti assegnati a materie di potenziamento diverse da quelle richieste dalle scuole, e dovranno nuovamente rivedere le progettazioni formative triennali per via dell’imminente turnover di molti docenti già assegnati alle scuole con vincolo triennale di sede messi ora nella possibilità, invece, di trasferirsi ad altra scuola.
Va dato atto alla ministra Fedeli di avere promulgato nello scorso aprile gli otto decreti attuativi della Buona Scuola: un’occasione attesa dagli operatori scolastici nella speranza che quegli atti completassero alcuni settori della legge madre. La ricaduta delle modifiche da essi introdotte, senza voler entrare in un giudizio di merito sui contenuti, avverrà, tuttavia, in un arco di tempo compreso tra il 1° settembre 2017 e l’anno scolastico 2025-26. Serviranno, inoltre, non meno di 42 decreti ministeriali per portare a piena attuazione tutti i decreti, senza considerare anche i provvedimenti di competenza delle Regioni e degli Enti locali, soprattutto per l’attuazione di quelli relativi al diritto allo studio, alla riforma 0-6 e all’istruzione professionale: un tempo infinito durante il quale può capitare tutto e che, soprattutto, aumenta oggi l’incertezza.
Gli anni di avvio della 107 hanno, infine, coinciso anche con l’introduzione di nuove norme nella pubblica amministrazione, di cui la scuola statale fa parte: la legge 124 anch’essa del 2015 in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, l’aggiornamento del Codice degli appalti, le garanzie relative all’anticorruzione, la digitalizzazione e la dematerializzazione degli uffici, le norme sulla disciplina dei dipendenti pubblici. Nuovi vincoli, adempimenti e responsabilità che stanno, oggettivamente, appesantendo la quotidiana gestione delle scuole, con un aggravio, ancora, del quotidiano lavoro dei presidi.

Ora che alcuni nodi sono venuti al pettine, la messa a fuoco di qualche errore di prospettiva può aiutare ad interpretare meglio la situazione.
Va innanzitutto evidenziato che la legge 107 — insieme con i decreti attuativi e con le leggi finanziarie e di stabilità — rimane dentro una logica centralistica e si allontana da un modello di autonomia funzionale definita originalmente dalla legge 59/1997, che prefigurava le scuole come realtà di programmazione didattica e progettuale, e dal decreto legislativo 112/1998, che assegnava agli enti territoriali tutte le azioni di supporto a quella didattica (diritto allo studio, educazione degli adulti, supporto all’handicap, sicurezza, edilizia). Nella Buona Scuola, invece, esce rafforzato ancora una volta il governo dell’amministrazione scolastica centrale: il Miur e gli Uffici scolastici regionali con poteri mai avuti nei confronti dei dirigenti scolastici che, peraltro, le nuove norme rendono terminali responsabili di tutte le procedure burocratico-amministrative e gestionali. L’autonomia scolastica, pensata nel 1997 come leva strategica per cambiare uno Stato centralista verso un modello di federalismo moderato e partecipativo, si ritrova, oggi, fortemente snaturata.
Un’altra debolezza che ispira la legge 107 è l’illusione (politica) che con più poteri ai presidi (che i giornali tradussero con le immagini colorite del preside sceriffo, rambo, manager, eccetera) la scuola avrebbe funzionato meglio: il presupposto era che riconoscere un ruolo più incisivo ai dirigenti scolastici fosse il modo più adeguato di rispondere alla domanda molto forte, da parte dei cittadini, di efficienza in quella parte della Pa all’interno della quale veniva dunque ricollocata la scuola statale.
Era l’illusione che con più poteri ai presidi (solo il comma 78 della 107 attribuisce loro almeno otto nuove competenze che si aggiungono a quelle preesistenti, come per nessun altro dirigente della Pa) la scuola avrebbe funzionato meglio, con la conseguenza, incrementatasi proprio in questi due ultimi anni, dell’inevitabile prevalere del loro ruolo burocratico, quale terminale ultimo di tutte le procedure, le attribuzioni, le fasi e di responsabilità non proprie. Un crinale molto delicato che la 107 non chiarisce, anzi rende confuso e sovrapposto, tra la responsabilità del dirigente scolastico e l’autonomia dell’istituzione scolastica (da realizzarsi attraverso i suoi organi deliberativi e la co-partecipazione dei diversi portatori di interesse). Una confusione di autonomie che la 107 infatti non ha chiarito, eludendo proprio una ridefinizione degli organi di indirizzo delle scuole necessaria a garantire una corretta distinzione tra potere di indirizzo e potere di gestione: identificare l’organo che ha la responsabilità politica della scuola (board) avrebbe contribuito a ricollocare in un ruolo “funzionale” il compito del dirigente scolastico.

Due prospettive di lavoro.
La prima a livello politico, con la predisposizione ed emanazione in tempi brevi del nono decreto attuativo, quello della riforma del Testo unico della scuola. Questo potrebbe essere lo strumento per correggere gli errori di prospettiva sopra evidenziati, integrare efficacemente le tante norme della scuola, riscrivere il profilo degli organi di governo scolastici, definire lo spazio dell’autonomia delle scuole ed il ruolo del ministero e delle sue articolazioni territoriali, privilegiando il servizio verso le scuole affinché perseguano risultati positivi a favore degli studenti e della comunità.
Occorrerebbe, nella sua predisposizione, lasciarsi guidare dall’efficace immagine di scuola (contenuta nel DPR 416/1974 “Istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica” ancora in vigore) come “comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica”: non terminale amministrativo, ma comunità di relazioni con i molti portatori di interesse. Una scuola autonoma proprio perché è chiaro che essa è del soggetto educante: la comunità scolastica.
La seconda azione riguarda i protagonisti della scuola. Oggi la sfida è, per ridare fiato all’autonomia, ripartire dal “soggetto” che fonda la comunità scolastica: dare valore concreto alle persone (dirigenti scolastici, studenti e docenti, operatori, famiglie), a ciò che esse fanno quotidianamente, riconoscerlo e orientarlo alla costruzione sia di un progetto di vita individuale sia di un bene comune. Il rinnovamento infatti è comunque iniziato e su diversi fronti: proposta didattica, direzione innovativa, progettazione formativa, nuova concezione degli spazi come ambienti funzionali all’apprendimento, organizzazione del tempo scuola, innovazione didattica, formazione docenti, sinergia con il territorio, scuola-lavoro, attenzione all’inclusione…

Qualcosa di buono è già cominciato.
La scuola non è innanzitutto luogo di “prestazioni”, di “ruoli”, e di paletti, ma di accadimenti quotidiani e significativi e tutto deve essere funzionale ad essi.
Per dirla con Saint-Exupery: “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Chi questo “essenziale” lo vede accadere tra i banchi di scuola ha la responsabilità di custodirlo, dedicarvisi e farlo crescere: docenti, dirigenti scolastici, genitori ed operatori.
Questo costituisce la sfida più ambiziosa che la situazione attuale presenta, che va colta e rilanciata, da subito.

In attesa dei cambiamenti “di sistema”.

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Legge 107 “Buona Scuola”, quando il rimedio è peggiore del male. Due anni pieni di smentite ultima modifica: 2017-08-15T05:01:59+01:00 da Gilda Venezia
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