Sul Novecento letterario a scuola

di Roberto Cotroneo, Alganews, 14.7.2019

– Lo sapevo che mi avrebbero scritto in privato chiedendomi se faccio sul serio quando dico che non si dovrebbe studiare il Novecento letterario a scuola. Ma ringrazio tutti perché mi hanno mostrato le loro perplessità con rispetto e con garbo. Non sono uno stroncatore di Pascoli e Montale. E non sono impazzito.

Andiamo sempre per i soliti punti.

  1. Vi siete mai chiesti perché quando andavate a scuola studiavate “L’Eneide”, “I promessi sposi” e le tre cantiche della “Commedia”? E così si finivano i due anni di ginnasio e i tre di liceo? Perché era il frutto della riforma Gentile. Giovanni Gentile aveva tanti difetti, e molte responsabilità politiche durante il fascismo, ma era e resta un grande filosofo. E la sua riforma della scuola si basava su qualcosa di vero e concreto. Ovvero sulla salvaguardia della cultura letteraria del nostro paese. L’evoluzione della lingua, i punti di riferimento.
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  2. C’è un film che amo molto, e che in apparenza non c’entra nulla con questo discorso, ma solo in apparenza. Parlo di “JFK” di Oliver Stone. La storia dell’indagine del procuratore Jim Garrison riguardo all’assassinio del presidente Kennedy. Siamo a New Orleans, Louisiana, un posto dove è più facile incontrare qualcuno del Ku Klux Klan piuttosto che uno studioso di Walt Whitman, soprattutto in quella fine degli anni Sessanta. Eppure a un certo punto Garrison si rivolge a un uomo del suo staff che lo sta contestando per il suo metodo di indagine. E gli chiede: “Hai letto Shakespeare?”. E lui, quasi indignato: “Sì, certo!”. E Garrison gli cita il “Giulio Cesare”. Sono avvocati, non studiosi della letteratura inglese e del teatro Elisabettiano. Sono dei normali avvocati che hanno fatto il militare nei Marines, ma alla domanda: conosci Shakespeare, la risposta è ovvia. È ovvia per un americano del sud. È ovvia per un inglese, qualsiasi inglese. Non è ovvia per un italiano se chiediamo: «conosci Dante, Manzoni, Leopardi, Ariosto o Petrarca?». No quello stesso sì fiero e orgoglioso non ci sarebbe (e figuriamoci in uno che ha fatto il militare nei parà). Perché?
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  3. Qualcuno ha messo in testa a più di una generazione che per capire il moderno bisogna leggere i moderni. Perché? Quando in tutto il mondo per interrogare il presente si interroga il passato? Leggo i post degli scrittori e delle scrittrici oggi più alla moda, quelli che collaborano ai giornali, che scrivono articolesse su qualsiasi cosa basta che non sappiano nulla, che capita siano anche premiati e premiate. Una volta che citano Manzoni? Una volta una terzina del Purgatorio che non conosce nessuno ma ci potrebbe illuminare. Neanche un po’. Non li hanno letti e se lo hanno fatto, lo hanno fatto controvoglia, e non li hanno capiti, e li hanno persino dimenticati, e non li hanno trasformati in qualcosa di loro, di nostro, della nostra cultura e della nostra tradizione.
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  4. Amo Montale, amo Fenoglio, amo Meneghello e Sciascia. Amo assai meno Pavese e tanti altri. Ma tanti altri. Ma non si capisce il presente leggendo i contemporanei. Lo sanno anche i bambini. Si capisce il presente facendo gli archeologi, cercando reperti, collegamenti, interrogandosi su un passaggio dell’Antico Testamento. E questo lo hanno sempre saputo tutti. Sciascia ha passato la vita a leggere il passato e soprattutto il Settecento dei Lumi. Umberto Eco il medioevo, Roberto Calasso, l’oriente e i miti. Carlo Ginzburg i sabba, Machiavelli e Piero della Francesca. Tutto questo per indagare sul moderno. E René Girard l’arcaico ed Euripide per sfiorare l’indicibile della contemporaneità. È così in tutto il mondo. Ma non per noi. Perché?
