L’idea di scuola nel disastroso “nuovo che avanza”

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Amelia De Angelis,   La Tecnica della scuola   10 Luglio 2015.   

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Negli ultimi mesi, le strade e le piazze di tutt’Italia hanno fatto da sfondo ad una straordinaria mobilitazione dei lavoratori della scuola, quella contro il DDL di riforma a firma Renzi. Niente è servito, e, ignorando le voci del Paese reale, le proteste dei governati ai governanti, con il voto favorevole alla Camera del 9 luglio scorso per il via libera definitivo, il Governo ha imposto l’approvazione di una legge che sancisce la fine della scuola pubblica per tutti.
Anche se la protesta non si fermerà –come ribadiscono i gruppi di lotta whats app -e dalle piazze si sposterà nelle aule dei tribunali con i ricorsi che gli uffici legali delle varie sigle sindacali stanno già predisponendo, l’Italia, ma anche l’Europa intera, ha perso una guerra importante: quella per la tutela dei diritti civili.
Nel suo libro È l’economia che cambia il mondo, Varoufakis, il neo dimessosi ministro delle finanze greche, aveva scritto: “L’Europa ha smarrito la sua anima. Abbiamo prestato più attenzione alla finanza che alla democrazia.” Bene, anche l’Italia ha smarrito la sua anima, quando i decisori politici antepongono le istanze economiche alla gestione dei più delicati settori del welfare tradizionale, tra cui il settore pubblico della formazione delle giovani generazioni. Sull’altare del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, e del patto fiscale tra i paesi europei, si offre in sacrificio la scuola pubblica appunto, simbolo dell’adesione alla svolta neoliberista dell’Unione Europea, una svolta che porterà a compimento lo smantellamento dello stato sociale e l’indebolimento delle istituzioni democratiche già avviato da oltre un ventennio.

In questa guerra, hanno perso non solo i lavoratori della scuola, ma i cittadini tutti, in primo luogo gli studenti. Per loro si configura lo scenario di un sistema di istruzione a base sempre più stretta. Niente deve essere più “per tutti”, dì’altra parte. La scuola è solo uno degli obiettivi strategici da colpire. La scuola pubblica, insieme alle tutele sul lavoro con l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti, al sistema di previdenza, con la disastrosa riforma del sistema pensionistico, al servizio sanitario nazionale, indebolito da continui tagli e prima ancora dalla cultura dell’intramoenia, che di fatto, dal 1998 ad oggi, ha tolto energie al dettato costituzionale di curarci tutti e bene. Non a caso, è proprio la Costituzione il principale nemico “interministeriale” da combattere e le riforme costituzionali combinate con quelle istituzionali dell’Italicum e del Senato faranno la loro parte nel cambiare definitivamente lo scenario socio-politico italiano.
È ormai dagli anni ’90 che si persegue sempre più apertamente il fine di tornare al modello classista, che si tenta di sottrarre alla massa quelle grandi conquiste sociali degli anni ’70 che hanno fatto dell’Italia un paese avanzato in tema di riconoscimento dei diritti sociali. Quando,  ad esempio, nel ’97 e poi definitivamente nel ’99, nelle università fu istituito il numero chiuso per regolamentare l’accesso a determinati corsi di laurea, con il pretesto di dover programmare di anno in anno il numero e la tipologia dei laureati per adeguarli al fabbisogno del Paese, non era forse questo che si anelava in realtà? “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”- recita l’art.34 della Carta Costituzionale, che sancisce il Diritto allo studio, ma, a quasi vent’anni di distanza dall’istituzione delle barriere in ingresso, è ormai evidente che l’università  “per tutti” è diventata sempre più “per pochi”: lo sbarramento all’ingresso e le notevolmente accresciute tasse di iscrizione hanno fatto e fanno tutt’ora la loro parte anche nel gioco delle clientele e dell’appartenenza di classe, eppure, nel contempo (svelando così l’ipocrisia dell’intento dichiarato all’inizio…) l’Italia pullula di disoccupati laureati.

Si colpiscono dunque oggi i lavoratori della scuola per provocare una falla nel pubblico impiego tutto e nel servizio pubblico tutto. L’istruzione pubblica crolla ma, con la scuola, è l’intero modello sociale del welfare che viene meno, un modello che ha caratterizzato l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale e che ne ha positivamente connotato i sistemi democratici, distinguendoli da quello americano.
«La riforma della scuola approvata (…)– ha affermato Ste­fano Rodotà in un’intervista rilasciata al Manifesto lo scorso 23 maggio – mostra un ele­mento radi­cale: l’idea che Renzi ha della società». Quale Italia stia nascendo da tutto questa trasformazione sociale è ancora difficile dirlo con chiarezza, certo è che le conseguenze di questo disastroso “nuovo che avanza” saranno purtroppo pagate dalle classi più deboli, come è, del resto, sempre accaduto nella storia.

L’idea di scuola nel disastroso “nuovo che avanza” ultima modifica: 2015-07-12T08:18:31+02:00 da Gilda Venezia
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