L’occasione mancata degli insegnanti di sostegno nella scuola italiana

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– Formazione carente, numero insufficiente e, in futuro, incompatibilità tra docenti di ruolo e di sostegno. Ecco i problemi della scuola italiana alle prese con la disabilità.

Amalia (nome di fantasia) è una ragazza con un caratteregiocoso e un senso dell’umorismo tutto suo. Ogni tanto, specialmente quando è affaticata, ride, fa domande ripetitiveed emette suoni acuti per attirare l’attenzione. Si esprime lentamente, spesso a parole singole. Ha bisogno di una programmazione speciale per tutte le materie, con strumenti e strategie didattiche su misura per le sue competenze.

Quest’anno Amalia è stata assegnata a me, docente precariaabilitata all’insegnamento di matematica e fisica per le superiori. Al di fuori di un’infarinatura teorica sulle disabilità cognitive, non ho alcuna esperienza in casi come questo, e le informazioni reperibili dalla documentazione e dai colleghi sono lacunose e incoerenti. Forse la parte peggiore è che a tanti docenti questa non sembrerà neanche una notizia.

Anno dopo anno, aumentano le certificazioni di alunni con Bisogni educativi speciali (Bes), ossia quegli studenti che per motivi diversi (disturbi evolutivi, disabilità fisiche, situazioni di disagio socioculturale, svantaggio linguistico ecc.

) necessitano di un percorso formativo mirato. Come si può immaginare, si tratta di un universo estremamente variegato, in cui ogni alunno richiede un’attenzione particolare.

Storicamente, per questi alunni la scuola italiana vanta un modello d’inclusione scolastica all’avanguardia a livello mondiale. A partire dalla prima legge 118/71, passando per la legge quadro 104/92 fino alla direttiva Miur del 2012, abbiamo vissuto la transizione dall’istruzione speciale, da svolgersi in ambienti segregati, alla filosofia dell’inclusione, che si propone di intervenire sull’intero contesto scolastico (dall’ambiente fisico alle metodologie didattiche) allo scopo di renderlo favorevole all’apprendimento per tutti coloro che hanno difficoltàtransitorie o permanenti.

Eppure la vera inclusione tarda a realizzarsi. Da una parte, vi sono residui di una mentalità dura a morire, che vede nei Bes una zavorra per lo svolgimento della didattica ordinaria e vorrebbe tornare a relegarli in ambienti dedicati. Per superare questo atteggiamento occorre che i docenti curricolariacquisiscano una migliore conoscenza dei Bes e adottinometodologie di insegnamento calibrate sulle specificità delle classi, favorendo la partecipazione di tutti.

Tuttavia, i percorsi di formazione obbligatoria proposti dal Miur con questo obiettivo continuano a presentare argomenti generali e fumosi, che non forniscono gli strumenti pratici per scardinare una forma mentis basata sulla lezione frontale passiva e applicare quanto appreso nelle proprie classi. Per questo, anche nei casi in cui la scuola può dotarsi di risorse didattiche (lavagne interattive multimediali, testi aumentati, software dedicati), raramente queste vengono sfruttateefficacemente. Il piano di inclusione, che dovrebbe coinvolgere tutto il personale scolastico, viene di fatto scaricato sugli insegnanti di sostengo e gli interventi elencati nella documentazione rimangono perlopiù sulla carta.

Dall’altra parte, ogni anno si aggrava la carenza di insegnanti di sostegno adeguatamente formati. Al momento, per entrare di ruolo come insegnante di sostegno, occorre aver ottenuto l’abilitazione in una materia curricolare, completare lo specifico corso di specializzazione e infine superare una procedura di selezione concorsuale. Finora, solo un numero esiguo di insegnanti ha potuto permettersi di pagare due rette di iscrizione per oltre 5mila euro e conciliare l’orario di lavoro con la frequenza dei corsi. Inoltre, a causa di ritardiimputabili alle università, molti sono stati esclusi dal concorso del 2016 e dalla possibilità di immissione in ruolo.

Il risultato è paradossale: a fronte di docenti specializzati che non trovano lavoro, vi sono un’enormità di posti di sostegno vacanti, coperti pescando indiscriminatamente da altre graduatorie (e anche così non sempre è sufficiente, come dimostrano le denunce di numerosi genitori). Peraltro è facile che i docenti assegnati in questo modo cambino ogni anno, con evidenti disagi per lo studente; il decreto che avrebbe consentito di ovviare a questo inconveniente è caduto nel vuotoper la mancata stesura del provvedimento attuativo nei tempi richiesti.

Gli otto decreti applicativi della Buona scuola, emessi a gennaio, sollevano altre perplessità. L’assegnazione delle risorse e delle misure previste per ciascuna situazione sarà decisa da ungruppo di lavoro medico che non ha una relazione continuativa con lo studente nel contesto scolastico. Inoltre i percorsi abilitanti per le scuole secondarie dureranno tre anni ciascuno, rimanendo separati e incompatibili per docenti curricolari e di sostegno e accentuando così il divario tra le due tipologie di docenti.

Farsi carico delle disabilità, sviluppando le potenzialità di ogni studente senza ridursi a un approccio assistenzialista, è segno di civiltà. L’Italia va in questa direzione da oltre quarant’anni, ma per ora si prospetta l’ennesima occasione mancata.

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L’occasione mancata degli insegnanti di sostegno nella scuola italiana ultima modifica: 2017-09-27T05:16:38+01:00 da Gilda Venezia
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