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  5. Ve la do una risposta. Perché la rivoluzione si fa con le masse del Novecento, e gli scrittori dell’età contemporanea sono traghettatori ideologici, mentre chi si è occupato del passato e della tradizione è un reazionario, qualcuno che usa il sapere in modo elitario, qualcuno che nasconde il lato popolare della letteratura, e la sua immediatezza, l’uso strumentale, o se volete, dialettico, della cultura, qualcuno che nega alle masse uno sbocco culturale. È il vecchio rateale Einaudi fatto ideologia. La denuncia, l’affresco, la ricognizione, certo non lo svelamento. Sia mai che si apra qualche pagina di Schopenhauer e se ne rimanga segnati a vita. Però tutti poi a mostrare i dorsi Adelphi nelle proprie biblioteche. O a citare Jung. Ma se io parlo di Daumal o di Rugafiori ti guardano come se citassi un terzino del Marsiglia e un centravanti del Cagliari al tempo di Gigi Riva.
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  6. Allora dico, ricominciamo a essere orgogliosi di quello che siamo stati. Non solo a parole. Non solo accorrendo a tutte le mostre di Caravaggio vere e farlocche. Ma l’orgoglio della lingua. La becera espressione “prima gli italiani” che purtroppo significa quello che significa, dovrebbe essere sostituita con “prima l’italiano”. Ma non si può, perché è una questione di pochi anni e tutti gli scrittori italiani contemporanei avranno fatta loro la mediocre, quasi sempre, lingua dei traduttori. Spesso dei traduttori dall’inglese, spesso traduttori di autori che scrivono a loro volta in una lingua mediocre, mica William Weaver. L’ho detto e lo ripeto. La letteratura italiana di questi vent’anni è un misto di cattivo italiano dei traduttori e di banalità giornalistiche. Con una quota seria di emozionalità letteraria. Il paese ha bisogno dei suoi classici, di insegnanti che li insegnino, e che si appassionino. “La ragazza di Bube” può aspettare, e anche “La bella estate”. E non parliamo della roba che esce oggi.
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  7. E può aspettare anche J.D.Salinger. Che ho amato follemente nella mia giovinezza. Certo lui, Holden, Holden Caulfield, “Il giovane Holden”, che soltanto da noi è il titolo di un romanzo. Nel resto del mondo è “The Catcher in the Rye”: intraducibile perché è un sogno, è una speranza, è una salvezza, è un gigante che salva i bambini ai bordi di un dirupo. Ai margini del mondo (quanto amo i margini). Da noi Holden è un gianburrasca sprezzante che contesta il mondo. Dappertutto un ragazzo disperato deluso dal mondo che entra in casa di notte, dopo essere scappato, per guardare la sorellina che dorme. E allora? Il nostro paese ha eletto Salinger a icona della scrittura, lo scrittore unico, il punto di arrivo. Persino le scuole di scrittura gli vengono intitolate. Capisco che intitolare una scuola di scrittura a Michele Ardengo sia meno chic. Ma sarebbe meglio, anche se in questo periodo non sono affatto indifferente. La letteratura non è un gioco di società, la letteratura ci appartiene, la nostra lingua ci appartiene, e ci appartiene il nostro mondo.



Perdonate se vi ho forse annoiato fino a qui, ma su Facebook, tra pagina e profilo privato, credo di avere circa 15 mila persone che mi seguono. Di questi moltissimi sono insegnanti. Insegnanti disillusi e disorientati (e malpagati) che si possono aiutare. Nei modi che ancora ci sono concessi. Un tempo queste cose le facevano le pagine letterarie dei giornali, oggi basta sfogliare per capire che sarebbe impossibile.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

EUGENIO MONTALE, Satura 1962-70  (Milano, Mondadori 1971).

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Sul Novecento letterario a scuola ultima modifica: 2019-07-14T23:35:21+02:00 da Gilda Venezia
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